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PROFILO 23 Settembre Set 2015 0900 23 settembre 2015

Raimondi, capo della Corte europea dei diritti umani

Napoletano. Schivo. Inflessibile sul caso Diaz. Guido Raimondi eletto presidente della Cedu. Coppie gay, genitori separati, tortura: le sue battaglie. Attenta, Italia.

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Guido Raimondi, 61 anni, napoletano e magistrato dal 1977, eletto il 21 settembre presidente della Corte europea dei Diritti umani.

Il 7 aprile, alla guida del collegio di sette giudici incaricati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, è stato lui a sancire che «deve essere qualificato come tortura quel che accadde la notte del 21 luglio 2001 a Genova, durante l’irruzione della polizia nella caserma Diaz».
E che quella notte «è stato violato l’articolo 3 della Convenzione europea» che vieta ai Paesi firmatari «ogni procedura che si traduca in trattamento degradante e umiliante».
Questa sugli orrori della caserma Diaz non è l’unica sentenza choc emessa da Guido Raimondi, 61 anni, napoletano e magistrato dal 1977, eletto il 21 settembre presidente della Corte europea dei diritti umani (l’organismo esiste dal 1959, è composto da 47 membri).
VICE PRESIDENTE DAL 2013. Raimondi era già stato eletto vice presidente della Corte nel 2013 con 107 voti.
È pronto a entrare in carica a novembre 2015 ed è destinato a rimanere fino al 2020.
Sostituisce il lussemburghese Dean Spiellman.
È il secondo italiano a ricoprire il prestigioso incarico: il primo fu, tra il 1974 e il 1980, Giorgio Balladore Pallieri.
Conosciuto e stimato a livello internazionale, il neo presidente vanta alle spalle un curriculum - accademico e non - di tutto rispetto: è stato distaccato dal 1986 al 1989 presso il ministero degli Esteri al servizio del contenzioso diplomatico.
TUTTE LE CARTE IN REGOLA. Fino al ’97 è stato consulente giuridico presso la rappresentanza permanente dell’Italia a Strasburgo.
Dal 2003 è stato consigliere giuridico aggiunto, dal febbraio 2008 ha ricoperto l’incarico di direttore dei servizi giuridici dell’ufficio internazionale del lavoro di Genova.
Insomma, il magistrato napoletano aveva “tutte le carte in regola” per aspirare al vertice della Corte.
IL 'LIMITE'? LA PROVENIENZA. Unico suo “limite”: provenire da Napoli, la città in cui i diritti primari sono messi ogni giorno in seria discussione.
E da un Paese come l’Italia che, in tema di quantità di denunce per la mancata tutela dei diritti umani, risulta ancora al quarto posto fra gli Stati firmatari dopo Ucraina, Russia e Turchia.

Senza mezze misure se si tratta di difendere i più deboli

Guido Raimondi con l'ex presidente della Corte europea dei Diritti umani Dean Spiellman. Raimondi entrerà in carica a novembre 2015 ed è destinato a rimanere fino al 2020.

Vesuviano doc, carattere «schivo, ma non introverso», Guido Raimondi - racconta chi lo ha visto all’opera - «non usa le mezze misure quando si tratta di sancire illiceità o ingiustizie, specie se la tutela riguarda i soggetti più deboli e indifesi».
PER I DIRITTI DEI GENITORI. C’è chi ricorda che sul problema del rapporto tra genitori separati e figli, per esempio, nel 2013 invitò formalmente le autorità «a non prendere ulteriore tempo» e ad agire «con efficienza e diligenza» nel «garantire ai padri di poter vedere i propri figli».
«Lo Stato», sentenziò, «metta in atto le necessarie riforme strutturali, perché va tutelato il diritto del bambino alla bi-genitorialità».
E ancora, perentorio: «Il passare del tempo priva il bambino e il genitore di un diritto che non viene rimandato, ma di fatto negato».
IN AIUTO ALLE COPPIE OMO. Anche sul diritto all’adozione da parte di coppie omosessuali, Raimondi nel 2009 partecipò a una sentenza fortemente innovativa in cui si riconosceva a una donna francese lesbica di poter riconoscere il suo figliolo in quanto «la condizione sessuale non può essere fra le cause dell’eventuale diniego».
Come la pensi il nuovo presidente della Corte non è difficile comprenderlo: Raimondi fu tra i giudici che in ambito europeo votarono a favore della legittimità del crocifisso nelle scuole.
Processi troppo lunghi, sovraffollamento delle carceri.
Ma anche confische illegittime, violazione del diritto alla vita familiare.
L'ITALIA MIGLIORA LENTAMENTE. E poi disoccupati, debito pubblico, corruzione: sul rispetto della persona l’Italia è rimasta indietro, anzi è ritenuto tra i Paesi più arretrati in Europa.
E questo, per il neo presidente italiano della Corte, è un problema in più con cui confrontarsi.
E un cruccio profondo con cui convivere.
Ricordano a Strasburgo: «A ottobre 2014 l’Italia, con 17.300 provvedimenti aperti, era in vetta alla graduatoria per numero di ricorsi presentati. Nel 2013 ha versato indennizzi per 71 milioni di euro. Nel 2015 il numero dei ricorsi è calato: finora, sono 12 mila».

