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PROFILO 12 Ottobre Ott 2015 1237 12 ottobre 2015

Roma: ritratto di Sabella, in pole per il dopo Marino

Suoi gli arresti di Brusca e Bagarella. Ora l'ex pm può diventare commissario. Ma la concorrenza è agguerrita.

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Ignazio Marino con Alfonso Sabella.

Un commissario affiancato da una squadra di sub-commissari.
Ai quali se ne potrrebbero aggiungere altri, uno per ogni municipio capitolino.
La lista dei papabili traghettatori della Capitale del dopo Marino fino al voto - perché, come ha spiegato Martteo Renzi a Che tempo che fa, il sindaco «lo sceglieranno i romani con le primarie» - si allunga e si arricchisce di nuovi nomi.
GALLITELLI NEW ENTRY. Il più gettonato resta Alfonso Sabella, assessore alla Legalità chiamato proprio dall'ex sindaco chirurgo. Ma in corsa ci sarebbero anche Raffaele Cantone, Riccardo Carpino, già commissaario della Provincia di Roma, Mario Morcone ex commissario dopo le dimissioni di Walter Veltroni e, new entry, l'ex generale dell'Arma Lorenzo Gallitelli, ora a capo del dipartimento anti-doping del Coni.
Sabella dal canto suo si è limitato a dichiarare di essere «un uomo di Stato», quindi «per ruoli tecnici» si è detto «disponibile» a servire la città. «Per quanto riguarda ruoli politici», ha però messo in chiaro, «ho già dato».
IL CACCIATORE DI MAFIOSI. Siciliano, classe 1962, da magistrato era stato soprannominato «cacciatore di mafiosi»; epiteto che sceglierà come titolo del suo libro pubblicato nel 2008 da Mondadori, sugli anni alla procura di Palermo.
Sua la firma sotto le catture di Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Carlo Greco, Cosimo Lo Nigro, Pietro Aglieri.
Dopo una parentesi a Termini Imerese, nel 1993 Sabella venne infatti trasferito alla procura di Palermo guidata dal piemontese Gian Carlo Caselli, subito dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio.
LE PRIME PAROLE SULLA TRATTATIVA. È a lui che Brusca parla per la prima volta della Trattativa Stato-Mafia nell'omicidio di Borsellino e degli agenti della sua scorta. «Siamo stati pilotati dai carabinieri», gli raccontò il boss di San Giuseppe Jato.
Dopo i successi della seconda parte degli Anni 90, Sabella seguì Caselli al Dap, il dipartimento amministrazione penitenziaria.
E l'ex cacciatore di mafiosi divenne responsabile delle 'carceri' di San Giuliano e Bolzaneto.
Per questo venne coinvolto nelle indagini sulle torture perpetrate in quei giorni ai danni dei manifestanti.
L'USCITA DAL DAP. L'incarico al Dap durò appena due anni: nel 2001 a dirigere il dipartimento arrivò Giovanni Tinebra, ex procuratore di Caltanissetta (che guidò le indagini di Via D'Amelio prestando erroneamente fede alla testimonianza del pentito Vincenzo Scarantino).
Tra i due non correva certo buon sangue e così l'allora ministro della Giustizia Roberto Caselli allontanò Sabella. Al suo posto, Tinebra chiamò l'ex collega Salvatore Leopardi, che finì sotto processo per falso e omissione per questioni relative alla gestione del boss Antonio Cutolo. Allora si parlò di Protocollo Farfalla, una sorta di accordo segreto tra il Sisde e il Dap che tagliava fuori la magistratura e che prevedeva il pagamento dei boss pentiti per le informazioni date ai servizi.
Una pratica che Sabella aveva denunciato. Poi arrivò l'esperienza romana, per debellare un'altra mafia, quella Capitale. Un lavoro che potrebbe rimanere a metà.

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