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RETROSCENA 14 Ottobre Ott 2015 2008 14 ottobre 2015

Quagliariello, le ragioni di un addio ininfluente

Quagliariello si dimette da coordinatore Ncd. Il motivo? La mancata nomina a ministro degli Affari regionali. Per cui Renzi ha già scelto Dorina Bianchi.

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Gaetano Quagliariello.

Gaetano Quagliariello si dimette da coordinatore di Nuovo centrodestra.
Molla la maggioranza e torna in Forza Italia? No.
Esce dal partito e crea un gruppo autonomo al Senato? Nemmeno. E allora, che succede?
L'unica certezza è che tra Quagliariello e Angelino Alfano si è rotto l'idillio. Almeno quello politico. E la ragione, suggeriscono a Lettera43.it fonti parlamentari, è sempre – come al solito – una “cadrega”.
DORINA BIANCHI SCALZA QUAGLIARIELLO. Il senatore Ncd ha provato fino all'ultimo a rientrare al governo, ma una volta portata a casa la riforma del Senato, Matteo Renzi gli ha fatto recapitare un messaggio ben preciso: ha scelto Dorina Bianchi (ribattezzata “lady trasloco” da alcuni media per aver cambiato sette partiti nella sua carriera) per la carica di ministro degli Affari regionali.
Così l'ex berlusconiano ha deciso che era tempo di prendere il pallone e tornare a casa. Anche se, stando alle parole di Fabrizio Cicchitto, si tratta più di una pallina: «C'è il rischio di una scissione dell'atomo...».
NESSUN RITORNO AL PASSATO. Nella lettera di dimissioni inviata al ministro dell'Interno ha addotto come motivazione «le differenze sul piano dell'analisi e della linea politica, a noi due note da tempo ma manifestatesi in questi giorni in forma pubblica per via di significative scadenze parlamentari».
Ma ci ha tenuto a sottolineare la speranza che «la mia decisione possa anche contribuire a dissipare pettegolezzi e retroscena di varia natura privi di qualsiasi fondamento», visto che «mi batto perché si trovi il coraggio di costruire il futuro, figuriamoci se ho intenzione di tornare al passato».

Una nomina che l'ex ministro credeva acquisita di diritto

Dorina Bianchi.

In realtà, dicono ancora le fonti, Quagliariello si è trovato di fronte all'ennesimo tentativo, fallito, di buttare giù un muro insormontabile, eretto dal premier e puntellato dal suo principale alleato, che gli impedisce una nomina che credeva automatica, quasi acquisita di diritto.
Tanto che la protesta avrebbe dovuto essere ancora più roboante, magari con la creazione di un gruppo autonomo al Senato (bastano 10 parlamentari a Palazzo Madama) col quale avrebbe avuto mani più libere a seconda dei provvedimenti da votare.
I FEDELISSIMI NON LO SEGUONO. Ad esempio: le unioni civili il Pd se le scorda, ma alla di Legge di stabilità non farà mancare il suo “sì”.
L'ex ministro ha capito, però, che i suoi “fedelissimi” non lo avrebbero seguito in questa nuova avventura. Il senatore a lui più vicino, ad esempio, è quel Nico D'Ascola in corsa per la poltrona di presidente della commissione Giustizia di Palazzo Madama, ora che saranno rinnovate le cariche (probabilmente novembre).
E anche Antonio Gentile, che pure ne avrebbe di conti in sospeso con Renzi (praticamente lo costrinse alle dimissioni poche ore dopo averlo nominato sottosegretario nel febbraio 2014), non sarebbe disponibile. Meglio, dunque, aspettare tempi migliori.
UN ADDIO CHE NON FA LA DIFFERENZA. Per ora, comunque, un po' di rumore lo ha fatto lasciando la carica di coordinatore nazionale; un domani, chissà, potrebbe anche tornare alla corte di Silvio Berlusconi.
Ma a quell'epoca potrebbe già essere tempo di elezioni.
Perché Renzi ha sempre detto di voler arrivare alla scadenza naturale della legislatura, nel 2018, non che ci sarebbe arrivato.
Tra volere e potere c'è una bella differenza. Quella che (per ora) non sembrano fare le dimissioni di Quagliariello.

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