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STRATEGIA 27 Settembre Set 2015 0900 27 settembre 2015

Salvini e la Lega in calo: si inceppa la ruspa anti-migranti

Prima il bimbo morto a Bodrum. Poi l'accoglienza di Merkel. Il Carroccio cambia: contro i profughi toni più moderati. E Matteo pensa a Zaia candidato premier.

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Profughi sui gommoni in partenza da Bodrum.

La ruspa anti-immigrazione al momento è stata riposta in garage.
Rapido come una saetta, Matteo Salvini ha capito che gridare non basta più.
A depotenziare gli slogan della nuova era leghista nell’immaginario collettivo è stata l’immagine del bambino morto sulla spiaggia di Bodrum che ha fatto il giro del mondo.
E certamente a frenare la ruspa, simbolo fino all’estate dell’ascesa dell’«altro Matteo» nella futura corsa a candidato premier, è stata anche Angela Merkel con la sua nuova linea di apertura sull’accoglienza.
Alla quale, seppur in minima parte, si è dovuto piegare il premier ungherese oltranzista Viktor Orban.
MEGLIO ECONOMIA E FORNERO. Questo ovviamente non significa che Salvini abbia cambiato linea sull’immigrazione, bandiera delle battaglie leghiste.
Tiene duro contro i clandestini. Ma non è un caso che da un po’ di giorni preferisca buttarla sull’economia e sull’abolizione della legge Fornero.
MA I SONDAGGI PEGGIORANO. Il guaio è che, spuntata l’arma della lotta contro l’immigrazione, anche i sondaggi per la prima volta hanno cominciato a dare la Lega in flessione.
Certo, in misura lieve, almeno per ora. Ma tanto è bastato a far riposizionare “il Capitano”, come chiamano Salvini in via Bellerio, su una linea all’apparenza più moderata.
E meno rampante anche nei propositi di leadership di tutto il centrodestra, dal momento che Forza Italia e Silvio Berlusconi, nonostante tutte le scissioni subite, hanno dimostrato di tenere e, secondo i sondaggi, starebbero risalendo la china.

Matteo l'ha capito: la partita per sfondare al Sud è persa

Prima che si possano aprire crepe interne, in un partito che finora è ancora tutto ai suoi piedi, Salvini sta già studiando le contromisure.
Intanto ostenta tranquillità, consapevole del fatto che lui è sempre quello che ha salvato la Lega Nord dall’estinzione e l’ha portata a un insperato 15%, addirittura un po’ sopra la percentuale dei tempi d’oro di Umberto Bossi.
LEGA MAI OLTRE IL 16%. Solo che, come avrebbe confidato in alcune conversazioni private, secondo lui il Carroccio non potrà mai andare oltre il 15, al massimo 16%.
Come dire: la partita per sfondare al Sud è persa.
ELEZIONI SOLO NEL 2018. Al tempo stesso Matteo sarebbe ormai certo del fatto che, chiusa la partita delle riforme con un successo di Renzi, non si vada più a votare prima del 2018.
Al contrario di quanto i vertici leghisti credevano fino alle trionfanti elezioni regionali della primavera 2014, quando in via Bellerio erano convinti che le elezioni fossero praticamente dietro l’angolo, pronte ad aprire la strada all’altro Matteo come leader del centrodestra e candidato premier.
Ma l’inizio dell’autunno ha fatto dire addio ai sogni di gloria.
SCONTRI PERSONALI ACCESI. E Salvini ha iniziato a mettere le mani avanti. “Il felpato”, altro nomignolo attribuitogli dai militanti, conosce bene come funzionano le cose nel suo partito, dove le correnti non sono mai state ammesse, ma proprio per questo gli scontri personali rischiano di essere molto più feroci che in altri partiti.
Ne sa qualcosa Bossi, che come ha scritto Lettera43.it non è stato avvertito neppure dai suoi parlamentari che Camera e Senato si costituiranno parte civile contro di lui al processo Belsito.

Salvini-Calderoli-Giorgetti, trio imprescindibile

Umberto Bossi e Roberto Calderoli.

