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STORIA INFINITA 18 Settembre Set 2015 0700 18 settembre 2015

Rifugiati, impasse Ue: nuovo summit straordinario

Flop a Bruxelles. Niente accordo sulle quote. Tusk fa pressing sui leader politici. Si decide il 22-23 settembre. Egoismi nazionali e il no dell'Est dividono l'Unione.

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In primo piano il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker: alle sue spalle il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk.

da Bruxelles

Da un vertice straordinario all'altro.
Così l'Unione europea cerca di uscire dall'emergenza profughi dalla quale sinora è stata travolta.
Dopo vari tentativi di trovare una soluzione comunitaria attraverso i canali ufficiali (i consigli dei ministri Ue che hanno il potere di legiferare), il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha indetto per mercoledì 23 settembre l'ennesimo summit straordinario dei capi di Stato e di governo dei 28 per «discutere come affrontare la crisi dei rifugiati», ha scritto su Twitter.
FUNZIONE DI PRESSING. Dopo il voto del parlamento a favore del ricollocamento urgente di 120 mila rifugiati, andato in scena il 17 settembre utilizzando una procedura d'urgenza, dovrebbe essere il Consiglio straordinario di Giustizia e Affari interni del 22 settembre a decidere se dare il via libera alla proposta della Commissione europea.
Ma evidentemente dopo il flop del Consiglio dei ministri dell'Interno Ue del 14 settembre, conclusosi a tarda notte senza un accordo sulla ripartizione dei 120 mila, Tusk ha preferito esercitare una funzione di pressing e rivolgersi direttamente ai leader dei 28.

Il 22 il voto nel Consiglio straordinario, il 23 il sì politico dei leader

François Hollande e Angela Merkel.

Sono loro a metterci la faccia il 23 settembre, dando un endorsement politico - visto che non hanno il potere di legiferare - a quello che dovrà essere deciso il giorno prima dai ministri.
Senza la maggioranza qualificata dei ministri dell'Interno del Consiglio Ue infatti non si va da nessun parte.
Ed è proprio questa che dovrebbe essere raggiunta il 22, a scapito di una piccola minoranza di Paesi dell'Est contrari al ricollocamento obbligatorio dei 120 mila rifugiati.
Sia che questo succeda sia che resti l'impasse, sono comunque i leader a doverne prendere atto il giorno dopo e a trovare una soluzione.
EGOISMI NAZIONALI. L'unità e la solidarietà invocata più volte dal presidente della Commissione europea si è infranta davanti agli egoismi nazionali, agli interessi politici e alle pulsioni razziste di cui molti Stati membri sembrano soffrire da tempo.
Così se la Germania apre le porte a tutti i profughi provenienti dalla Siria, l'Ungheria le chiude con il filo spinato, oltre che con la Serbia, ha cominciato a costruire una barriera lungo il confine anche con la Croazia.
E a fare lo stesso sono anche altri Paesi che in questi giorni hanno ceduto al tentativo isolazionista: l'Austria e la Danimarca hanno più volte aperto e chiuso le frontiere, bloccando l'accesso dei treni provenienti rispettivamente dall'Ungheria e dalla Germania.

FRONTIERE CONTROLLATE. Il 17 settembre la Slovenia ha reintrodotto i controlli alle frontiere per 10 giorni.
La Croazia non è in grado di accogliere altri migranti, oltre ai 6.500 già arrivati, in appena 24 ore, ha detto il ministro dell'Interno Ranko Ostojic. E la notte tra il 17 e 18 settembre ha chiuso tutti i valichi di frontiera con la Serbia: «Troppi migranti», ha denunciato il ministero dell'Interno croato, «negli ultimi due giorni più di 11.000 migranti sono entrati in Croazia dalla Serbia».
La Slovacchia dopo aver detto di voler accogliere solo 200 rifugiati (secondo il piano della Commissione Ue ne dovrebbe prendere 319, ha sottolineato che «dovranno essere cristiani».
Solo la Polonia ha mostrato un'apertura: potrebbe accogliere un numero più alto numero di profughi rispetto a quello dichiarato all'inizio - 2 mila in due anni - ma solo se si tratta di rifugiati politici.
GUERRA INTERNA ALL'UE. Una guerra interna all'Ue per gestire un esodo che per quanto grande, pesa più sulle spalle di Paesi extra Ue come la Turchia, il Libano e la Giordania.
Secondo i dati dell'agenzia Ue per la gestione delle frontiere esterne, Frontex, sono 156 mila i migranti entrati nell'Ue nel mese di agosto, 500 mila da inizio 2015.
E come ha ricordato Juncker durante il suo discorso sullo stato dell'Unione davanti al parlamento di Strasburgo il 9 settembre: «I profughi sono lo 0,11% della popolazione totale europea, in Libano il 25%, un Paese che tra l'altro ha un quinto del nostro livello di benessere». Parole al vento.

Il commissario Hahn mette in guardia dalle «cortine di ferro invisibili»

Recinzioni e filo spinato percorrono il confine meridionale ungherese.

