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BASSA MAREA 3 Ottobre Ott 2015 0900 03 ottobre 2015

Quei conti mai saldati del Pci con la sua storia

È un pezzo dell'Italia repubblicana. Ma pieno di ambiguità. A partire dal legame con l'Urss.

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L'ex leader del Pci, Palmiro Togliatti (1893-1964).

Per chi è nato e cresciuto tanti anni fa in una delle numerose “Stalingrado” industriali dell’Italia del Nord e del Centro, da Sesto San Giovanni a Borgo san Paolo, fino a Sestri Ponente e alla Valpolcevera a Terni, quella del comunista era una figura familiare, in tutti i sensi.
Ce n’erano in famiglia, e si viveva immersi in un mondo, nel quartiere, a forte presenza rossa, con i socialisti nenniani in pratica assimilati.
C’erano i troppo furbi e le persone serie, fra i comunisti. Come fra tutti gli altri. E si imparava presto che l’essere comunista non cambiava la natura umana, né in peggio né in meglio.
Parlavano anche di rivoluzione ma, a parte i pilastri della Sezione, gli altri parlavano soprattutto di salari migliori, lavoro meno pesante, e un po’ più di rispetto. Come aveva spiegato bene e una volta per tutte George Orwell nel 1937, la rivoluzione era il cavallo di battaglia degli intellettuali, che spesso avevano già risolto, o lo aveva ancor prima risolto la loro famiglia, il problema del salario migliore.
L'EREDITA DEL PCI, UN TEMA ANCORA ATTUALE. Oggi in Italia, e lo ha fatto in modo eloquente su queste colonne Peppino Caldarola, si avverte che troppo di quel mondo è stato buttato via.
Probabilmente solo chi ha i capelli bianchi, o molto grigi, è interessato a questo argomento. Ma in realtà è un tema importante del nostro passato, e quindi del presente. È un terreno solo in apparenza facile e lineare, in realtà complicato, dove realtà e apparenza, generosità e cinismo si attorcigliano, a volte inestricabilmente.
La parola comunismo è, come altre, precisa nella sua essenza e vaga nel suo uso comune. Del comunismo esistevano infatti, e perdurano, la dottrina e la vulgata.
La dottrina è il frutto delle elaborazioni fatte da Marx sul socialismo, la filosofia e l’economia ottocenteschi ed è stata enucleata da Lenin in una formula matematica: comunismo è proprietà pubblica dei mezzi di produzione più dittatura del proletariato. Per i più tuttavia la dottrina consisteva in quanto Lenin aveva detto di Marx e in quanto Stalin aveva detto di Lenin.
La vulgata vede soprattutto, più che la dottrina del comunismo construens che è quella leninista citata, la prassi del comunismo destruens, cioè del nemico dei privilegi del potere economico e delle classi dominanti che tali sono perché espropriano i lavoratori. Ma in questo il comunismo condivideva il campo con socialisti e altri progressisti e persino, pur nella differenza di stile e di obiettivi finali, con parte del mondo cattolico e cristiano in vari Paesi, tra cui l’Italia.
Quindi non è il destruens che definiva il comunista, anche se occupava gran parte della sua azione, ma il construens e la società che lui voleva: mezzi di produzione collettivizzati più la fine delle finte libertà borghesi.
L'ERRORE DEL PCI: L'ABBRACCIO ALL'URSS. In Italia il comunismo, cioè il Pci essenzialmente, si affermò subito dopo il Ventennio fascista e questo ha pesato. La sinistra italiana, infatti, a guerra finita si ritrovò digiuna a causa della dittatura di tutta una informazione e riflessione fatta invece altrove sul comunismo sovietico, sulle lotte di potere dopo Lenin, sui processi e le purghe e le esecuzioni di massa degli Anni 30.
Il fascismo ne parlava eccome, per screditare l’Urss, ma non era credibile. Quindi per gli italiani del 1945-47 il Pci filosovietico era il fratello maggiore, espressione di una realtà moscovita ideale, il Paese dei lavoratori, dove l’operaio si comperava la motocicletta con molte meno ore-lavoro che in Italia, come scriveva l’Unità. Peccato che, a differenza del nostro Paese, non ci fossero motociclette da comperare.
