Angelino Alfano Matteo 141226194053
RETROSCENA 16 Settembre Set 2015 0700 16 settembre 2015

Senato, lo zampino di Alfano dietro lo strappo nel Pd

Salta il tavolo dem sulle riforme. Ma il vero dissenso è del Ncd. Che sfida Renzi. «Meglio votare con le vecchie regole». Maggioranza in crisi: elezioni vicine?

  • ...

Angelino Alfano e Matteo Renzi.

Ora i numeri per il governo in Senato iniziano davvero a essere pericolosamente pochi.
Le riforme sono appese a un filo, come mai era accaduto prima, perché oltre alla già pervenuta minoranza del Partito democratico, il dissenso coinvolge buona parte del Gruppo misto e del Nuovo centrodestra, la stampella della maggioranza.
Perché il nodo è proprio il Ncd, altro che i dissidenti Pd.
Semmai Pier Luigi Bersani e i suoi si sono infilati in un buco nero creato soprattutto dai senatori siciliani del partito che fa capo ad Angelino Alfano, si mormora nei palazzi della politica romana.
ATTACCATI ALLE POLTRONE. «Da Corrado Castiglione in giù, nessuno vuole vedere saltare il Senato in aria. O meglio, le poltrone che occupano», riferisce una fonte a Lettera43.it.
«Perché è evidente quale sia il punto di rottura: se il disegno di legge Boschi non passa, Renzi sarà costretto a portarci al voto, il Senato resterebbe così com’è», è il ragionamento, «e anche la legge elettorale resterebbe il Consultellum che prevede uno sbarramento dell’8% su base regionale. E Ncd in Sicilia lo supera tranquillamente».
CONDANNATI ALL'INUTILITÀ? Anche negli ambienti di Sinistra ecologia e libertà (Sel) individuano nella composizione del parlamento il nocciolo della questione.
La posizione del gruppo di Nichi Vendola è chiara da tempo: no secco al Senato come vuole cambiarlo il governo.
E un esponente di primo piano alla Camera, nelle pause dei lavori, si lascia scappare una frase decisamente emblematica, ovviamente sincerandosi prima di poter conservare l’anonimato: «945 parlamentari (i numeri attuali di Camera e Senato, 630+315, ndr) sono sempre di più di 630 (la sola Camera, se passasse l'abolizione del Senato, ndr). Anche a destra lo hanno capito e temono che Renzi possa metterli nel sacco, condannandoli all’inutilità al prossimo giro. Ecco perché vogliono accorciare i tempi e rimandarci alle urne con le vecchie regole...».

Una bomba proprio quando il braccio di ferro sembrava finito

Maria Elena Boschi.

Questo non toglie che se questa tesi trovasse conferma, resterebbe il nodo dei dissidenti dem a Palazzo Madama.
La pontiera della minoranza, Doris Lo Moro, non è stata poi così possibilista, lasciando il tavolo delle trattative con il ministro Boschi e il capogruppo Luigi Zanda: «Siamo a un binario morto e perciò serve un chiarimento politico. Io penso che non voteremo l’articolo 2».
Una bomba sganciata nel bel mezzo di una discussione che i fedelissimi del premier pensavano di poter portare finalmente a casa, dopo mesi di braccio di ferro.
PARTITA TESA IN AULA. Invece il muro si è alzato, e ora si alzerà anche la posta per ottenere il via libera.
O, come si ipotizza negli ambienti immediatamente limitrofi al Giglio magico, quanto meno convincere i dissidenti a non partecipare al voto finale in Aula.
Soluzione, questa, a dire il vero molto difficile, perché sarebbe una resa semi-incondizionata degli avversari al leader senza ottenere nulla in cambio.
RENZI NON ARRETRA. Renzi di certo non mollerà incarichi o pezzi di potere interno al partito solo per una seggiola vuota nello spazio dedicato al suo stesso gruppo parlamentare.
La partita, comunque, riprende mercoledì 16 con la conferenza dei capigruppo, convocata dal presidente Pietro Grasso per le ore 15.
L’argomento principale è inevitabilmente il ddl Boschi sulle riforme strutturali.
«ALLE URNE STANNO CON ME». Renzi, da par suo, ha già lanciato il suo messaggio “in codice”, dal Mibact, durante la presentazione dei 20 nuovi direttori dei principali musei italiani, con l’alleato Dario Franceschini alla sua sinistra che annuiva.
Il premier ha detto che a suo modo di vedere la «ritrovata fiducia degli italiani è la riforma più importante, anche di quelle parlamentari».
Tradotto per Ncd: fate saltare la legislatura, tanto la gente nelle urne sta con me. Mentre il Pd deve leggerlo così: i nuovi posti sarebbero stabiliti in base ai risultati del Congresso 2013 (70% al segretario, 30 alla minoranza).

Cicchitto a Napolitano: «Fai ragionare Renzi»

Il premier Matteo Renzi con il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Il rischio urne però è fortissimo.
Lo conferma anche un colloquio riservato che l’agenzia Dire ha intercettato nel corridoio di Montecitorio tra Fabrizio Cicchitto e Giorgio Napolitano: «Al Senato la maggioranza non c’è», avrebbe detto l’esponente Ncd all’ex capo dello Stato, «la situazione non è quella che descrivono. Alcuni dei suoi gli ripetono 'Stai tranquillo, ce la facciamo, i numeri ci sono, li convinciamo noi'. Ma non è così. Deve rispettarci, diglielo chiaramente: se non ci fosse Ncd dovrebbe essere Renzi a cercarla, a crearla».
«CI METTIANO DENTRO FI». Rincarando la dose e confermando parzialmente la tesi raccolta da Lettera43.it: «Con il Consultellum, se ci mettiamo dentro Forza Italia, nel Mezzogiorno qualcuno si salva perché ci sono le preferenze. Non è un ragionamento nobile, lo so, ma ci sta».
L’ex capogruppo del Pdl chiede poi l’intercessione di Napolitano con Renzi: «Non si può andare avanti così al Senato, illudendosi che ci siano le condizioni. Io già lo vedo il pullman che si sfracella. Devi farlo ragionare, tu sei uno dei pochi che può. Provaci, fallo ragionare».
Le elezioni anticipate piano piano stanno diventando una possibilità estremamente concreta. Altro che piano B...

Articoli Correlati

Potresti esserti perso