Russia Cina Putin 151019164602
TERRORISMO 20 Ottobre Ott 2015 0700 20 ottobre 2015

Isis: le mosse di Pechino nel risiko siriano

Portaerei, sommergibili e caccia: la Cina mostra i muscoli in Medio Oriente. Dove ha interessi strategici ed economici. E fa asse con la Russia di Putin.

  • ...

L'ultima ad approcciarsi alla nuova Triplice alleanza russa è la Gran Bretagna di David Cameron.
Sulla scia di Israele, il premier conservatore inglese ha in animo di chiedere al presidente cinese Xi Jinping, in visita a Londra, il suo sì esplicito ai bombardamenti contro l'Isis in Siria e Pechino non è affatto un attore neutrale della partita.
Membro permanenente, con la Russia, del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, ha bloccato le risoluzioni contro il regime di Damasco.
E per quanto la Cina smentisca l'invio di militari e navi da guerra nel Mediterraneo («speculazioni senza senso», le notizie filtrate dal Medio Oriente) in sostegno ai russi, media libanesi e anche siti vicini ai servizi israeliani indicano l'arrivo di unità cinesi sulle coste siriane, quantomeno per il training e il sostegno delle forze locali contro i gruppi jihadisti.
RUMORS DI MANOVRE CINESI. Per l'Esercito dei ribelli siriani sarebbe ormai «questione di settimane».
Alla base russa di Tarturs, in Siria, sarebbe già arrivata la portaerei cinese Liaoning-CV-16 scortata da un incrociatore lanciamissili e Pechino sarebbe pronta a schierare nella regione anche una squadriglia caccia J-15, alcuni elicotteri militari e anti-sommergibili e un migliaio di marines. Ufficialmente il governo cinese resta fermo sulla sua dottrina della non ingerenza.
La portaerei sarebbe in giro per manovre ed esercitazioni militari programmate, «nessun piano di guerra in questo momento», «non è la Cina che porta il caos in Siria» e «ogni intervento violerebbe la sovranità siriana».
GLI INTERESSI IN MEDIO ORIENTE. Ed è davvero probabile che la Cina non arrivi a muovere atti di forza in Medio Oriente.
Ma certamente la nomenclatura comunista vuol mostrare i muscoli, fissare bandierine in una regione di suo crescente interesse strategico, ed economico.
In questi giorni ha incontrato la prima consigliera del presidente siriano Assad, Bouthaina Shaaban, e i vertici militari cinesi sono volati a Teheran per rafforzare la cooperazione.

Gas, petrolio e sicurezza: verso un'area comune di influenza con la Russia

Bashar al-Assad, presidente della Siria.

Intanto la Cina è interessata, per ragioni di sicurezza, a stroncare il proliferare del terrorismo islamico nella regione.
Come in Russia, che ha migliaia di combattenti nell'Isis soprattutto dall'area caucasica, tra la minoranza uigura islamica, circa 8 milioni e mezzo di cinesi nella regione occidentale del Xinjiang, ha attecchito il proselitismo del Califfato: nel 2014 Abu Bakr al Baghdadi li ha chiamati a liberarsi dall'oppressione di Pechino e si stimano in oltre 1.000 i combattenti cinesi finiti nell'Isis, attraverso gli hub di Hong Kong e Malesia. Per la Cina, una bomba a orologeria di possibili, nuovi attentati interni.
A lungo termine, c'è poi l'esigenza di allargare, al fianco dei russi e degli iraniani, l'influenza in un'area, il Medio Oriente, ricca delle risorse di petrolio e gas delle quali la Cina priva - se si esclude il turbolento Xinjiang - di idrocarburi è affamata.
Un Lebensraum, spazio vitale, quasi naturale, per contiguità geografica, per gigante asiatico. In Iraq, prima della fondazione del Califfato, stava spiccando come maggiore investitore.
LA PENETRAZIONE IN IRAQ. Complice il rapido disimpegno degli americani nel Paese, nel 2013 Pechino aveva superato Washington per import di greggio dall'Iraq, circa 299 milioni di barili l'anno estratti dal colosso statale cinese.
L'Agenzia internazionale dell'energia (Aie) era arrivata a definire il commercio di petrolio tra Baghdad e Pechino una «nuova via della seta» e, dalla nuova crisi, i cinesi seguono con apprensione gli sviluppi nella regione, che nell'ultimo anno sono sostanzialmente equivalsi ai progressi nell'Isis, in espansione verso Baghdad e nella Siria occidentale.
Ovvio che, costituita la centrale di coordinamento in Iraq tra Russia, Iran e Siria per i raid lanciati dal Cremlino, Pechino abbia mosso le sue pedine, per rafforzare e anche allargare la sua presenza nella regione.
L'ASSE RUSSIA-CINA. Il presidente russo Vladimir Putin non fa mistero di allargare l'offensiva all'Iraq e se ci fosse bisogno di sostegno e finanziamenti, la Cina sarebbe un alleato prudente ma molto affidabile.
Nei due anni di mandato, il presidente cinese Xi ha posto massima priorità nell'espansione delle relazioni commerciali con le potenze petrolifere dell'Asia centrale e mediorientale.
Con l'attivismo bellico di Putin, il cosiddetto Gruppo di Shanghai (la Shanghai cooperation organisation tra Kazakistan, Cina, Kirghizistan, Tagikistan e Russia) per la cooperazione economica e anche militare ha ora l'occasione di allargare la sua sfera a occidente, erodendo terreno agli Usa.
LA RINCORSA INGLESE. E pure per il Cremlino, che con Pechino ha firmato il maxi contratto di fornitura di gas per 400 miliardi dal 2018, la convergenza è un affare d'oro: nel 2015 la Cina ha in ballo con Mosca una fornitura di altri 100 caccia Sukhoi e per Putin i rapporti tra i due Paesi «non sono mai stati così forti».
Pragmaticamente, Israele si è accodato ai nuovi sceriffi della sicurezza in Medio Oriente e, per non restare fuori dal risiko mediorientale, anche la Gran Bretagna è pronta al gran compromesso.
D'altra parte, sui social network cinesi spopola il consenso allo “zar” Putin in Siria e anche Oltremanica: secondo un sondaggio del Daily Express, il 71% dei britannici intervistati è per i raid.

Correlati

Potresti esserti perso