E poi ci fu Palmiro Togliatti, l’uomo che creò con grande sagacia il Pci postbellico, lasciandogli però una eredità pesante.
Togliatti conosceva bene l’Italia, dalla quale tuttavia mancava da circa 20 anni, e la sua borghesia intellettuale, che seppe spesso attirare nel Pci, o vicino al Pci. Creò un partito monolitico e duttile insieme. Frenò le spinte rivoluzionarie - gli Alleati non avrebbero permesso - e si affidò al voto.
Era convinto che il leninismo, nella versione staliniana, era l’onda del futuro e avrebbe vinto alle urne. Togliatti era figlio della scissione di Livorno del 1921, sicuro della superiorità del comunismo, scientifico, rispetto al socialismo, velleitario e, spesso, moderato.
Eppure 15 anni prima della sconfitta comunista del 18 Aprile 1945 qualcuno – Carlo Rosselli - aveva già spiegato, sui Quaderni di Giustizia e Libertà, e sulla scorta dei dati statistici degli Anni 20, che l’Italia era ormai nonostante tutto un’economia troppo progredita, con troppi interessi privati, per arruolarsi sotto le bandiere bolsceviche.
Al voto politico il Pci resistette sempre bene, con alti e bassi, ma a livello nazionale non vinse mai. Lo consolò il potere locale, e dagli Anni 70 una notevole compartecipazione istituzionale a quello centrale, da junior partner.
TOGLIATTI E IL FEELING CON STALIN. Togliatti conosceva bene anche l’Urss, e conosceva benissimo Stalin, che servì fedelmente al Comintern, in Spagna, al tempo in cui avvenne l’eliminazione fisica dei vertici del Pc polacco, nelle terribili giornate del maggio 1937 a Barcellona, quando furono eliminati, colpo alla nuca, centinaia di presunti trotzkisti e altri della sinistra non stalinista. Servendo Stalin sopravvisse a una stagione di terrore, riuscì cioè a non essere giustiziato.
Questa è l’eredità terribile, mai ben spiegata e poco raccontata nel partito, che Togliatti ha lasciato ai suoi successori. E che ha pesato e continua a pesare perché, nella vicenda personale del Migliore, come viniva soprannominato, e nella sua eredità c’è la chiave per capire come, nonostante tutto, una vera rottura con Mosca sia avvenuta solo quando ormai la stessa Russia stava rompendo con il suo passato comunista. Berlinguer aveva preso varie distanze, ma senza mai lasciare “la casa del padre”.
Che cosa si può salvare di quel mondo? Questo può dirlo bene solo chi quel mondo ha vissuto. Visto dall’esterno, l’impegno in molti progetti che hanno portato a progressi sociali, a un certo punto l’argine al terrorismo, e molto altro, come l'essere in prima linea al Sud contro mafia e crimine organizzato. E una curiosità culturale per quanto accadeva nel mondo superiore alla media, per l’Italia provinciale del tempo. Ma sempre all’ombra di un’idea, via via più vaga, di una società comunista che sempre più perdeva credibilità.
La partita, però, si doveva giocare sostanzialmente quando ancora Togliatti era in vita, quando era evidente che in Italia si erano già raggiunti livelli di benessere molto superiori a quelli sovietici. Realtà che cozzava con le tesi del Migliore.
LA PAROLA COMUNISTA NEL DIMENTICATOIO. Non occorre dimenticare poi i guasti che, nella rincorsa di un modello sbagliato, il Pci ha provocato. È sempre una bella gara, tra la Dc postdegasperiana e il Pci, su chi ha fatto i danni maggiori.
Il fatto è che, con il 1989-1991, sono stati i comunisti confluiti nel Pds a non voler più parlare di comunismo, a identificarsi sempre più con le socialdemocrazie europee, a ricordare del proprio passato più i lati “socialdemocratici”, parola un tempo detestata, che non quelli “comunisti”.
C’è anche chi, cresciuto fin da ragazzo nel Pci, ha negato di essere mai stato comunista, preferendo l’essere stato… kennediano. Un passaggio dall’Est all’Ovest.
Oggi probabilmente è matura una visione più serena. Tutti hanno qualcosa di non esaltante nel proprio passato politico e nessuno ha poteri e diritto di censura.
E quindi ben venga chi dice: io ero comunista, e un poco lo sono ancora.

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