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DIREZIONE PD 21 Settembre Set 2015 2142 21 settembre 2015

Senato, direzione Pd: intesa vicina sul lodo Tatarella

Renzi: senatori non eletti ma "designati". Ok di Bersani. Scontro con Grasso.

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Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi.

Serviva l'idea di un ex An per mettere d'accordo maggioranza e minoranza del Pd sulla delicata questione della riforma costituzionale. Il principio che ispirò Giuseppe Tatarella, ex deputato missino, tra i fondatori di alleanza Nazionale, nel mettere a punto la legge regionale del 1995, potrebbe servire anche per 'designare' i componenti del futuro, nuovo, Senato. Designare, appunto, non eleggere.
Come, lo ha spiegato lo stesso segretario del Pd, Matteo Renzi, al termine della direzione del 21 settembre che ha votato all'unanimità la sua relazione, con l'assenza della minoranza. «Quando parlo di Tatarella non alludo al metodo, ma al principio», ha detto il premier. «Nel '95 c'era un meccanismo di designazione dei consiglieri regionali che non necessariamente corrispondeva alla elezione diretta. Vedo questa una possibile soluzione, non essendo innamorato dell'una o dell'altra scelta».
IL MODELLO TATARELLA. Nel '95 in Emilia Romagna, ha proseguito Renzi, «designarono il candidato alla presidenza della Regione Bersani: quando divenne ministro gli elettori non furono di nuovo chiamati al voto, ma i consiglieri elessero La Forgia».
La proposta era stata avanzata domenica dal senatore di minoranza Vannino Chiti. Come 'il principio' sarà tradotto in una soluzione tecnica è ancora da definire. Ma il 'Tatarellum' potrebbe essere il punto d'arrivo di un accordo politico. La legge, nella sua versione originaria, prevedeva l'elezione del presidente della Regione nell'ambito di un listino regionale bloccato, di cui era il capolista. Il candidato alla testa della lista più votata dai cittadini diventava però presidente solo dopo un voto del Consiglio regionale, che ufficialmente lo nominava.

Senatori non eletti ma designati


Un meccanismo del genere potrebbe essere conciliabile con l'attuale testo della riforma che prevede che i futuri senatori-consiglieri siano eletti dai Consigli regionali. Non a caso, dopo l'intervento di Renzi, è arrivato l'ok di Pierluigi Bersani, assente alla riunione del partito per un impegno preso da tempo: «Mi pare che Renzi abbia fatto un'apertura significativa: se si intende che gli elettori scelgono i senatori e i consigli regionali ratificano va bene, perché è la sostanza di quello che abbiamo sempre chiesto», ha spiegato l'ex segretario. «Vedremo al Senato come verrà tradotta questa indicazione».
Sulla stessa scia anche le dichiarazioni di Alfredo D'Attorre, esponente della minoranza: «Se il meccanismo è quello per il quale gli elettori decidono ed il Consiglio regionale si limita a ratificare» la nomina dei senatori, ha spiegato il Senatore, «allora si può ragionare. Vedremo in Parlamento se la proposta è seria». D'Attore ha poi chiarito che la minoranza non ha votato perché «le riforme si fanno in Parlamento non durante le direzioni di partito».
L'AVVERTIMENTO DI RENZI A GRASSO. Durante la riunione, Renzi aveva anche detto che se il presidente del Senato Pietro Grasso dovesse aprire a modifiche all'art.2 «si dovrebbero convocare Camera e Senato perché saremmo davanti ad un fatto inedito», suscitando la reazione di Nichi Vendola che ha accusato il premier di voler 'minacciare' la seconda carica dello stato. Il segretario è quindi tornato sull'argomento per chiarire la sua posizione: «Vendola dice che io avrei minacciato Grasso. Se il presidente del Senato apre sulla doppia conforme dobbiamo fare una riunione dei gruppi Pd di Camere e Senato per ragionare su che cosa fare. Nei poteri del premier non c'è il potere di convocare Camera e Senato».

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