Esteri 150407094227
DIPLOMATICAMENTE 16 Ottobre Ott 2015 0800 16 ottobre 2015

Salvate il Mediterraneo dalla miopia dell'Europa

Il Mare nostrum è sinonimo di instabilità. Perché l'Ue divisa è un assist al terrore.

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Paolo Gentiloni.

Il Mediterraneo epicentro del disordine globale?
Questa domanda, che a prima vista può apparire enfaticamente retorica, non lo è per nulla se pensiamo che a darvi una risposta affermativa è stato Paolo Gentiloni, cioè il ministro degli Esteri di un paese che nel Mediterraneo sta in tutta la sua lunghezza.
E ancor più se essa ha costituito uno dei passaggi più intensi del discorso pronunciato all’apertura dell’Assemblea generale della Euro-Mediterranean Study Commission (EuroMeSCo), cioè un consesso di specialisti, organizzata a Milano in collaborazione con l’Istituto per gli studi di politica internazionale.
IL MEDITERRANEO COME SINONIMO DI INSTABILITÀ. A dire il vero Gentiloni, da abile politico di lungo corso qual’è, aveva cercato di relativizzare in qualche modo la portata della sua constatazione, spiegando come il Mediterraneo “rischi” di essere percepito come sinonimo di conflitti, instabilità politica, estremismo jihadista e frammentazione territoriale.
Ma se ciò non è valso certo ad alleggerire il peso di questa inquietante verità nell’occasione di quel convegno, tanto meno la attenua agli occhi di quanti seguono le vicende di questo Mare nostrum e dei paesi che vi si affacciano o vi stanno a ridosso.
Penso che non sfugga neppure a coloro, forse la maggioranza, la cui attenzione viene richiamata, di volta in volta, dalla foto istantanea di questo o quell’evento, in questo o quel paese, ma solo raramente sono messi in condizione di collegare queste foto tra loro in una pellicola complessiva.
L'ALLUCINAZIONE NEO-OTTOMANA DI ERDOGAN. La forza di questa inquietante realtà che ci circonda è palpabile anche a chi ne conosce poco le cause, gli attori, le vittime, i carnefici.
Gli accadimenti di questi ultimi giorni ce ne danno un concentrato che ha dell’impressionante: basti pensare alla mostruosa carneficina di Ankara che ha esasperato, semmai ve ne era bisogno, la già allarmante opacità in cui Erdogan, preda della sua allucinazione neo-ottomana in cui la questione curda trova un ruolo nevralgico, ha fatto precipitare la sua politica interna e regionale nella sostanziale acquiescenza, tra gli altri, dell’Unione europea e della stessa Nato.

La tragedia palestinese e le mancanze delle Nazioni Unite

Il presidente dell'Iran, Hassan Rohani.