L'unica decisione presa sinora dai 28 ministri è stata quella di dare il via libera formale per l'avvio della 'fase 2' della missione navale EuNavFor Med, che prevede l'uso della forza contro gli scafisti nel Mediterraneo.
Anche se per ora mancano i mezzi.
Nell'Unione europea negli ultimi mesi ognuno ha fatto come voleva. E non è stato un bello spettacolo.
LIBERTÀ DI MOVIMENTO. Come ha osservato il commissario europeo alla Politica di vicinato Johannes Hahn «in alcune parti d'Europa si stanno ricostruendo cortine di ferro invisibili. Farò di tutto affinché questo non accada. L'Europa può funzionare solo se c'è libertà di movimento, non solo fisica, ma anche mentale».
È sempre più una Europa a due velocità quella che si vede durante le decisioni importanti.
La reazione del Visegrad group davanti alla proposta di ricollocamento dei 120 mila richiedenti asilo ne è un esempio: «Ogni proposta che porti all'introduzione di quote obbligatorie e permanenti su misure di solidarietà sarebbe inaccettabile», hanno scritto in un comunicato congiunto i quattro governi dell'Est: Ungheria, Slovacchia, Polonia e Repubblica Ceca.
IL NO DEL BLOCCO DELL'EST. Gli stessi che insieme alla Lettonia avevano guidato il blocco dell'Est al summit sull'immigrazione di giugno: si doveva decidere per il ricollocamento di 40 mila rifugiati secondo un sistema di quote obbligatorio, che fu bocciato.
Est e Ovest, Nord e Sud, da allora le divisioni nell'Ue sembra essere immutate. Di fronte all'aggravarsi dell'emergenza profughi, quello «sforzo congiunto» che l'esecutivo europeo da mesi invoca non sembra essere raggiungibile.

MURO DELL'UNGHERIA. Come se il muro di Berlino non fosse mai caduto, c'è chi non esita a issare barricate e usare gas lacrimogenti contro i profughi.
Così sta facendo l'Ungheria, che non vuole essere un Paese beneficiario dei ricollocamenti, e si sta opponendo al sistema temporaneo di quote per la distribuzione di 120 mila richiedenti asilo, proposto dalla Commissione europea.
Ma sulla questione immigrazione è ancora una volta Hahn a tirare le orecchie ai Paesi dell'Est: «Voglio che gli Stati membri contribuiscano di più, almeno quelli che fanno continuo appello ai nostri fondi, pacchetti di aiuti e altro», ha detto.
E basta guardare chi sono i principali beneficiari dei fondi europei di coesione, cioè i finanziamenti con cui l'Unione finanzia lo sviluppo degli Stati membri più arretrati con l'obiettivo di far raggiungere a tutti i 28 standard di benessere simili, per capire a chi era rivolto il messaggio. C'è l'Ungheria di Vicktor Orban, ma anche la Polonia, la Repubblica Ceca e la Romania.

La violenza alla frontiera «non è compatibile con i valori europei»

Il premier dell'Ungheria Viktor Orban.

Paesi verso i quali la Commissione europea ha espresso più volte solidarietà, sottolineando che un obiettivo importante è quello di evitare che «i Balcani diventino un parcheggio, o una terra di nessuno per i profughi», e soprattutto che i paesi ai confini con l'Ue collaborino nella gestionde del più grande esodo dalla Seconda guerra mondiale.
Per questo il Consiglio Ue sta organizzando un vertice internazionale per discutere di migrazione anche con i Paesi africani e altri Paesi chiave.
È in programma a La Valletta a Malta l'11 e 12 novembre 2015.
E Tusk ci sta già lavorando: «Questo fine settimana vado in Egitto e in Giordania compreso in un campo profughi», ha twittato, spiegando che vuole portare i risultati del lavoro fatto sinora compreso il viaggio in Turchia durante il summit del 23 settembre.
L'IRA DI RENZI A GIUGNO. E chissà se allora si riuscirà a trovare un accordo sulle politiche di immigrazione con tutti quei Paesi, soprattutto baltici e dell'Est che nel summit di giugno avevano fatto adirare il premier Matteo Renzi: «Solidarietà o perdiamo tempo. Se non siete d'accordo sui 40 mila da accogliere non siete degni di chiamarvi Europa», disse.
Ma forse è proprio la dignità dell'Europa a essere già compromessa.
DIGNITÀ UMANA AL CENTRO. Il segretario generale delle Nazioni unite Ban ki-moon, dopo aver visto il trattamento riservato ai profughi al confine ungherese, ha ribadito: «Non è accettabile, è gente che scappa da guerre e persecuzioni e che deve essere trattata con dignità umana».
Il commissario Ue all'Immigrazione Dimitris Avramopoulo ha intimato: «La difesa delle frontiere con la violenza non è compatibile con i valori e i principi europei». Allora, se è vero, o sono da rivedere i principi europei o gli Stati membri che a questa Ue e ai suoi valori dovrebbero aderire.

Twitter @antodem

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