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RACCONTO 15 Ottobre Ott 2015 1500 15 ottobre 2015

Ius soli, il racconto dei tunisini d'Italia tra lingua e Corano

Amano il nostro Paese. Ma sognano l'Africa. E così studiano l'arabo nelle scuole. «Sì alla cittadinanza, senza dimenticare le origini». Storie di sette ragazzi a L43.

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La foto di un immigrato proveniente dalla Tunisia e sbarcato in Italia.

Le chiamano seconde generazioni: sono i figli di immigrati nati in Italia o arrivati da piccoli, tutti cresciuti nel nostro Paese.
Non hanno scelto loro di intraprendere un percorso migratorio, però spesso ne subiscono le conseguenze.
Sono cittadini di fatto - in quanto nel Paese d’origine dei genitori non trascorrono altro che le vacanze estive -, ma non lo sono di diritto.
NEL 1992 ERANO L'1%. Dal 2005 è nata la “Rete G2 - Seconde generazioni”, un’organizzazione nazionale apartitica fondata da figli di immigrati e rifugiati nati o cresciuti in Italia.
Secondo il dossier “G2 chiama Italia. Cittadinanza rispondi!” nel 1992, anno di promulgazione della Legge n. 91 “Nuove norme sulla cittadinanza”, nascevano in Italia, da genitori con cittadinanza straniera, 5.750 bambini, poco meno dell’1% delle nascite totali.
Nel 2002, 10 anni dopo, i bambini erano 32.562, il 5,5% delle nascite totali.
20 ANNI DOPO SIAMO AL 15%. E 20 anni dopo, quando la stessa Rete G2 depositava alla Camera dei deputati, insieme con altre 21 organizzazioni della società civile, una legge di iniziativa popolare per riformare la legge sulla cittadinanza, i bambini erano arrivati a 78.577, pari al 15,1% delle nascite totali.
Attualmente secondo i dati Istat, i minori stranieri presenti in Italia sono oltre 1 milione, di cui 925.569 con cittadinanza non comunitaria.
I Paesi principali di provenienza? Marocco, Albania e Cina, seguiti da Egitto e India.

Nuova legge sullo ius soli: ok della Camera, ora tocca al Senato

Un permesso di soggiorno.

Proprio a ottobre 2015 la Camera ha approvato la nuova legge sulla cittadinanza.
Ora il ddl di riforma passa in Senato, con 310 sì, 66 no e 83 astenuti.
SERVE IL PERMESSO UE. Seguendo il principio dello ius soli, sono considerati cittadini italiani per nascita i figli, nati nel territorio della Repubblica, di genitori stranieri dei quali almeno uno abbia un permesso di soggiorno Ue di lungo periodo.
Occorre la dichiarazione di volontà di un genitore, o di chi ne esercita la responsabilità; in assenza della stessa può essere il diretto interessato a richiederla, entro il 20esimo anno.
Per gli stranieri nati e residenti in Italia legalmente, senza interruzioni, fino a 18 anni, il termine per la dichiarazione di acquisto della cittadinanza sale a due anni dalla maggiore età.
C'È PURE LO IUS CULTURAE. Il principio dello ius soli non si applica ai cittadini europei. Invece l’altra forma di cittadinanza, lo ius culturae, se la legge venisse approvata anche dal Senato, si applicherebbe a coloro che sono arrivati prima del 12esimo anno di età.
Si richiede la frequentazione scolastica per almeno cinque anni, fino al 16esimo anno di età.
La domanda spetta al genitore, cui è a sua volta richiesta la residenza legale, o all’interessato stesso, entro due anni dalla maggiore età.

Il progetto della Tunisia: borse di studio per imparare l'arabo

Una manifestazione in Tunisia.

In Tunisia l’Ote, Office des Tunisiens à l’Etranger (Ufficio dei Tunisini all’Estero), offre ai tunisini residenti all’estero delle borse di studio per poter studiare la lingua araba nelle apposite scuole del Paese: un modo per riportarli alle loro radici e far sì che mantengano il legame con la loro terra.
La Bourguiba School a Tunisi rientra tra queste scuole.
Tra gli studenti, si trovano proprio seconde generazioni e figli di “coppie miste”.
Le motivazioni che li spingono a studiare la lingua araba? La religione, il voler riallacciarsi a parte delle proprie radici o semplicemente per avere poi una marcia in più nel mondo del lavoro.
Lettera43.it ne ha intervistato qualcuno.
«È UTILE PER LA MIA FEDE». «È la prima volta che frequento un corso di arabo alla Bourguiba School», racconta Manel, 21 anni, mamma italiana e papà tunisino, di Milano, studentessa di mediazione linguistica e culturale.
«Sapere la lingua è molto importante per imparare meglio la religione».
A casa non si parla arabo e nemmeno il dialetto tunisino. «E le vacanze estive passate in Tunisia sono sempre state brevi: stavo con la mia famiglia, dunque parlavo anche lì italiano».
«UNA CARTA PER IL FUTURO». Pure i fratelli di Manel, Ismail e Maryam, nell'estate del 2015 hanno frequentato il corso di arabo: «Voglio imparare questa lingua», dice Ismail, «perché sarà una carta importante per il mio futuro. Mi sento più vicino alla Tunisia per la cultura. Certo, alla fine l’Italia è la mia casa».
Maryam, 23 anni, laureata in Scienze dei servizi sociali, aggiunge: «L'arabo è la lingua del Corano ed è importante per comprendere in modo approfondito l'islam».

