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MANOVRA 20 Ottobre Ott 2015 0700 20 ottobre 2015

Meridione: Renzi e quella promessa non mantenuta

Solo 150 milioni per gli incentivi. E zero per nuovi assunti e credito d'imposta. Renzi trascura il Sud. Temendo l'Ue. Ma ora rischia la guerriglia parlamentare.

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Il premier Matteo Renzi e il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan.

A Matteo Renzi non è mai piaciuta la retorica meridionalista. Anche per questo il Mezzogiorno è assente nella Legge di Stabilità.
Forse non poteva essere diversamente in una manovra che chiede all'Europa di sforare sul deficit/Pil per 11 miliardi e che nel contempo non elenca nessun intervento strutturale credibile.
Il tema è dirimente. Lo Svimez ha calcolato che la spesa pubblica al Sud è passata dal 2001 al 2013 da 25,7 a 15,8 miliardi. Soltanto i fondi destinati alle imprese (pubbliche e private) si sono ridotti in questo lasso di tempo di oltre 6,2 miliardi di euro.
È soprattutto per questo che gli investimenti, soltanto nel 2014, sono crollati dal 2008 a oggi del 38%, segnando un -59 per l'industria, un -47 per le costruzioni e un -38 nell'agricoltura.
Risultato? Dall'inizio del secolo l'area è cresciuta la metà della Grecia (+13% contro il 24%).
TRE AREE DI AZIONE. Nei mesi scorsi il premier aveva anni annunciato un master plan per il Sud (doveva arrivare a settembre).
Il testo sarebbe pronto, ma non convince i più. Tre sarebbero le aree di azione: una cabina d’intervento creata tra i ministeri della Giustizia, della Sanità e dell’Istruzione per migliorare i servizi primari (come burocrazia e sanità); vincolare il grosso dei fondi europei su quattro direttrici (reti, trasporti, Youth Garantee e grandi opere piano Juncker); riconvertire le aree industriali esistenti (Taranto) o dismesse (Bagnoli).
Soprattutto Renzi aveva fatto intendere che avrebbe riversato sul Sud almeno 1 miliardo tra incentivi per le assunzioni con il contratto a tutele crescenti e incentivi alle Pmi già con la manovra. Invece ci sono appena 150 milioni, per lo più legati agli aiuti ai piccoli, non un euro per i nuovi posti o il credito d'imposta.
PASSA LA LINEA PADOAN. Alla fine è passata la linea del ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, che ha sempre considerato deleteri e distorsivi interventi specifici per quella che è ormai una delle aree più povere d'Italia.
Al recente congresso dei giovani industriali di Capri - e incalzato dal vicepresidente con delega al Sud, Alessandro Laterza - l'ex numero due di Ocse e Fmi ha sfidato l'imprenditoria italiana.
«Innanzitutto», ha detto, «sottolineo che la clausola Ue sugli investimenti consentirà di sbloccare 5 miliardi di cofinanziamento nazionale che con l’effetto leva arrivano a 11 miliardi, di cui 7 per il Mezzogiorno».
Quindi la stoccata alle aziende: «L’altra questione è relativa alla capacità progettuale degli investimenti: perché i progetti siano validi c’è anche bisogno di interagire con gli imprenditori».

Quei 5 miliardi della programmazione 2007-2013 non spesi

Vincenzo De Luca.

Il riferimento neanche tanto velato è ai 5 miliardi della programmazione 2007-2013 non spesi (anche per la difficoltà dello Stato centrale a cofinanziare progetti che spesso sono imbarazzanti).
Ma dietro la posizione del ministro c'è anche la ritrosia della Ue ad approvare misure destinate a un singolo territorio.
C'è il timore che, oltre a fare dumping, possano confliggere con gli interventi previsti per le aree di Obiettivo 1, con la piattaforma Youth Garantee e il piano Juncker per le infrastrutture.
Dal Sud provengono il presidente della Repubblica e il ministro dell’Interno; il numero uno del Senato e quello della Corte Costituzionale. Eppure qualcuno fa notare che le cose non potevano andare diversamente, visto lo scarso peso dei politici meridionali sia nelle dinamiche del Pd sia nell’inner circle renziano.
L'OSTACOLO DELL'UNIONE EUROPEA. Per non dimenticare che in Campania comanda Vincenzo De Luca, che ha messo non poco imbarazzo il governo sulla Severino. Mentre in Calabria il governatore Mario Oliverio è un dalemiano convinto e in Sicilia e in Puglia Rosario Crocetta e Michele Emiliano hanno pubblicamente “trescato” con i Cinquestelle, anche per creare un’alternativa nazionale al renzismo.
A Palazzo Chigi, non a torto, vedono un solo ostacolo alla manovra: l'Unione europea, che al di là delle minacce di Renzi di «rimandargliela indietro così com'è», potrebbe chiedere a Roma di riscrivere il Def, visto che ballano circa 3 miliardi per le coperture, il taglio della Tasi contraddice il proposito comunitario di trasferire la fiscalità dalle persone alle cose e, soprattutto, l'Italia si è arrogata un rallentamento sul pareggio di bilancio più ampio di quello finora concordato.
Ma non va sottovalutata la guerriglia parlamentare che potrebbe verificarsi nelle prossime settimane.
IL PARTITO DEL SUD SULLE BARRICATE. L'ha dichiarata dalla Puglia il presidente della commissione Bilancio di Montecitorio, l'ex dalemiano Francesco Boccia, annunciando alle Camere premerà per «garantire sgravi sul lavoro fino al 2020, rendere automatico l'ammortamento al 140% sui macchinari e aumentare gli investimenti sulla banda larga».
Il bersaniano Alfredo D'Attore ha motivato il suo no alla manovra e la sua probabile uscita dal Pd proprio con l'assenza di una politica meridionalista.
Nel centrodestra la forzista (e campana) Mara Carfagna dà a Renzi del bugiardo per le sue mancate promesse, mentre il fittiano (e pugliese) Rocco Palese paventa che le coperture che mancano possano essere recuperate tagliando la spesa per il cofinanziamento.
Il partito trasversale del Sud è vivo e vegeto e alla bisogna si dimostra più funzionale dell'asse Renzi-Verdini.

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