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DIPLOMATICAMENTE 17 Settembre Set 2015 0900 17 settembre 2015

Putin-Obama, tocca a voi: la lotta all'Isis può svoltare

Il ventilato incontro tra i due leader è una tappa decisiva. Ma il tempo stringe.

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Bashar al-Assad, presidente della Siria.

Ogni nemico del proprio nemico è un amico.
Quest’equazione di solito funziona, tant’è che ne è derivato un adagio la cui origine si perde nella notte dei tempi.
Secondo parecchi osservatori essa potrebbe e anzi dovrebbe applicarsi anche in Siria dove avanza un nemico che è comune all’Occidente, alla Russia e agli Stati arabi, cioè il sanguinario Isis, al quale aggiungerei le milizie di al Nusra (Al Qaeda) forse sottovalutate nella loro pericolosità.
L'ASSAD DELLA DISCORDIA. Però non funziona, o meglio non sembra funzionare, rispetto alla decisione della Russia di incrementare il suo sostegno militare al regime di Bashar al Assad, dichiaratamente in funzione anti-Isis, che anzi ha provocato la dura reprimenda dell’amministrazione di Obama che è arrivata ad adombrare un temibile quanto indeterminato rischio di “confronto”. Militare si intende.
La ragione? Sta in almeno due fatti: che con questa operazione con base a Latakia Mosca intende sostenere e anzi promuovere la sopravvivenza politica dello stesso Assad, additato da Obama come un criminale indegno di governare quel Paese e tanto meno di essere parte attiva della futuribile soluzione politica alla guerra civile (divenuta nel frattempo guerra di tutti contro tutti) che lo sta distruggendo.
ISIS, IL MALE MAGGIORE. E che essa, per quanto dichiaratamente finalizzata a combattere l’Isis (con e attraverso le forze armate di Assad) si colloca di traverso e al di fuori della strategia della grande coalizione internazionale a guida americana puntata allo stesso obiettivo.
Ben poco rileva o ha rilevato finora, a fronte di ciò, il principio del “male minore” evocato da non pochi analisti che argomentano come in questa tormentata e pericolosa dinamica siriana, l’ostracismo nei confronti di Assad, per quanto fondato, dovrebbe cedere di fronte al male maggiore costituito dalle milizie del Califfato.
Ma è proprio così? Secondo alcune indiscrezioni non verificate e in qualche modo smentite, ma debolmente, le cose starebbero in maniera diversa.

Si intensificano i contatti tra Mosca e Washington

Vladimir Putin.

Complice l’incombente minaccia dell’Isis e di al Nusra, si sarebbe infatti sviluppato diverse settimane addietro un intenso dialogo politico-diplomatico tra tutti i principali protagonisti e attori della vicenda siriana – Mosca, Washington, Teheran, Riad, Ankara, Damasco, Nazioni Unite, etc. – che avrebbe fatto affiorare qualche spiraglio costruttivo sull’impantanato schema di transizione tracciato nel 2012 a Ginevra.
E su questo spiraglio, tra Mosca e Washington in particolare, si sarebbe continuato a negoziare su modi, tempi e meccanismi di una soluzione politica in grado di salvaguardare il regime e consentire ad Assad un porto sicuro dove approdare.
GLI INTERESSI DELLA RUSSIA. Alla luce del progressivo indebolimento di quest’ultimo, anche Mosca si sarebbe cioè convinta della ineluttabilità di quest’indirizzo anche a maggiore garanzia dei suoi interessi geo-strategici ed economici. Vi vuole giungere da una posizione di forza che ritiene di poter conseguire proprio con quest’operazione militare.
Che Washington sia preoccupata di quest’iniziativa russa lo si può comprendere, ma certo non può invocare la tesi della sorpresa dato che tale operazione si colloca nell’alveo di un’indiscutibile continuità di sostegno a tutto tondo – quindi anche militare - dell’alleato di Damasco.
Eppoi sarebbe prova di ingenuità aspettarsi trasparenza da un personaggio cinico e senza scrupoli come Putin.
I LIMITI DELLA STRATEGIA USA. È legittimo che Obama mostri di non gradire lo sprezzante giudizio dato da Putin sui risultati di certo non brillanti conseguiti finora dalla coalizione internazionale a guida americana nella sua battaglia anti-Isis e su questa base abbia non solo motivato la sua operazione suo intervento ma lo abbia anche indotto a prospettare una coalizione alternativa.
Ma penso che Obama sia consapevole sia dei limiti oggettivi della sua strategia di “contenimento e distruzione” dell’Isis annunciata nel settembre del 2014, ferma dopo un anno al primo dei due fattori del binomio, sia delle incertezze di fondo manifestate nella sua politica anti-Assad, in stridente contrasto con le sue ripetute condanne politico-morali: quando, ad esempio, non ha voluto correre i rischi insiti nella creazione di una no-fly zone a protezione degli oppositori della prima ora ovvero nella spinta che avrebbe potuto forse farlo fuggire/cadere.
E soprattutto quando si è rifugiato dietro lo scudo di un accordo sugli arsenali chimici offertogli proprio da Putin in alternativa all’annunciata punizione di Bashar, reo di aver oltrepassato la linea rossa dell’uso dei gas.

Il fallimento del programma di addestramento

Il presidente degli Usa, Barack Obama.

Di tutto questo è comunque ben consapevole Putin che ha dalla sua un altro argomento peraltro non dichiarato apertamente: perché mai Washington dovrebbe contrastare un’operazione diretta contro un nemico che lo stesso Obama e alleati danno ampia dimostrazione di considerare decisamente più prioritario di quanto non lo sia Bashar al Assad (vedasi anche le prese di posizione dell’ultima ora di Londra e Parigi).
Lo dicono i fatti e lo dicono le manifestazioni di debolezza militare oltre che politica della cosiddetta “opposizione siriana moderata”, per non parlare del fallimentare programma di addestramento portato avanti da Washington.
SERVONO REALISMO E DETERMINAZIONE. Vorrei sbagliare, ma ho l'impressione che gli Usa in particolare – l’Unione europea è troppo in masochistico affanno per la questione migratoria per giocare un ruolo politico degno di questo nome - abbiano bisogno di tutto il realismo e la determinazione politica di cui sono capaci per uscirne e trovare una formula di praticabile convergenza con Mosca in chiave sia di transizione politico-governativa che di lotta all’Isis (e ad al Qaeda, insisto).
Tenendo in conto anche l’esigenza di Putin di dare una segnale molto concreto a un Califfato che sta allungando l’ombra della sua bandiera anche sul Caucaso e oltre.
UN INCONTRO DECISIVO. Latakia, punto di assemblaggio tecnico-logistico dell’operazione russa, potrà divenire punto di snodo per individuare quella formula?
È tardi, ma è ancora possibile. E il ventilato incontro Obama-Putin di New York a fine mese, ai margini dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, si profila al riguardo come una scadenza da non mancare. Mentre le Cassandre di rito già pronosticano un’incombente quanto rovinosa “battaglia di Damasco”, col Califfato nel ruolo di protagonista.

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