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BASSA MAREA 20 Ottobre Ott 2015 1322 20 ottobre 2015

Medio Oriente, Obama rischia di affondare il dollaro

Se la Russia rafforzasse la propria influenza, la moneta Usa subirebbe un colpo durissimo. E la politica del presidente non sarebbe esente da colpe.

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Il presidente Obama.

La processione a Mosca dei capi dei servizi di sicurezza e dei leader mediorientali, compreso il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l’erede al trono saudita Muhammad Bin Nayef, è ormai a flusso continuo.
Se gli Stati Uniti non riprendono in mano in qualche modo il bandolo della matassa nella regione incomincerà presto a Mosca la processione anche dei leader europei, e con toni nuovi.
Un Medio Oriente dove fosse Mosca a garantire gli equilibri non lascerebbe l’Europa indenne.
OBAMA NON HA LE IDEE CHIARE. Putin, che certamente con l’azione militare in Siria ha aperto un capitolo difficile, sembra avere le idee chiare. Obama no.
L’anziano Henry Kissinger (92 anni) ha cercato con un lungo articolo pubblicato sabato 17 ottobre dal Wall Street Journal di spiegare che cosa sta succedendo.
È un’analisi impietosa e dimostra come siamo a una svolta storica. «L’azione militare unilaterale russa in Siria», scrive Kissinger, «è l’ultimo sintomo della disintegrazione del ruolo americano nel garantire la stabilità dell’ordine creato in Medio Oriente dopo il conflitto arabo-israeliano del 1973».
«LA POLITICA USA ALIMENTA SOSPETTI». Israele, Egitto e Arabia Saudita erano i pilastri principali di quell’ordine che si estendeva a tutti gli altri e toccava la stessa Siria. Kissinger ne fu un artefice fondamentale. Il processo fu suggellato nel 1978 dagli accordi di Camp David. «Quella struttura geopolitica è ora a pezzi».
«La politica americana», continua Kissinger, «ha cercato di cavalcare le motivazioni di tutte le parti in causa e si trova quindi prossima a perdere la capacità di modellare gli eventi. Gli Stati Uniti sono così ora su posizioni opposte, o diverse in qualche modo, rispetto a quelle di tutti i protagonisti nell’area [...] La politica americana corre il rischio di alimentare i sospetti invece di disinnescarli».
LE MOTIVAZIONI GEOPOLITICHE DI MOSCA. La Russia e l’Iran in un modo, l’Isis in un altro, stanno cercando di riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti.
Mosca si muove su motivazioni geopolitiche e non ideologiche, sostiene Kissinger. Mosca si preoccupa della stabilità della regione e vuole, nel proprio interesse, sostenere il presidente siriano Assad, suo alleato.
«Occorre un concetto strategico e servono delle priorità», dice Kissinger. E la prima è la distruzione dell’Isis, obiettivo compatibile con la strategia di Mosca, non la cacciata di Assad. Entrambe andrebbero perseguite, ma occorre scegliere, per ora.

Kissinger boccia la politica americana

Henry Kissinger.

