Caccia Russi 150930144247
DIPLOMATICAMENTE 30 Settembre Set 2015 1752 30 settembre 2015

Nel risiko siriano restano troppi scenari aperti

I rompicapo di Damasco: rebus territori, nuove alleanze sciite e quelle tra estremisti.

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I caccia russi nei cieli della Siria.

Quando ci si fa paladini di valori alti e di principi universali occorre essere anche pronti a lottare per affermarli o per difenderli nel momento in cui essi siano minacciati o calpestati.
Se manca questa determinazione pur avendo gli strumenti per darvi seguito concretamente, lo sbocco è pressocché inevitabile. Quei diritti e quei valori risulteranno violati e/o calpestati in virtù di altre logiche: di potere, di ignoranza, di furbizia, etc.
Logiche che rimandano al realismo del “male minore”, ovvero di un’emergenza prioritaria.
IL BUCO NELL'ACQUA DI BARACK. Il presidente Obama si è posto consapevolmente in questa scomoda e perdente posizione fin dalla prima ora della crisi siriana quando ha affermato con forza, giustamente, ma senza darvi un seguito adeguato, che Bashar al Assad era indegno di governare la Siria, che doveva andarsene. Hillary Clinton era arrivata a dichiarare, ben tre anni fa, che Bashar aveva i giorni contati.
Ha peccato di omissione di soccorso degli insorgenti prima (2011-2012); si è poi sottratto all’annunciata punizione per l’uso dei gas (2013) da parte di Bashar quando era evidente che la sua politica criminale stava offrendo un micidiale brodo di coltura per l’allora Stato del levante e dell’Iraq, per Al Qaeda e per altre milizie anti regime che affluivano in quel Paese. Ha quindi messo in piedi una coalizione internazionale destinata al fallimento per la consapevole mancanza di un apporto di adeguate forze terrestri che né lui né i suoi alleati volevano schierare.
Obama ha ragione oggi a ribadire la sua condanna politico-morale di Bashar; ragione da vendere, ma più sul terreno dell’oratoria che su quello reale. E comunque non sufficiente adesso a contrastare il disegno di Putin che sull’altare degli interessi di fondo del suo Paese, elevati al rango di ideali e valori supremi, è ben altrimenti determinato a promuoverli e nel caso a imporli: anche mettendo gli stivali russi sul terreno di guerra.
IL GIOCO FORZA VINCENTE DI PUTIN. Diciamoci pure che grazie alla sua forza autocratica Putin può permettersi un gioco più disinvolto e risultare alla fine un più abile tattico e stratega.
Sta di fatto che dopo aver sparigliato le carte con l’annuncio della sua operazione militare sulle basi operative di Latakia e Tartous, le ha nobilitate in nome di una guerra al terrorismo dell’Isis, che era obiettivamente impossibile delegittimare, e di un’incapacità della coalizione internazionale a guida americana che era difficile contestare. Ha poi gettato sul tavolo l’asso di un accordo di intelligence con Teheran, Baghdad e Damasco, la triade sciita del Medio oriente (+ Hezbollah libanese), dalle chiare ricadute anche in chiave militare.
Una brutta sorpresa per Obama che si è sentito in qualche modo giocato da una Teheran che, soprattutto dopo l’accordo sul nucleare, aveva accreditato la dichiarata volontà di un approccio costruttivo col resto del mondo (ma che non contempla il Medio Oriente evidentemente).
Non minore il disappunto per la condotta di una Baghdad, che in questo critico momento non ha voluto/potuto fare una scelta diversa.