Invece no. A questo si è aggiunta la minaccia della cosiddetta “intifada dei coltelli” che nella sua brutale e straziante dinamica ci butta in faccia quella verità che la bandiera palestinese sventolante davanti al Palazzo delle Nazioni Unite a New York sembra voler nascondere.
La verità della tragedia di un popolo che quelle stesse Nazioni Unite non sono riuscite a difendere; neppure dagli errori dei suoi dirigenti oltre che, naturalmente, dall’arroganza di un potere plasticamente scolpito dall’asimmetria delle vittime dell’una e dell’altra parte.
Teatro di una guerra che in sette mesi ha devastato il paese con oltre 2.300 vittime, lo Yemen ha visto in questi stessi giorni un’offensiva delle forze militari del deposto presidente Hadi e della coalizione araba a guida saudita puntata alla liberazione dello strategico stretto di Bab el Mandel dalle truppe dei ribelli Houthi.
LA GUERRA PER PROCURA RIAD-TEHERAN. Si tratta di una guerra che, se non lo era stata all’inizio, è ormai divenuta un conclamato scontro per procura tra Riad e Teheran che ha visto finora Washington schierata in appoggio all’Arabia saudita e Mosca in posizione neutrale in omaggio al principio della non interferenza soprattutto se mirante ad un cambio di regime.
Ma in questi giorni si è soprattutto manifestata in tutta la sua complessità quella che è divenuta la madre di tutto il disordine medio orientale, cioè la dinamica bellica siriana con la sterzata impressa da Mosca con il suo intervento militare.
LA DELICATA SITUAZIONE SIRIANA. Nel rinviare a quanto scritto in precedenza, mi sembra che le ultime indiscrezioni filtrate da fonti americane confermino che l’iniziativa di Putin sia stata piuttosto la risposta ad un’operazione militare a guida Cia (non Pentagono) suscettibile di far saltare il regime di Bashar al Assad sotto i colpi del libero esercito siriano, ma anche sotto quelli delle milizie islamiste prima che si fossero create le basi per una transizione negoziata.
Col risultato di far precipitare il paese in una situazione di caos decisamente favorevole alle forze islamiste, Isis e al Nusra in particolare.
LO SCONTRO-INCONTRO TRA USA E RUSSIA. Una risposta mirante a salvaguardare i propri interessi strategici naturalmente, ma anche a forzare la mano alla coalizione a guida americana sia sul versante negoziale che su quello militare.
Ciò che sembra stia avvenendo, seppur laboriosamente, con prove di scontro sì, ma anche di incontro Washington-Mosca che sarebbe nell’interesse di tutte le parti e del futuro della Siria portare avanti con il realismo del male minore, portando al tavolo della concertazione i principali attori regionali e internazionali.
Compreso l’Iran, grande assente nel Ginevra I del 2012 e senza pre-condizioni (leggasi Assad) velleitarie nelle condizioni attuali. Mentre in Iraq è tuttora in stallo l’annunciata grande offensiva contro l’Isis.

Libia, l'accordo è un timido raggio di luce

Il generale Khalifa Haftar.

In questo sommario resoconto manca la Libia.
L’ho lasciata in fondo perché proprio da questo paese è venuto, in questi giorni tormentati, un timido raggio di luce con la firma dell’accordo per la formazione di un governo di unità nazionale tra le due opposte fazioni di Tripoli e Tobruk (e la nomina del primo ministro) ottenuta con appassionata ostinazione da un Bernardino Leon inspiegabilmente non prorogato nel suo mandato di Rappresentante del Segretario generale delle Nazioni Unite.
SEGNALI POSITIVI DA OSLO. Terrà quest’accordo sul quale incombono l’incognita del sinistro generale Haftar e dello sciame delle milizie claniche e islamiche che imperversano nel paese?
Bisogna crederci e soprattutto bisogna che, accanto ai dirigenti libici, la Comunità internazionale e in particolare l’Europa se ne prenda cura, tutta insieme questa volta, non come nel 2011.
Da Oslo è venuto il secondo punto di luce: l’attribuzione del premio Nobel al Quartetto tunisino, artefice della rimessa in carreggiata del processo di transizione che tra il 2013 e il 2014 sembrava stesse per deragliare.
Un ricostituente per una popolazione tanto ferita quanto protesa alla conquista di un orizzonte democraticamente inclusivo delle sue diverse anime; un segnale di incoraggiamento per le società civili dell’intero mondo arabo, in particolare per quelle ricattate e tenute sotto il tallone di un potere oppressivo come in Egitto, per non parlare di quelle travolte dalla guerra civile.
L'EUROPA SMETTA DI ESSERE MIOPE. Anche qui l’Europa dovrebbe dare prova visione strategica più che di miope utilitarismo.
Già l’Europa, il grande assente costretto all’impotenza dalle ambizioni nazionalistiche che la dividono.
Con quanta ragione il presidente Mattarella si è fatto interprete di una forte sollecitazione perché «l’Europa sia unita per favorire convergenze in Siria, Iraq e Libia ed evitare che scelte unilaterali aiutino le forze del disordine e del terrore».

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