Il Paese d'origine come seconda casa: «Ma con tradizioni subdole»

Migranti tunisini in arrivo a Roma.

Sara Othmani, 23 anni, nata in Italia da genitori tunisini e studentessa di Ingegneria alla Sapienza di Roma, era da molto che voleva avvicinarsi a questa lingua: «I miei genitori sono tunisini e a casa si sono sempre parlate entrambe le lingue. Parlo benissimo il dialetto, mi risulta più difficile la grammatica araba e la scrittura. Studio arabo sia per questione personale, perché vorrei tramandarlo ai miei figli un giorno, sia per questioni lavorative».
«VINCE LA PIGRIZIA». David Andrea Sagramola, 20 anni, di Perugia, mamma tunisina e papà italiano, é la quarta volta che viene in Tunisia per studiare arabo: «Sarebbe stato troppo grave per la mia coscienza non conoscere la lingua di mia madre per pigrizia».
Ismahan, 26 anni, nata e cresciuta a Caserta da genitori tunisini, laureata in Lingue, culture e istituzioni dei Paesi del Mediterraneo all’Orientale di Napoli, ha iniziato a studiare l’arabo all’università: «A casa non lo parliamo, il dialetto lo sentivo nelle telefonate con i parenti e ho imparato il tunisino i vacanza».
«CONDIZIONATA DAI GENITORI». Rym, 24 anni, di Torino, studentessa di Scienze internazionali, è la prima volta che frequenta il corso alla Bourguiba: «Mia madre è molto legata al Paese, sia attraverso la cucina sia nelle le abitudini quotidiane, mentre mio papà è l'opposto. Il mio rapporto con la Tunisia è quindi molto condizionato dalla loro visione: la vedo come un bellissimo Paese, se non avesse certe tradizioni subdole».

Futuro lontano dall'Italia? «Meglio dove non ci sono pregiudizi»

Un corteo a Tunisi dopo gli attentati del giugno 2015.

Ma dove vedono il loro futuro questi ragazzi?
La Tunisia a Manel piace molto, ma considera casa sua l’Italia, dove è nata e cresciuta: «Penso che potrei vivere in Tunisia in futuro. Mi trovo meglio nei Paesi musulmani. Sono integrata in Italia e ho molti amici, ma da quando porto il velo sono vittima di pregiudizi».
«RIMANE LA MIA TERRA». Maryam il suo futuro lo immagina tra i due Paesi: «Se volessi trasferirmi in Tunisia e vivere lì, comunque manterrei degli stretti legami con l'Italia perché qui vivono i miei parenti materni a cui sono molto affezionata e rimane comunque la terra in cui sono nata e cresciuta».
Sara spiega che «in questi anni è come se avessi avuto due Paesi, sono sempre stata a contatto con la Tunisia, seguendo i telegiornali, l’attualità politica, e allo stesso tempo non mi sono mai sentita a disagio o fuori posto qui in Italia».
«SPERO DI TORNARE A CASA». Per Ismahan «il rapporto con il Paese dei miei genitori è viscerale. Il futuro? Vorrei vederlo qui, ma le possibilità non ci sono, per le condizioni in cui versa ancora la Tunisia, per cui per il momento sarà in Italia, poi spero che le casualità mi portino qui».
Rym riferisce: «Purtroppo la mia famiglia mi ha fatto crescere in un modo in cui io mi sento una straniera in entrambi i Paesi».
«IL MEDITERRANEO UNISCA». David Andrea vorrebbe invece fare da ponte tra i due Paesi: «Mi sento un “misto” e vivo un amore forte anche per la mia seconda nazione, ma devo ammettere che l'ago pende sempre verso l'Italia. Sono però legatissimo alla Tunisia e studiando scienze politiche mi interessa molto anche dal punto di vista di transizione che sta vivendo».
Il Mediterraneo è il mare della morte, «ma dovrebbe essere il mare che unisce i Paesi che ci si affacciano, come sempre è stato nella storia».

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