L'Europa senza strategia comune

A Obama è venuta meno anche la stampella anche solo di facciata dell’Unione Europea.
In palese dissolvenza dallo scenario dell’Alto Rappresentante Mogherini, impegnata a ribadire che non vi può essere soluzione militare alla crisi siriana – ciò di cui anche i più scettici sono naturalmente d’accordo, ma non sta lì il problema – la parola è passata ai singoli Stati membri che nulla hanno fatto per marcare la diversità delle loro rispettive posizioni.
I meno smaliziati si sono interrogati sulle ragioni che hanno indotto Hollande a spedire i propri aerei a bombardare l’Isis in Siria che hanno semplicemente confermato l’irriducibile ansia di protagonismo di Parigi. Londra ha fatto un passo in avanti nella stessa direzione per poi rimanere in bilico.
Berlino, la pacifista, ha rielaborato la tesi del male minore, del realismo, pensando in cuor suo che grazie anche all’afflato pro-migranti siriani abbia fatto salire i suoi crediti per partecipare a pieno titolo al futuro negoziato sulla transizione di Damasco.
DALL'ITALIA MOLTA CONFUSIONE. L’Italia del presidente Renzi ha volto ribadire l’impegno del governo a contribuire all’azione della coalizione internazionale a guida americana, così come alla già citata soluzione politica. Nello stesso tempo ha voluto togliersi dalla scarpa il sassolino del non invito a una riunione a quattro a Parigi sul Medio Oriente e la Libia per attaccare l’iniziativa militare di Hollande, con un riferimento assai poco congruo alla dinamica libica.
Penso che Obama non facesse molto affidamento sull’appoggio dell’Europa, ma certo adesso ne farà ancor meno.
In queste condizioni è maturato il faccia a faccia di New York maturato nell’ultimo colloquio Kerry-Lavrov.
Il presidente americano infatti, che all’idealismo ha sempre associato un notevole dose di pragmatismo, ha dato mostra di aver capito fin dalle prime avvisaglie dell’operazione militare che la mossa di Putin era vincente e gli poteva anzi aprire la prospettiva di un’utile via d’uscita dallo stallo in cui era impantanata la crisi siriana.
E aveva dato tempestivi segnali di disponibilità nei riguardi della sfida/proposta di Putin nelle ultime settimane.
A New York, dopo un ispirato e abile discorso, si è spinto a tradurla in un’opzione di convergenza con l’avversaria Mosca sul piano militare, contro il terrorismo targato Isis. Con un caveat - «Bashar deve andarsene!» - che ha avuto il sapore di una petizione di principio retorica.
Comprensibile anche il tentativo di sostenere l’impossibile e cioè la necessità di condurre la battaglia sia contro l’Isis sia contro Bashar.
Penso sia consapevole che l’unica aspettativa che può concretamente coltivare è quella di salvaguardare in qualche modo le milizie della libera armata siriana e che sia ben più praticabile, anzi necessario anche a quel fine, il sollecito avvio del negoziato.
E pazienza se in questa logica il male minore è Bashar.
RIMANGONO TRE QUESITI ANCORA APERTI. Del resto, ci ha pensato il fido John Kerry ad aprire il varco della flessibilità del realismo, sottolineando come la dipartita di quel criminale potrebbe avvenire in tempi non necessariamente immediati.
Mentre la diplomazia ritrova così l’imbastitura di un negoziato in buona parte dall’esito scontato, salvo sorprese dell’ultima ora, restano aperti tre interrogativi tra i tanti sollecitati dalla devastante crisi siriana.
Il primo: quanto territorio siriano può dirsi oggi controllato dai presumibili partecipanti al tavolo negoziale e quanto territorio “da riconquistare” finirebbe inesorabilmente per favorire Mosca e il terzetto sciita Teheran-Damasco-Baghdad?
Il secondo, conseguente: come si materializzerà questa nuova versione di lotta all’Isis, che potrà avvalersi adesso di una ben diversa saldatura tra forze di cielo e di terra, ma dove queste ultime avranno una decisiva composizione sciita?
Il terzo: e se la minaccia di quest’offensiva propiziasse una convergenza tattica – tutt’altro che da escludere - se non addirittura un’alleanza tra le principali milizie anti-Bashar dell’estremismo/terrorismo islamico operanti in Siria?
In attesa di una risposta che solo il tempo ci darà, resta una cosa certa: l’immensa catastrofe siriana continua.

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