Kissinger boccia in blocco la politica di Obama (e non solo) senza sempre entrare nello specifico dei vari errori, ma sono noti.
Primo, avere incentivato la Primavera Araba troppo condizionata dagli oltranzisti islamici, avere quindi abbandonato il presidente egiziano Mubarak per poi dovere alla fine accettare di malavoglia un altro Mubarak, l’attuale presidente al-Sisi («sempre trattato da Obama con disdegno» come dice l’ex ambasciatore israeliano all’Onu, Dan Gillerman).
Poi, se l’obiettivo era abbattere Assad, non avere davvero armato e organizzato i ribelli siriani.
L'ILLUSIONE DELL'ACCORDO CON TEHERAN. Terzo e più grave, avere detto che se Assad continuava a massacrare con armi chimiche e altro la sua popolazione ribelle, sarebbe stato cacciato.
Ma mentre la Francia era pronta a unirsi a un’azione miliatre, nel 2013, Obama improvvisamente la cancellava sine die, rendendo vuote le minacce e perdendo molto prestigio fra gli alleati dell’area.
Infine avere sperato che l’accordo nucleare con Teheran, bocciato da Kissinger come illusorio, frenasse le mire egemoniche iraniane nella regione. Per non parlare della Libia 2011, la fine di Gheddafi senza immaginare un dopo, dramma nel quale anche Parigi e Londra hanno ampie responsabilità.
PUTIN OSTILE A CAMBI DI LEADERSHIP. I russi seguono una strategia vecchia di 70 anni almeno (e dai tempi degli zar, in realtà), che 20 anni fa dopo la fine del comunismo hanno aggiornato e precisato.
La definiva a grandi linee Victor Posuvalyuk, ex ambasciatore a Baghdad e allora vice ministro degli Esteri (morirà nel 1999) , e dice una cosa allora solo auspicabile: Mosca ritiene il Golfo e, in senso lato, il Medio Oriente importanti per la sua sicurezza e vuole essere fra i garanti degli equilibri dell’intera area.
Parlando all’Onu il 28 settembre scorso Putin è stato conseguente: la Russia è ostile a cambiamenti di leadership nella regione.
LA RINNOVATA ALLEANZA RUSSIA-MONDO SCIITA. Un messaggio che vuole suonare tranquillizzante per tutti i leader mediorientali. Il 30 settembre i cacciabombardieri russi incominciavano ad attaccare le posizioni dei ribelli siriani anti-Assad, a volte gli stessi che la Cia aveva con molta misura armato.
L’obiettivo è salvare Assad. Poi Mosca potrebbe - i segnali ci sono - unirsi a un fronte anti-Isis.
Resta comunque il fatto che su tutto lo scacchiere Mosca si muove nell’ambito della sua rinnovata alleanza con il mondo sciita, di cui Assad è parte.
Mentre Washington è erede di un'alleanza con i sunniti che risale al 1944 e all’incontro quell’anno tra il presidente Franklin Roosevelt e il re d’Arabia Ibn Saud.

Un Medio Oriente 'vicino' al Cremlino può affondare il dollaro

Vladimir Putin.

I russi sono tornati dopo 40 anni. E gli americani vorrebbero tanto andarsene, lasciando sconcertato il mondo sunnita moderato e alleato, come l’imbarazzato ritiro nei giorni scorsi della portaerei nucleare Theodore Roosevelt e della sua scorta dal Golfo Persico dimostra (per manutenzione, è stato detto) .
È la prima volta da parecchi anni che non c’è una portaerei americana in quella acque dove gli Stati Uniti si erano impegnati più di 40 anni fa con Henry Kissinger – e di fatto già nel 1944 con l’intesa Roosevelt-Ibn Saud – a garantire gli equilibri e la libertà di navigazione.
Tenendo sempre a bada le ambizioni sciite iraniane, già con lo scià amico e cliente, e tanto più con gli ayatollah.
WASHINGTON ATTENDE UN NUOVO KENNAN. Mosca sembra avere un disegno ben radicato nella Storia, Washington sembra in attesa di un nuovo George F. Kennan che spieghi, come fece il giovane diplomatico da Mosca nel 1946 chiarendo le motivazioni nazionali, più che comuniste, della misteriosa politica di Stalin, che cosa fare con il Medio Oriente.
Ma ci sarebbe nella Washington di Obama qualcuno in grado di capirlo?
C'è, è chiaro, ma è fuori o uscito dal circuito del potere, che in una presidenza accentratrice come quella Obama è essenzialmente la Casa Bianca e il gruppo dei più stretti collaboratori, nessuno grande esperto di esteri e di Medio Oriente. La politica estera si vendica.
IN BILICO IL RUOLO DEL DOLLARO. Eppure la partita è enorme, anche per l’America. E può darsi che quando saranno chiare tutte le possibili conseguenze, anche finanziarie e monetarie, di una caduta verticale del prestigio americano nel Golfo e aree limitrofe, qualcuno batta un colpo.
Il dollaro è la moneta franca e sovrana per tre motivi: perché espressione della più potente economia, perché espressione della nazione più forte sul fronte geostrategico, e perché è la moneta del petrolio.
Se il Medio Oriente dovesse guardare più a Mosca che a Washington, due condizioni su tre salterebbero.
E il dollaro entrerebbe dopo 70 anni, 90 in realtà, in una nuova più difficile era. «Presidente Obama», dice ancora Gillerman, «il Medio Oriente non è il Midwest».

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