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BASSA MAREA 29 Settembre Set 2015 1809 29 settembre 2015

Poveri gauchistes italici, pure Marx li criticava

Eterni insoddisfatti, all'azione preferiscono le idee. Anche se non portano voti.

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Una grafica ironica sul Communist Party.

La sinistra italiana è insoddisfatta. È al governo, ma fatica a trovare se stessa.
Abbiamo in Italia una gauche problematica. E tanti gauchistes delusi.
Il gauchisme, dice la terminologia politica francese che lo ha inventato, è «quella corrente politica estrema che, in seno a un partito di sinistra, definisce l’attitudine dei partigiani delle soluzioni estreme». A parole, in genere, in Italia.
Appannate – per ora – le rivoluzioni, il gauchiste doc ha un sottofondo nostalgico, un congelato di un’era precedente e migliore, quando si poteva sognare.
HA SEMPRE PAURA PER LA DEMOCRAZIA. In questa vita mediocre il gauchiste non ha mai abbastanza libertà, mai abbastanza diritti, democrazia, sogni. E ideali conclamati. Il gauchiste, permanente od occasionale, ha sempre bisogno di salvare una «democrazia minacciata», dalla vecchia Dc prima, da Craxi e poi da Berlusconi, adesso da Renzi.
Negli ultimi 30 anni circa l’Italia ha corso vari rischi di credibilità con Berlusconi, e ne corre ancora, ma non molto sul fronte dei diritti fondamentali di libertà, neppure con il renzismo.
Non più di altri a noi vicini, almeno. La malavita organizzata è forse più pericolosa, oggi. Il gauchiste però è sempre di vedetta. Una sua grande bandiera, e distintivo, è stata «la Costituzione più bella del mondo», intoccabile quindi.
Pippo Civati e Gianni Cuperlo a volte assumono, o assumevano, i toni del gauchiste. Rifondazione, quando esisteva, era a consistente componente gauchiste, anche se c’era altro.
Il bersaniano Miguel Gotor e altri rientrano adesso nella tipologia. Le lotte di potere sono sempre lotte di principio, per loro, e viceversa.
ETERNO MILITANTE SESSANTOTTINO. Che Guevara, sguardo al futuro, è da quasi mezzo secolo la più alta bandiera gauchiste. L’ultima, su scala minore, è stata quella di Yanis Varoufakis. Il gauchisme come protesta, come saperla “cantare” a “quelli là”, come beau geste. E poi, i risultati?
Si tratta di un mondo dove convivono animi nobilissimi ed esagitati. Il vero gauchiste ha sempre militato nell’avanguardia. Nell’Inghilterra degli Anni 30 per lui, intellettuale, la parola socialismo aveva «una vaga minaccia di futura violenza», scriveva George Orwell in The Road to Wigan Pier, dove osservava anche che «questo credo non si trova mai nelle sue forme più pure in un vero proletario».
Nell’Italia postbellica il gauchiste era come minimo ingraiano nel Pci: appoggiava se socialista massimalista l’interminabile 68 nostrano, trionfo e ultima palestra di ogni vero gauchisme d’antan, e fino al 1977 se comunista parlava di «compagni che sbagliano», formula scoperta quando le Br sequestrarono il capo del personale di Mirafiori, Ettore Amerio, a Torino a fine 1973; il gauchiste firmava nel 71 se “intellettuale” documenti di piena e combattente solidarietà ai militanti di Lotta Continua arrestati.
Poi lo scenario cambiava, il dubbio accompagnava il calo di identità. Ma il vero gauchiste sa dove sta la sinistra. Nel suo cuore.

Tra gli habitués della rivoluzione senza idee per il futuro

Un'opera d'arte ispirata a Karl Marx.

