Gabrielli, da rivedere 5% appalti a coop
RETROSCENA 8 Ottobre Ott 2015 1938 08 ottobre 2015

Ignazio Marino, cronaca di un'agonia

Il sindaco di Roma si dimette. Scaricato dal Pd. E assediato dalle opposizioni. Gabrielli probabile traghettatore. Ma il Movimento 5 stelle spinge per il voto.

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Un incontro notturno, una telefonata tra segretario e commissario del Pd, e per Ignazio Marino non c’è stato più niente da fare.
Largo del Nazareno stacca la spina alla giunta di Roma e scarica il “marziano” dopo due anni e mezzo di mandato.
È accaduto tutto tra la notte di mercoledì 7 e la mattinata di giovedì 8, e stavolta anche Matteo Orfini ha dovuto alzare le braccia, lasciando che a passare fosse la linea di Matteo Renzi: Ignazio, il chirurgo prestato alla politica, deve andare a casa.
PRESSING ASFISSIANTE. Il pressing si è così fatto sempre più asfissiante, ora dopo ora, con il commissario del partito che più volte ha provato a far ragionare Marino, chiedendogli l’ultimo scatto di orgoglio. Inizialmente il sindaco non ha dato segni di cedimento, ma poi ha dovuto fare i conti con la realtà: poco dopo le 19.30 l'annuncio delle dimissioni (guarda il video su Facebook e leggi la lettera d'addio ai romani).
L’ex senatore ha capito subito che da questa ennesima morsa non poteva più sfuggire, così ha raccolto la sua giunta chiedendo a ognuno di loro di ammettere, sinceramente, se se la sentivano di andare avanti anche se sotto i colpi del fuoco amico.
GLI ASSESSORI SI SFILANO. Parole che non sono per nulla piaciute ad alcuni assessori, come quelli di «nomina governativa» (come qualche parlamentare li ha definiti in tono ironico nelle pause dei lavori di Montecitorio) Marco Causi, Stefano Esposito e Marco Rossi Doria, che infatti hanno immediatamente riferito ad Orfini la volontà di abbandonare Ignazio al suo destino.
Destino segnato dalle ultime polemiche legate alle spese sostenute dal sindaco con la carta di credito comunale.
Ventimila euro che sono costati carissimi al primo cittadino, che aveva in passato resistito ad altri affondi pesanti (vedi la Panda rossa), salvato paradossalmente dalle indagini su “mafia capitale”, nonostante avessero investito in pieno il suo stesso partito.
CAUSI NEI PANNI DEL DIPLOMATICO. Nel pomeriggio di giovedì 8 Marino le ha provate tutte, convocando anche una riunione di maggioranza per capire se realmente le forze politiche del Campidoglio sarebbero state pronte a sfiduciarlo in aula Giulio Cesare. La riunione è poi saltata, per evitare anche questi imbarazzi.
Verso le 17 gli assessori del Pd si sono invece riuniti, ufficialmente per stabilire la linea da tenere con il sindaco, ufficiosamente per decidere chi fosse il più titolato a vestire i panni del diplomatico e convincere Marino che ormai era tutto finito e che sarebbe stato meglio lasciare a testa alta la guida del Comune.
Alla fine il compito è toccato al vice Causi e a Sabella, responsabile della Legalità.

Sel e Pd completamente allineati

La cosa particolare di tutta questa vicenda è la ritrovata unità di intenti con Sinistra ecologia e libertà, che in parlamento sta portando avanti una durissima battaglia contro le riforme del governo Renzi, ma a livello locale si muove ovunque quasi come un solo corpo con il Pd.
Il commissario dem, Orfini, e il presidente dell’Assemblea nazionale di Sel, Paolo Cento, hanno lavorato a stretto contatto per contrattare una exit strategy, ovvero una mozione di sfiducia in aula in caso di mancate dimissioni di Marino.
OPPOSIZIONI IN FERMENTO. Cento, è bene ricordarlo, oltre a essere esponente di uno dei partiti di maggioranza che sostenevano finora il sindaco, è anche titolare di una trasmissione su Radio Roma Capitale, dalle cui frequenze non ha risparmiato bordate al primo cittadino, anche pesanti, prendendo spunto dalle telefonate di protesta che arrivavano in diretta dai radioascoltatori.
Sul fronte delle opposizioni, a parte i sit-in in piazza di Movimento 5 stelle, Fratelli d’Italia e CasaPound, già si è scatenata la corsa alle elezioni anticipate. I pentastellati sentono di avere la vittoria in tasca, qualora si tornasse alle urne, anche se non esiste ancora un candidato in pectore, vista l’indisponibilità dei vertici a concedere deroghe al non-Statuto né per Alessandro Di Battista, né per Roberta Lombardi, che pure avevano fatto capire a più riprese di non disdegnare l’ipotesi.
VERSO GABRIELLI COMMISSARIO. Il governo, però, ha in mente altro. Con un Giubileo alle porte (dicembre 2015) sarebbe un rischio enorme tornare al voto, magari perdendo la Città eterna.
Ecco perché ci sarà un periodo di commissariamento, quasi certamente affidato al prefetto di Roma, Franco Gabrielli, che ha già una parte di poteri speciali nella cabina di regia dell’organizzazione per l’Anno Santo, per poi tornare al voto a primavera 2016 (insieme a Milano, Bologna, Napoli e Torino) come prevede la legge.
Ma non è detto che se le cose non dovessero essere raddrizzate entro gennaio non si proceda a qualche correzione normativa per concedere più tempo al commissario.

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