CONFLITTO 1 Ottobre Ott 2015 1100 01 ottobre 2015

Perché Assad è la chiave della guerra siriana

I crimini. La repressione. Il peso strategico. Bashar è decisivo in Medio Oriente. Unico superstite delle primavere arabe. Che continua a dividere l'Europa. Foto.

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Come di regola succede ai despoti ridotti all'osso, anche in Siria il detentore del potere non ha intenzione di mollare pacificamente il trono che la sua famiglia regge dal 1970.
La fine di molti regimi simili a quello di Bashar al Assad insegna che quasi mai il dittatore di turno realizza che è il tramonto è arrivato (guarda la gallery).
IL SANGUE COME COSTANTE. Gheddafi, Saddam Hussein, Mubarak, lo Scià di Persia nel 1979: nessuna di queste autarchie si è conclusa senza spargimenti di sangue.
Ciò che fa la differenza è la resistenza al cambio di potere, e il conseguente numero di morti provocati dalla tenacia del regime.
NEL 2011 SEMBRAVA SPACCIATO. Quando nel 2011 le “primavere arabe” sollevarono alcuni dei più longevi raìs Medio Orientali, tutti gli analisti si aspettavano che Assad avrebbe fatto rapidamente la fine degli altri.
Di mese in mese i media mondiali annunciavano come vicina e inevitabile la sua caduta, dopo che era rimasto solo a livello internazionale, eccezion fatta per Iran e Russia.
Dopo quattro anni e mezzo di guerra civile e con un Paese ormai sbriciolato in mille fazioni che si combattono tra loro, Bashar al Assad è ancora al potere.
UN DITTATORE DEBOLE, MA FORTE. Quello che forse gli osservatori internazionali non hanno capito del personaggio Assad è che non bisogna sottovalutare un uomo alle corde.
La rivista americana New Republic sintetizzava così nel dicembre 2013 la posizione di Assad: «Ciò che gli “outsider” sono stati lenti a realizzare è che, nel gioco che Assad sta facendo, un uomo debole (o così percepito) si può aggrappare al trono tanto tenacemente e violentemente quanto un uomo forte».
PAESE STRATEGICAMENTE CHIAVE. Limitare la resistenza del regime in Siria a un aspetto psicologico è ovviamente riduttivo.
La particolare posizione del Paese nello scenario Medio Orientale, che divide Iran e Arabia Saudita così come Usa e Russia, è la principale causa del prolungarsi della guerra civile.
Non sarebbe però possibile spiegare il quadro del Paese senza raccontare l'uomo arroccato nei suoi palazzi di Damasco.

Il dittatore siriano (secondo da sinistra) con il padre i fratelli.

ASSAD SALITO AL POTERE NEL 2000. Circondato da nemici che vogliono la sua pelle, Assad ripensa ai sogni giovanili, quando voleva diventare un dittatore illuminato.
Cresciuto all'ombra del temuto padre Hafez, al potere dal 1970, Bashar non voleva seguirne le orme.
Salito al potere nel 2000 dopo la morte del padre, il neo presidente promise da subito riforme economiche e politiche, desiderando lasciarsi alle spalle il clima di terrore lasciato dal padre.
OGNI MODERNIZZAZIONE FALLITA. Come spesso accade agli autocrati, la distanza dalla realtà del Paese che si prometteva di modernizzare ha portato al fallimento della sognata modernizzazione.
La popolazione siriana, in gran parte sunnita, non ha mai sopportato un regime alawita (un ramo dello sciismo) che conferiva tutti i privilegi a una piccola minoranza dei cittadini.
REPRESSIONE AL VIA QUATTRO ANNI FA. Quando nel 2011 si scatenarono in tutto il Paese manifestazioni contro il governo, Assad si convinse di essere vittima di un complotto internazionale per sollevarlo e iniziò una repressione contro il popolo siriano che presto si trasformò in guerra civile.

Il dittatore è la soluzione o il problema?

Una foto di Bashar al Assad bruciata da manifestanti.

Oggi il nodo di Assad è il vero impasse a tutte le soluzioni possibili nella guerra siriana: dal punto di vista militare è il fronte più forte, e quindi quello più conveniente da sostenere (è il motivo della posizione russa, che ha iniziato i bombardamenti nel Paese), ma dal punto di vista politico è indifendibile e insostenibile da nazioni democratiche come gli Usa o la Francia che ne denunciano i crimini.
L'EUROPA SI È RISVEGLIATA. Sembra che la crisi dei migranti in Europa (in maggioranza siriana) abbia svegliato improvvisamente molti governanti mondiali, desiderosi di mostrarsi impegnati contro l'emergenza Isis (come la Francia) o di ritagliarsi uno spazio nello scenario Medio Orientale (come la Russia).
Ora la Francia ha riaffermato la sua particolare linea, estremamente dura contro l'Isis, ma anche contro il regime di Assad.
LA FRANCIA ACCUSA ASSAD. Mercoledì 30 settembre la procura di Parigi ha aperto un'inchiesta contro di lui, accusandolo di crimini contro l'umanità commessi in Siria tra il 2011 e il 2013.
Secondo i media francesi l'indagine sarebbe stata aperta il 15 settembre e si baserebbe sulla testimonianza di “Cesar”, un ex fotografo della polizia militare di Damasco scappato dalla Siria portando con sé 55 mila foto di violenze e corpi torturati.

Parigi da sempre instransigente con Bashar

Una bandiera siriana con il volto del presidente Bashar al Assad.

La posizione della Francia contro il governo dittatoriale di Bashar al Assad è molto dura fin dalle prime rivolte contro il presidente siriano nel 2011.
Quando nel 2013 gli Stati Uniti schierarono una flotta davanti alle coste della Siria, il governo francese spinse per l'intervento, poi mancato grazie alla diplomazia russa e alla promessa del regime di consegnare le armi chimiche.
INORRIDITI DAI CRIMINI. La posizione intransigente francese verso Assad è validata dai crimini che il suo governo ha perpetrato negli anni contro gli stessi cittadini siriani.
Fece inorridire il mondo l'attacco chimico sugli abitanti di Ghuta nel 2013, e in quell'occasione Washington fu sul punto di intervenire, perché Assad aveva superato quella che era considerata la red line.
USATE BOMBE A BARILE. Ma non meno terribili sono le famose barrel bombs, grezze bombe a barile usate contro le città ribelli siriane, che a causa della loro imprecisione fanno strage di civili nel Paese.
O le accuse alla polizia politica di Damasco, accusata fin da prima della guerra civile di torture e soprusi sulla popolazione, certo non diminuiti dall'inizio del conflitto.
UN GESTO POLITICO. Iniziare una procedura penale tra le vie di Parigi contro un dittatore asserragliato nella sua capitale è un gesto esclusivamente politico: la Francia, che non vuole mai essere lasciata in disparte quando si tratta di crisi mondiali, vuole giocare con gli altri la partita siriana.

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