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MAMBO 30 Settembre Set 2015 1008 30 settembre 2015

Ma essere comunisti era davvero il male assoluto?

Aver distrutto l’intero campo culturale del Pci è un errore che oggi paghiamo caro.

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Ingrao con Achille Occhetto.

Dopo i funerali, Pietro Ingrao sarà consegnato definitivamente alla storia, al mondo dei ricordi, all’album di famiglia di milioni di persone che sono state di sinistra e/o comuniste.
L’immagine del leader del Pci è stata trattata dai media con rispetto, i più innamorati di lui ne hanno esaltato la figura e il carisma, altri, con puntiglioso fastidio, hanno ricordato i suoi punti neri, uno su tutti, la scelta a favore dell’Urss ai tempi dell’invasione dell’Ungheria nel 1956.
Particolarmente irritati, non scrivo “irritanti” perché non mi hanno fatto alcuna impressione, i commenti di ex socialisti, che ogni volta che un leader del Pci viene ricordato per la dirittura morale e il seguito di popolo sono pronti a rispolverare antichi argomenti anti-comunisti.
Anche a Giorgio Napolitano, per fortuna fra noi, tocca di doversi misurare con queste zone di astio e di invidia a sinistra. A Ingrao è toccato sentirsi definire anche ex fascista perché da ragazzo aveva partecipato ai Littoriali come tanti giovani della sua generazione. Sono miserie.
IL BRACCIO DI FERRO CON OCCHETTO. Il tema dell’Ungheria resta in campo, l’errore del Pci e dei suoi dirigenti, tranne Di Vittorio, fu grande, il contesto, per chi vuole ragionare e chiede che sia fatto quando ci si occupa della propria parte politica, va tenuto in considerazione. Purtroppo accade, invece, una cosa che io definisco immorale.
La “damnatio” contro chi è stato nel Pci prosegue in modo petulante, instancabile, ferma agli anni della Guerra fredda. Eppure i comunisti italiani, nella loro stragrande maggioranza, hanno scelto di sciogliere il proprio partito riconoscendone gli errori. Chi non l’ha pensata così ha comunque per oltre metà della sua vita fatto autocritica per le scelte più sbagliate di quella militanza. Non a caso Ingrao è ricordato come l’uomo del dubbio, del pluralismo, della democrazia. Basta cosi.
C’è un tema intrigante che, invece, ha sollevato Achille Occhetto, seguace del vecchio Pietro per decenni, poi allontanatosi da lui e infine contrapposto a lui - o fu vero il contrario? - quando, con la Bolognina, avviò lo scioglimento del Pci e tentò di dar vita ad una forza di sinistra e democratica.
Ha detto Occhetto che lo scontro politico, culturale e emotivo che ebbe allora con Ingrao segnò tutti i processi successivi della nuova creatura, la famosa “Cosa”. Ha aggiunto che all’epoca sbagliarono tutti e due, cioè lui e Ingrao, e si è chiesto che cosa sarebbe stato della sinistra se quello scontro non avesse portato alla separazione e le parti avverse avessero trovato un punto di incontro.
LA ROTTURA INEVITABILE DELLA BOLOGNINA. Domande cruciali, che non cambiano ovviamente la natura dei processi, peraltro ancora in corso, ma che interrogano su due questioni: la svolta della Bolognina doveva essere fatta proprio come fu fatta? La rottura era inevitabile?
La spaccatura, diciamolo subito, era inevitabile. Il cambiamento proposto da Occhetto era gigantesco e il suo merito per averlo provocato è assoluto. Si può discutere se il Pci fosse finito con la morte di Berlinguer, tesi del film di Veltroni, ma quella storia non aveva più fiato.
Alcuni, Ingrao fra questi, pensarono che il termine “comunista” racchiudesse idealità così forti che neppure lo scempio di quel nome fatto da tutte le dittature rosse valesse il sacrificio della rinuncia. Persino la cosiddetta “destra comunista”, fra cui c’era un leader pensoso come Paolo Bufalini, immaginò, in quella temperie, che il nome andasse conservato magari aggiungendo al termine “comunista” l’aggettivo “democratico”.
I fatti accaduti dopo impediscono, a mio parere, di revocare la giustezza della scelta di Occhetto. Tranne che su un punto, dove si incentra l’interrogativo del fondatore del Pds, poi diventato Ds e oggi Pd, in associazione con altri.
L'ERRORE STORICO DI AVER DEMONIZZATO LA CULTURA COMUNISTA. Si poteva fare diversamente? Si poteva fare senza concedere a una platea di non comunisti e di anticomunisti il bagliore delle fiamme di una tradizione lunga piena di errori che, tuttavia, non offuscano il grande contributo democratico del Pci? Si poteva sciogliere un esercito e togliere una “patria” ai suoi tanti sostenitori senza disarmarli di tutto, ma proprio di tutto? Dopo tanti anni credo si possa dire che ha ragione Occhetto quando autocriticamente si chiede se si potesse immaginare un altro percorso.
L’aver distrutto e demonizzato un’intero campo politico-culturale, un’esperienza umana condivisa da milioni di persone, ha consegnato a pensieri deboli e aggressivi tanta parte di umanità e tanto futuro dell’Italia. Il limite del nuovismo, termine coniato proprio negli anni di Occhetto, fu proprio quello di non voler discuter serenamente del passato, di non voler conservare nulla, neppure i sentimenti, di considerare la storia sempre pronta a nuovi inizi.
La mia convinzione profonda che la Seconda repubblica sia stata molto deludente mi fa pensare che sia noi, che siamo stati comunisti, sia i liberali e i cattolici democratici abbiamo accettato, o addirittura festosamente partecipato, all’assassinio di intere culture politiche.
Un errore nostro, un errore per i nostri figli, la fonte di legittimazione di tante idee, oggi molto di moda, che stanno distruggendo l’anima del Paese e il suo tessuto connettivo. Ditemi pure nostalgico, non mi offendo.

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