Italia condannata due volte per la situazione delle carceri

Il giudice Raimondi (primo da sinistra) durante una sessione della Corte europea dei Diritti umani. Raimondi è il secondo italiano a ricoprire il prestigioso incarico.

Il presidente Raimondi nel suo nuovo incarico si ritroverà sotto gli occhi - tra l’altro - le migliaia di denunce di cittadini italiani vittime di giudizi che si prolungano fino allo spasimo o di detenuti che protestano (lo hanno fatto in 3.500) per come vengono trattati dentro le celle.
Raimondi sa che l’Italia è già stata condannata due volte (nel 2009 e nel 2013) per non aver rispettato i limiti minimi di spazio per detenuto in carcere.
UN UOMO, 4 MILA RICORSI. E sa che un avvocato italiano, Alfonso Luigi Marra, nel 2010 è riuscito a inoltrare a Strasburgo 4 mila ricorsi, pari al 25% di tutte le denunce pendenti.
Perciò, forse, nelle poche interviste concesse si mostra assai laconico: «I ricorsi fotocopia? C’è un evidente difetto di funzionamento dello Stato di diritto».
E poi: «Ma tutto ciò è meno allarmante rispetto a piaghe come la tortura o gli arresti arbitrari che in Italia non si verificano in misura così diffusa come altrove».
INVERSIONE DI TENDENZA. Il nuovo numero uno della Corte dei diritti, però, sa anche che sui ritardi in casa Italia si sta registrando una consistente inversione di tendenza: riguarda la riduzione del numero dei ricorsi (da 17 mila a 12 mila), relativi soprattutto al calo del sovraffollamento carcerario che - avverte Raimondi - «nel 2015 potrebbe scendere al di sotto dei 10 mila casi».
Eppure è opportuno, per lui, «non abbassare mai la guardia»: «C’è il rischio che una parte dei ricorsi respinti torni a Strasburgo, spero che le autorità italiane sapranno trattarli in modo adeguato onde evitare una tale iattura».

Un problema interno: la presunta lentezza della Corte

Agenti di polizia davanti al cancello della scuola Diaz di Genova il 21 luglio 2001.

Tra i problemi interni che Raimondi dovrà deve appena in carica c'è quello della presunta lentezza con cui la Corte per i diritti umani riesce ad assolvere ai suoi compiti: c’è chi rileva che per un provvedimento da chiudere può trascorrere anche un anno.
MA NEL 2012 +68%. Altri, invece, tirano fuori i dati secondo cui nel 2012 la Corte ha concluso 87.879 provvedimenti, il 68% in più dell’anno precedente.
E assicurano che negli ultimi mesi «si sta andando ancora più veloce».
Però Raimondi è ritenuto un magistrato che non si limita a “fotografare” norme alla mano l’illiceità riscontrata, ma anche - laddove appare giuridicamente possibile - a sollecitarne le più urgenti soluzioni.
«COLPA DELLA LEGGE». Nella sentenza sulle violenze alla caserma Diaz, il giurista napoletano scrive chiaro e tondo che «se i torturatori e i responsabili politici di quelle torture non sono stati individuati e puniti a dovere la colpa non è della negligenza dei magistrati, ma della legislazione penale italiana che non permette di sanzionare gli atti di tortura e di prevenirne altri».
«PROBLEMI STRUTTURALI». Perciò alla Corte di Strasburgo si affida il compito di rilevare che «il carattere del problema è strutturale» e che l’Italia va sollecitata «a stabilire un quadro giuridico adeguato» per poter punire chi fa tortura.
Con buona pace dello tsunami di polemiche che ha scatenato in Italia la discussione sull’articolo 613 ter del Codice penale, quello che intende stabilire disposizioni - appunto - «contro i nuovi boia e i loro tirapiedi».

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