Oggi il gauchiste è un difensore di quella democrazia che un tempo definiva “formale”. E chi, fra i cittadini degni di questo nome, non è un difensore della democrazia, cioè dei compiti della maggioranza e delle garanzie per la minoranza?
Il gauchiste obietterebbe, perché per lui in fondo l’idea si pesa e non si conta, e i numeri non sono tutto. Vero. Ma senza numeri, come si fa?
Alexander Herzen, il grande esule e polemista russo precursore secondo Lenin della rivoluzione bolscevica, descrive nelle sue Memorie i gauchistes europei del 1848-49, in costante, delusa attesa di un altro 1792 parigino che arrivò solo con l’ottobre sovietico, così come i nostri sono in costante attesa, come minimo, di un altro 68.
Li chiamava «gli habitués della rivoluzione», i «coristi», a volte nobili e coraggiosi, in genere «assai limitati e straordinariamente pedanti, immobili conservatori in tutto ciò che è rivoluzionario, già fermi prima ancora di arrivare a qualcosa che sia un programma e incapaci di andare avanti».
Nessun piano per il dopo. «L’ispirazione sarebbe scesa su di loro come lo Spirito Santo sugli apostoli». Erano «i perfetti pretendenti della Penelope rivoluzionaria».
Oggi, gli scudieri della democrazia assediata.
CRITICATI PURE DA MARX IN PERSONA. Marx in persona, ricalcando Herzen, osservava nel 1873 che il movimento dell’Internazionale gli sembrava in Italia ostaggio di una «combriccola di spostati», guidato da «avvocati senza cause, medici senza ammalati e senza scienza, studenti assidui al biliardo, commessi viaggiatori e altri impiegati di commercio, e soprattutto giornalisti della piccola stampa dalla reputazione più o meno dubbia».
Forse intravedeva Mussolini? Trenta anni dopo il socialismo era molto cambiato e in meglio, in Italia, ma spesso sempre dedito alla più intransigente «difesa dell’idea».
Toccò a Lenin, di fatto, con L’estremismo, malattia infantile del comunismo (1920) , un «manuale di strategia e tattica», sanzionare i gauchistes dei suoi tempi. Un vero comunista raramente è gauchiste, e solo strumentalmente, se serve alla causa.
Ma, spento il faro moscovita, da tempo è così difficile dire che cosa «è di sinistra». Alle vecchie definizioni leniniste se ne sono sostituite altre, più occidentali. E una che potrebbe aiutare a rinfrescare l’aria viene dal più colto fra i politici americani degli ultimi 50 anni, il senatore democratico Daniel Patrick Moynihan, scomparso nel 2003. Dopotutto è al liberalism occidentale, e americano, che gran parte della sinistra ufficiale italiana oggi (vagamente) vorrebbe ispirarsi, assai più che a Marx, e scartato del tutto Lenin.
ALL'AZIONE PREFERISCE L'IDEA. «La verità centrale dei conservatori», diceva Moynihan pensando ovviamente a quelli del suo Paese, «ritiene sia la cultura (il modo di pensare e agire, non l’istruzione in sé, ndr) a determinare il successo di una società. La verità centrale dei liberal è che la politica può cambiare una cultura e salvarla da se stessa». Si può cambiare cioè, con leggi sufficientemente condivise, un’azione politica costante e incisiva, e altro.
Ma non si può dimenticare – questo invece il credo conservatore - che la cultura di un Paese a volte è molto restia a cambiare. Le deportazioni staliniane degli Anni 30 in Siberia erano identiche a quelle dello zar Nicola I Romanov 100 anni prima.
Ma un gauchiste doc che dichiara la sua fede «negli ideali del cambiamento, del progresso, della pace, della giustizia, della fratellanza» ecc. ecc., un proclama così assoluto da rendere inconcepibile un credo opposto (regresso, guerra, ingiustizia, odio) e quindi un po’ irreale, potrà avere pazienza con complicazioni come la Storia, e la politica? Per lui le categorie alla Moynihan sono acqua fresca.
Dov’è il brivido del mondo futuro, dove l’ideale, dove il progresso vero? Tra l’azione e l’idea il gauchiste non ha dubbi, meglio l’idea, che appunto è azione.
La questione è che la maggioranza difficilmente sarà d’accordo. Vuole obiettivi più chiari, conseguibili, compatibili. Se l’ “idea” è salva, in genere mancano i voti. Destino cinico e baro.

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