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RECESSIONE 22 Settembre Set 2015 1200 22 settembre 2015

Sud America, crisi profonda di un ex Continente ricco

Brasile coi debiti. Venezuela in miseria. E Argentina affondata dalla crisi cinese. C'era una volta un'area popolosa e prospera. Che ora non riesce più a rialzarsi.

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C'era una volta un continente che sfidava i grandi del mondo.
E con la Cina e la Russia aveva lanciato un club (parallelo) di super potenze per superare gli Stati Uniti.
C'erano una volta politici tanto ambiziosi (i Lula, i Chavez, i Kirchner) che avevano provato a riscrivere le coordinate del welfare, incanalando i troppi soldi incassati con le materie prime in programmi di assistenzialismo e in grandi opere per comprare consenso.
UN'AREA CHE IMPLODE. Questo avveniva soltanto cinque anni fa, perché adesso il Sud America e la sua classe dirigente faticano ad affrontare una recessione che sta facendo implodere un'area storicamente popolosa e ricca.
Come dimostra la china del Paese che l'ha guidata nell'ultimo decennio: il Brasile.

Brasile: debito a livello “spazzatura” e Roussef nei guai

Dilma Rousseff, presidente del Brasile.

A certificare quello che tutti temevano è stata Standard & Poor’s.
L'agenzia di rating ha declassato al livello “spazzatura” il debito sovrano del Paese.
MIA CARISSIMA OLIMPIADE. Complici le spese pazze per l'Olimpiade di Rio nel 2016, a fine 2015 il Prodotto interno lordo è destinato a crollare di un altro 2,5%, il deficit pubblico viaggia verso l’8% del Pil, il debito dovrebbe arrivare al 53%.
SCANDALO CORRUZIONE. Il tutto mentre il real, la moneta locale, si svaluta e migliaia di persone scendono in piazza per chiedere l’impeachment della presidente Dilma Roussef, dopo i troppi casi di corruzione che hanno coinvolto le aziende di stato (come la Petrobras) e il suo partito dei lavoratori.

Argentina: la crisi cinese peggiora la situazione

Cristina Kirchner.

Nella vicina Argentina, invece, si sta chiudendo nel modo peggiore l'era dei Kirchner.
Il Paese galleggia dopo il default tecnico del 2014 che le impedisce l'accesso ai mercati per rifinanziarsi.
Una situazione peggiorata da quando è andato in crisi lo Stato che ha più sostenuto la presidente Cristina: la Cina.
ONU, RISOLUZIONE BEFFA. In quest'ottica - e nonostante la retorica dei peronisti al potere - è suonata come una beffa la risoluzione passata all'Onu che in caso di fallimento suggerisce ai creditori di ristrutturare il debito.
E di fatto smentisce la corte di New York, che un anno fa ha imposto a Buenos Aires di rimborsare il fondo Elliott Management integralmente, a differenza di quanto accaduto con gli altri detentori dei Tango Bond.

Venezuela: il vero malato dell'area

Il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro.

Se Cuba è costretta ad aprire agli americani, il malato dell'area è il Venezuela.
Sembrano ormai dimenticati i fasti (politici più che economici) dell'era Chavez.
INFLAZIONE DEL 110%. Soltanto ad agosto Caracas ha dovuto subire - anche per un'inflazione record del 110% - un tetto ai prelievi del bancomat, l'emissione di una banconota da 500 bolivar e l'indice della miseria è schizzato al 70%.
Ringraziano le organizzazioni malavitose, che in questo condizioni stanno facendo soldi facili con il contrabbando.
ROTTURA CON LA COLOMBIA. E la situazione è talmente insostenibile che il presidente Nicolas Maduro ha rotto i rapporti con il collega José Manuel Santos e innalzato un muro al confine della Colombia per frenare i traffici.
Proprio verso il Paese che è uno dei pochi dell'area a muoversi in controtendenza: +3% la crescita del Pil nel secondo trimestre.

Cile: frenata economica nonostante le riforme

Michelle Bachelet.

Frena anche il Cile, nonostante le tante riforme che la presidente Michelle Bachelet è riuscita a imporre alla sua maggioranza.
TASSAZIONE BOOMERANG. Al riguardo è risultata un boomerang quella sulla tassazione sui redditi d’impresa: il governo aveva promesso di utilizzare i soldi incassati con gli aumenti per investire sull'istruzione e invece ha finito soltanto per fare nuovo debito.
Anche per questo il Pil nel 2014 ha chiuso in aumento del 2,5%, cioè un punto in meno rispetto a quanto previsto.

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