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ACCERCHIAMENTO 1 Ottobre Ott 2015 0700 01 ottobre 2015

Marino, un uomo solo a Roma: elezioni inevitabili

Assessori. Pd romano. Renzi. Santa sede. Tutti ormai scaricano Ignazio Marino. Rimpasto di giunta inutile: si vota nel 2016. E un Giubileo flop può essere fatale.

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Ignazio Marino e Matteo Orfini.

Ignazio Marino è assediato nel bunker che si è costruito con le sue stesse mani.
Quella che doveva essere una fortezza a protezione della sua azione politica, piano piano si sta trasformando in una fossa da cui non riesce più a uscire, stretto nella morsa di Matteo Renzi, del Pd romano, del Movimento 5 stelle, di Alfio Marchini, Matteo Salvini, Giorgia Meloni e ora perfino del papa.
GELO CON GLI ASSESSORI. I suoi assessori fanno fatica a parlargli, e non solo perché ultimamente sta più negli Stati Uniti che a Roma, quanto per il fatto che non dà retta nemmeno a quelli che gli hanno dimostrato fedeltà e lealtà nei momenti peggiori del suo mandato.
Fuori dal Campidoglio c'è buona parte della cosiddetta società civile che vorrebbe il suo scalpo, mentre nelle alte sfere dei palazzi del potere romano già si sente l'odore acre della nuova campagna elettorale.
SI VOTA GIÀ NEL 2016? Probabilmente già a primavera del 2016, quando alle urne sono chiamati anche i cittadini di altre città, come Milano, Napoli, Bologna e Torino.
Roma, dunque, è a rischio elezioni anticipate, proprio come immaginava il premier-segretario del Partito democratico solo a giugno 2015, salvo poi essere stato costretto a rinfoderare la sciabola da uno dei suoi tanti vice, Matteo Orfini, presidente del partito nazionale e commissario dei dem capitolini.
RIMPASTO INEFFICACE. Fu il barbuto giovane turco, infatti, a salvare la pelle di Marino dalla fatwa del fiorentino, pronto a fare stare “sereno” anche il sindaco della Città eterna.
Orfini in cambio ottenne il rimpasto di giunta, con l'ingresso di due elementi in posti chiave, come Giovanni Caudo al Bilancio e Stefano Esposito ai Trasporti.
Il primo con poca esposizione mediatica, il secondo con sovraesposizione (anche per “meriti” personali nello scatenare polemiche infinite quanto sterili, vedi quella sul tifo calcistico).

La spada di Damocle del Giubileo

Piazza San Pietro in Vaticano.

Oggi nemmeno più Orfini riesce ad avere quella forza d'impatto necessaria a fronteggiare un caterpillar come Renzi, uno che se si mette in testa di 'far fuori' politicamente qualcuno ci riesce sempre.
Soprattutto se appartiene al Pd.
«Marino faccia il sindaco di Roma, ma meglio di come ha fatto finora», ha detto Orfini ad Agorà su RaiTre.
Se poi ci si mette anche il Santo padre, l'accerchiamento è completo.
«NON AVREI RISPOSTO». «Se me l'avessero fatta a me quella domanda sul mio invito, avrei risposto 'Non è questo lo scopo del viaggio e della conferenza stampa'», ha detto il sindaco il primo ottobre a Unomattina, 'bacchettando' il papa.
Anche le parole rubate a monsignor Paglia durante La Zanzara («Marino si è imbucato, Francesco era furibondo») hanno fatto scalpore, gettando benzina sul fuoco, ma non hanno sorpreso nessuno.
CITTÀ IN ALTO MARE. A due mesi dal Giubileo, che si apre a dicembre 2015, la città è ancora drammaticamente indietro sia nell'organizzazione sia nelle infrastrutture.
E anche nel piano pulizia-trasporti-decoro, proprio le tre priorità indicate da Marino a ogni occasione pubblica.
Le periferie destinate ad accogliere i pellegrini sono ancora maltenute, i cassonetti pieni vengono svuotati con troppa lentezza e gli autobus (quando passano) devono pure fare le riverenze agli automobilisti incivili, altrimenti a qualcuno parte pure la brocca e manda in ospedale l'autista.
POCHE LE VITTORIE. A poco servono le vittorie (preziosissime, sia chiaro) per la chiusura della discarica-vergogna di Malagrotta o l'allontanamento dei camion-bar dalle zone del centro storico, o le chiusure ai motorini di alcuni quadranti.
«Roma l'ho rianimata, diamo fastidio perché cambiamo», continua a ripetere Marino.
Benissimo anche l'annullamento dei bandi di gara sospetti o la revisione di tutti gli accordi per l'affidamento delle case del Comune ai non abbienti.
ASSALTO DEI PELLEGRINI. Una novità per il Campidoglio, ma non basta. Perché quando Roma sarà presa d'assalto da migliaia di pellegrini, lo spettacolo a cui assisteranno - se le cose non cambieranno in meno di 60 giorni - sarà inquietante.

Ormai persa anche la fiducia del Vaticano

Papa Francesco e Ignazio Marino.

La mosca al naso è saltata anche a papa Francesco, che avrebbe potuto far spallucce alla domanda «chi ha invitato Marino a Filadelfia?», invece ha voluto rispondere e dare una fortissima spallata al primo cittadino.
Anche sulle spese per questo ennesimo viaggio non c'è ancora chiarezza.
USA, QUANTI GUAI. Il 'sor Ignazio' sostiene che i romani non hanno speso un euro, il senatore del Nuovo centrodestra Andrea Augello dice invece che 2 biglietti su 4 sono a carico del Comune.
La città di Filadelfia dice di non aver cacciato un dollaro e l'università della cittadina americana, alla fine, afferma di averci messo i soldi di tasca propria, ma solo per gli spostamenti, non per l'alloggio.
Insomma, gli States non portano fortuna al sindaco della Capitale.
A MIAMI VACANZA BOOMERANG. La vacanza agostana a Miami fu già un mezzo disastro mediatico.
Mentre in patria si celebravano i pomposi funerali del capostipite dei Casamonica e nei palazzi della politica si tenevano le prime due riunioni per il Giubileo, il chirurgo dem si immergeva nelle acque cristalline americane.
Ora, mente la macchina organizzativa ha - Dio solo sa quanti - intoppi, il nostro si è andato a «imbucare» (parole di monsignor Paglia) a Filadelfia.
LOMBARDI PROVA A MEDIARE. E di sicuro non saranno le secchiate d'acqua di padre Lombardi, responsabile della comunicazione vaticana, a spegnere il fuoco.
«I rapporti fra rappresentanti la Santa sede e le Autorità italiane a proposito del Giubileo si sono sempre svolti e continueranno a svolgersi con serenità e correttezza nelle sedi appropriate», ha scritto in una nota il prelato.
«Affermazioni riportate da una conversazione privata, ottenuta con inaccettabile inganno, non possono esprimere in alcun modo le posizioni della Santa sede».
Appunto, «serenità». L'ultimo che doveva rimanere sereno faceva il premier prima di Renzi. Ora insegna in Francia.

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