Salvini, che si regge essenzialmente sulla sua spiccata capacità mediatica, deve fare i conti con le stratificazioni di potere interne alla nomenklatura leghista.
È vero che nessuno potrà ora più dire che lui è il segretario perché lo ha messo lì Roberto Maroni, con il quale continua ad avere un ottimo rapporto ma, come dicono i bene informati, alla fine Matteo fa sempre di testa sua.
È vero che lui è l’uomo che ha salvato il Carroccio.
Ma non c’è dubbio che il governatore lombardo insieme a Roberto Calderoli - il pirotecnico vice presidente del Senato - e a Giancarlo Giorgetti - il “Gianni Letta” padano, il cui potere interno è sopravvissuto a tutti i segretari leghisti - forma un trio dal quale nessun leader in camicia verde può prescindere.
MATTEO IL PIÙ POPOLARE. Quanto a popolarità Salvini li ha surclassati alla grande.
Emblematica l’immagine della visita fatta alcuni giorni fa dal “Capitano” con Maroni, all’autodromo di Monza.
Tutti i selfie per Salvini, qualche stretta di mano per il governatore lombardo, colui che solo tre anni fa era indicato come un possibile candidato premier del centrodestra, anche grazie ai consensi ottenuti come ministro dell’Interno nell’ultimo governo Berlusconi.
Ma proprio perché così vanno le cose del mondo leghista, ora l’altro Matteo starebbe iniziando a consolidare la sua forza nelle assemblee elettive.
FEDELISSIMO IN LOMBARDIA. Ha iniziato mettendo un suo fedelissimo, Massimiliano Romeo, come capogruppo al consiglio regionale in Lombardia.
Ma quanto ai gruppi parlamentari, fortissima è l’influenza di Roberto Calderoli al Senato, e quella di Giorgetti alla Camera.
Tutti salviniani ovviamente, ma è un fatto che il leader è europarlamentare e siede sugli scranni di Strasburgo, a tante miglia di distanza.

Sulla Rete si rischia di essere surclassati dai cinque stelle

Matteo Salvini e Beppe Grillo.

Salvini poi deve fare anche i conti con una certa fragilità organizzativa del Carroccio.
Cosa impensabile ai tempi d’oro di Bossi, che costruì la Lega sul modello del vecchio Pci, con una struttura fatta di sezioni, uno schema pesante per mettere il partito al riparo dalle intemperie.
Ora molte sezioni sono chiuse, con la motivazione che non ci sono più soldi nelle casse.
E il rischio è che la Lega navighi solo sulla Rete di internet, dove Salvini è abilissimo.
Ma il Carroccio in questo rischia di essere ampiamente surclassato dal Movimento 5 stelle, la cui crescita farebbe già perdere qualche sonno a Salvini.
PESA IL DIALOGO CON SILVIO. Il quale comunque si sarebbe detto sicuro che la lieve frenata nei sondaggi è anche da attribuire al dialogo con Forza Italia.
Cosa però di cui non può fare a meno se vuole vincere almeno a Milano, dove la Lega ha sempre qualche problema a sfondare.
Salvini ha deciso che non si candiderà anche perché non vuole tirarsi indietro dalla gara su scala nazionale.
Sarà lui il candidato premier leghista? Forse no.
E il passo indietro sarebbe un’altra importante medaglia a suo merito.
L'ARMA SEGRETA È ZAIA. Si dice che al momento opportuno tirerà fuori la sua arma segreta. Ovvero il veneto Luca Zaia, il governatore più votato d’Italia.
“Luca”, l’ex pr in gioventù del “Manhattan” di Godega di S. Urbano, è quel leghista e gentiluomo, dai modi gioviali e un po’ democristiani, radicatissimo sul territorio, al quale, secondo il ragionamento del “Capitano”, Forza Italia non potrebbe dire no.
Tanto più se Berlusconi non avrà ancora tirato fuori dal cilindro quel leader dei moderati che da tempo va cercando. Ma da qui al 2018 nella politica italiana sarà trascorsa un’era geologica.

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