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LAVORO 14 Ottobre Ott 2015 0700 14 ottobre 2015

Lavoro, tira e molla sugli sgravi: Renzi in difficoltà

Fino al 2018 sono confermati. Le imprese, però, chiedono interventi strutturali. Così il premier finisce nel mirino. E si torna a parlare di taglio del cuneo fiscale.

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Il premier Matteo Renzi e il ministro del Lavoro Giuliano Poletti.

Matteo Renzi adesso li ha bollati come «una droga» da eliminare, ma ha faticato non poco per confermare gli sgravi fiscali per assumere con i contratti a tutela crescente e fare le stabilizzazioni.
Quelli che, come ha confermato l'Inps, hanno permesso dall'inizio dell'anno l'avvio di quasi 800 mila nuovo rapporti di lavoro, dei quali 90 mila a tempo indeterminato.
Infatti il premier sarebbe finito nel tricarne: voleva aiutare le Pmi del Mezzogiorno, ma è rimasto vittima dell'ennesima guerra tra piccole e grandi imprese, che sul provvedimento avevano ipotesi e aspettative a dir poco opposte.
SCONTO DIMEZZATO. Per gli anni che vanno dal 2016 al 2018 il governo ha confermato gli sgravi per le nuove assunzioni, ma ha dimezzato lo sconto per le imprese: non più 8.060 euro di decontribuzione e taglio della parte sul costo del lavoro garantiti per chi ha preso nuovi addetti fino al 31 dicembre, ma poco più di 4 mila.
Anche perché, fanno notare da Palazzo Chigi, la misura ha avuto talmente successo che probabilmente non saranno sufficienti gli 1,8 miliardi stanziati nella scorsa manovra.
GLI STRALI DI CONFINDUSTRIA. In un primo tempo Renzi e il suo ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, avevano deciso di utilizzare gli sgravi per creare nuovo lavoro al Sud e alle piccole imprese, riversando su questo fronte le risorse disponibili.
Ma ben presto hanno dovuto fare fronte contro gli strali di Confindustria. La quale ha sempre guardato al Jobs Act come a un palliativo.
GLI SGRAVI NON BASTANO. Lo sgravio - come dimostra anche il decalogo sulla contrattazione che Giorgio Squinzi sta per presentare - è positivo perché incentiva un contratto più leggero come quello a tutele crescente.
Ma non è sufficiente a spingere le imprese a fare assunzioni di massa in assenza di una ripresa più sostanziosa, cioè di ripartenza della domanda interna e di un boom delle esportazioni.
Lo stesso Squinzi ha più in occasioni ripetuto che serve un intervento più generale per tagliare il costo del denaro.

Le piccole imprese chiedono il taglio delle tasse

Matteo Renzi e Giorgio Squinzi.

Di fronte a questo è facile capire quanta pressione sia arrivata su Palazzo Chigi in questi giorni per evitare una misura che avrebbe soltanto sfiorato le imprese che oggi hanno maggiore peso in Confindustria.
Con il risultato che l'esecutivo, per non irritare nessuno, avrebbe deciso di mantenere l'impianto attuale dello sgravio.
Scontentando però non poco i rappresentanti dei piccoli che - come dimostrano gli strali lanciati da Confcommercio - hanno chiesto che tutti i soldi a disposizione vadano al taglio delle tasse e che intanto, come primo risarcimento, hanno ottenuto di vedere aumentato a 3 mila euro il livello dei pagamenti in contanti.
SERVONO 4-5 MILIARDI. Nel Pd c'è chi, come il presidente della commissione Bilancio della Camera Francesco Boccia, non dispera e chiede che la decontribuzione al Sud sia estesa fino al 2020.
Dal fronte renziano non si esclude un colpo di mano delle ultime ore. Ma è molto complesso.
Anche perché la manovra che sta per essere varata dal Consiglio dei ministri dovrà impegnare 4-5 miliardi per coprire la cancellazione dell'Imu e dalla Tasi sulla prima casa.
E potrebbero non essere più disponibili i due punti di Pil che il governo vuole scontare dal calcolo del deficit, sfruttando la clausola che prevede facilitazioni per chi fa le riforme.
Da Bruxelles, infatti, non c'è ancora il via libera. Lo dimostra anche il rinvio all'abbassamento dell'età pensionistica per lenire gli effetti della Fornero.
RENZI PROMETTE MISURE STRUTTURALE. Ai microfoni di Rtl come davanti alle telecamere di Fazio, Renzi ha promesso di intervenire sul cuneo fiscale. Infatti ha spiegato che «lo sgravio contributivo sui nuovi assunti è una sorta di incentivo, stavo per dire di 'droga', ma non si può dire. Ma non lo puoi tenere per sempre, se è un incentivo prima o poi deve finire. Quest’anno lo confermiamo, ma nel 2018 finirà del tutto e ci sarà una misura strutturale di abbassamento del costo del lavoro con l’Ires, misura per cui andremo al 24%, con un livello sotto quello della Spagna e diventiamo il primo paese tra quelli grandi».
Ma anche questo non sembra bastare alle piccole e alle grandi imprese.

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