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GIUSTIZIA 16 Ottobre Ott 2015 1442 16 ottobre 2015

L'inchiesta su Mantovani rischia di essere un flop

Nel 2014 il pm spiegava che era già in atto l'inquinamento delle prove. Perché non c'è stato l'arresto? Dalle tangenti alla turbativa d'asta: i dubbi sulle accuse.

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Mario Mantovani.

C'è qualcosa che non torna nell'arresto di Mario Mantovani, l'ex assessore alla Sanità di regione Lombardia, finito a San Vittore con l'accusa di concussione, corruzione aggravata e turbativa d'asta.
Tanto che a distanza di tre giorni dalle manette, l'inchiesta “Entourage” sul cosiddetto clan del ras di Forza Italia inizia a creare dubbi di credibilità non solo tra i colleghi di partito dell'ex sindaco di Arconate, ma pure nel centrosinistra e persino tra le mura del palazzo di Giustizia di Milano.
L'ARRESTO AVVENUTO CON UN ANNO DI RITARDO. Il ritardo di un anno nell'esecuzione della richiesta d'arresto datata 17 settembre 2014, con il rischio che le prove siano ormai compromesse; la mancanza di tangenti in denaro; le prese di posizione di alcuni personaggi coinvolti nell'inchiesta, tra cui Pietro Baratono, provveditore alle Opere pubbliche della Lombardia, sono tutti indizi di un'indagine che Roberto Maroni, governatore della Lombardia, ha definito «un attacco politico» e che, al momento, secondo molte fonti legali, «fa acqua da tutte le parti».
La mattina dell'arresto, all'arrivo della Guardia di Finanza, lo stesso Mantovani sarebbe caduto dalle nuvole, pensando solo a una perquisizione.
La magistratura fa il suo lavoro, ma certo balza subito all'occhio, leggendo quella ormai impolverata richiesta d'arresto firmata dai pm Alfredo Robledo e Giovanni Polizzi, che se fosse stato necessario mandare Mantovani a San Vittore questo sarebbe dovuto avvenire più di un anno fa. Perché il procuratore, celebre per la guerra con il capo Edmondo Bruti Liberarati, scrisse nero su bianco nella richiesta di custodia cautelare inviata al Gip, che sussisteva «il rischio che la conoscenza da parte degli indagati dell’effettiva portata dell’indagine» potesse «determinare interventi lesivi della genuinità delle prove che si dovranno acquisire nel procedimento». In pratica che ci fosse la possibilità di inquinamento delle prove, come Robledo e Polizzi avevano già potuto verificare tramite le intercettazioni degli indagati. Sta tutto scritto nella richiesta d'arresto.
NON ESISTEVA PIÙ IL RISCHIO DI INQUINAMENTO DELLE PROVE. Fu la prima perquisizione della Guardia di finanza nella casa dell'architetto Gianluca Parotti, nel giugno di quell'anno, a mettere sull'allerta gli indagati. E infatti, scrivevano i pm, «il gruppo» si mise «immediatamente in movimento: l’architetto ha avvertito all’istante Mantovani e si è posto in contatto con Di Capua (Giacomo anche lui in arresto, ndr).
È stata organizzata una riunione d’emergenza la sera stessa presso l’abitazione di Mantovani cui è conseguito lo spiegamento di una strategia difensiva comune.
A difendere in questi giorni l'ex senatore di Forza Italia è soprattutto stato il quotidiano Il Giornale, ma anche un celebre avvocato di Sel, Mirko Mazzali, noto perché legale del centro sociale Leoncavallo, è rimasto perplesso «dall'applicazione di una misura cautelare» a un anno dalla richiesta.

Tangenti, turbativa d'asta, corruzione: tutte le accuse risultano fragili

Alfredo Robledo

Fonti giudiziarie spiegano che i ritardi nell'esecuzione da parte del Gip possono capitare, per l'eccessiva mole di lavoro e soprattutto su casi così delicati.
Ma allo stesso tempo non si spiega a questo punto cosa potrebbe accadere più avanti, in particolare se ci possano essere i presupposti persino per un rinvio a giudizio.
Del resto, il reato di concussione che sarebbe avvenuto, a detta del Gip nell'ordinanza di custodia cautelare, per pressioni sul provveditore Baratono è stato smentito dallo stesso in un'intervista al Giornale. «Più che pressioni, direi consigli», ha spiegato.
ACCUSE FINORA SMENTITE DAI DIRETTI INTERESSATI. Tangenti sui dializzati, hanno titolato i giornali sull'arresto di Mantovani, affrontando il tema più delicato della vicenda, l'appalto per il servizio di trasporto pubblico dei nefropatici. In realtà qui la procura non ipotizza che siano passate tangenti, tant'è vero che a Mantovani e all'assessore Massimo Garavaglia viene contestato il reato di turbativa d'asta.
I due sarebbero intervenuti per consentire ad alcune associazioni di volontariato della loro zona di continuare a svolgere il servizio («Te lo segnalo prima che poi ci rompono le balle che abbiamo escluso la croce azzurra», dice in un'intercettazione Garavaglia a Mantovani).
Ma il presidente della onlus che Mantovani avrebbe «miracolato», Giovanni Tomasini, spiegava: «Non abbiamo chiesto nessuna raccomandazione, abbiamo solo scritto a tutte le istituzioni che alle gare d'appalto non avrebbe potuto partecipare l'intero mondo del volontariato, che statutariamente non può svolgere servizi commerciali. E infatti noi quel servizio non lo svolgiamo più».
Infine, l'accusa di corruzione mossa a Mantovani riguarda gli appalti e gli incarichi pubblici che avrebbe fatto avere all'architetto Gianluca Parotti in cambio di una serie di lavori svolti per lui dal professionista gratuitamente o a prezzo ridotto. Alcune di queste prestazioni riguardano Mantovani e i suoi familiari, ma altre sono state effettuate da Parotti a favore del Comune di Arconate.
NESSUNA PROVA DI MAZZETTE. Il giudice scrive che l'ex numero due della Lombardia ci guadagnava ugualmente, perché era il sindaco del paese e in questo modo «si avvantaggia in termini di consenso». Ma i soldi, le tangenti, non si vedono.
E come scrivevano Robledo e Polizzi più di un anno fa, Mantovani e Parotti, che temevano altri guai di natura fiscale, li avevano già risolti.
Ma soprattutto perché la magistratura è intervenuta quando il ras forzaitaliota non era più assessore?
In questi mesi Mantovani, dicono gli addetti ai lavori, ha lavorato bene, tanto che persino l'oncologo Umberto Veronesi gli scrisse un sms nel giorno in cui perse le deleghe: «Grazie per l'ottimo lavoro».

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