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EDITORIALE 15 Ottobre Ott 2015 0939 15 ottobre 2015

Quelle larghe intese sulla spartizione del denaro

Pronti 50 mln per i partiti. Incassati senza controlli. I soliti rigoristi, ma coi soldi altrui.

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Il Parlamento.

Con un colpo di mano annunciato, Palazzo Madama ha approvato a larghissima maggioranza la leggina (denominata Boccadutri, dal nome del parlamentare ex Sel, ora piddino, che l’ha presentata) che sblocca 50 milioni di euro di finanziamenti pregressi ai partiti, ossigeno per le loro casse esangui.
Riassuntino delle puntate precedenti. Il finanziamento pubblico ai partiti venne abolito in via definitiva nel febbraio dello scorso anno. Ma come molti dei provvedimenti, si trattò di una abolizione all’italiana, cioè posticipata. Non sarebbe infatti entrata in vigore seduta stante, ma nell’arco di tre anni, sostituito da un sistema di finanziamento basato sulle detrazioni fiscali delle donazioni private e sulla destinazione volontaria del due per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche.
SUBITO IL DENARO, VERIFICHE POSTICIPATE. Nell’attesa, una commissione composta da cinque magistrati avrebbe vagliato con la lente tutti i bilanci dei partiti, per esercitare i doverosi controlli sui giustificativi di spesa. Senza controlli, niente erogazione del denaro.
Ma siccome sono circa un’ottantina le forze politiche aventi diritto ad attingere ai soldi pubblici, la commissione ha ben presto gettato la spugna: troppi incartamenti, non ce la facciamo a fare le verifiche nei tempi stabiliti.
Da qui appunto la pensata di Boccadutri, che del partito di Vendola fu il tesoriere, per aggirare l’ostacolo. Risultato: il denaro arriverà subito, le verifiche verranno fatte ex post.
Sarebbe come se un’azienda quotata, che ha l’obbligo di farsi certificare i bilanci da una società di revisione, dicesse: noi intanto li presentiamo e li approviamo in assemblea, i controlli li faranno dopo.
Se ciò accadesse, ma è cosa impensabile, il Consiglio d’amministrazione di quell’azienda verrebbe indagato dai competenti organi di vigilanza, e i soci azionisti intraprenderebbero come minimo un’azione di responsabilità nei suoi confronti.
Ai partiti invece, spinti dall’urgenza di rimpinguare le loro casse sempre più vuote, tutto è permesso. In nome, ovviamente, di una nobile causa.
NESSUN TAGLIO DEI FARAONICI APPARATI. L’ha enunciata il piddino Miguel Gotor, renziano di riporto dopo che fu baluardo della minoranza Dem nella battaglia su Italicum e Senato, dichiarando il voto favorevole del suo gruppo.
Togliere il finanziamento pubblico alla politica, ha detto Gotor, equivale a esporla alle bramosie di privati e gruppi di potere che la asservirebbero con vil denaro sonante ai loro interessi.
Peccato che da sempre, pur con il finanziamento pubblico, quel denaro sonante abbia alimentato una partitocrazia costretta dai suoi faraonici e costosi apparati all’impossibilità di rinunciarvi.
Invece che tagliare le spese, com’era logico che fosse, i partiti hanno cercato di aumentare le entrate attingendo indifferentemente al forno statale e a quello privato.
«La politica costa» era la giustificazione di chi in pubblico perorava invece una rigida spending review come antidoto all’iperbolico dilatarsi del debito italiano.
Ma “not in my back yard”, non nel mio giardino.
Rigoristi sì, ma solo con i soldi degli altri.

Twitter @paolomadron

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