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DIPLOMATICAMENTE 21 Ottobre Ott 2015 1537 21 ottobre 2015

Siria, scalzare Putin ora può essere pericoloso

La Russia è in posizione di forza. Obama? Non cambierà approccio, un solo errore potrebbe essere letale. E portare allo scontro militare con lo zar.

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Bashar al Assad e Vladimir Putin.

Le sorti finali della Siria sono avvolte in una grande nebbia, sia sotto il profilo militare che sotto quello politico.
Sotto il primo perchè la sua asimmetricità, frammentazione, mobilità delle milizie coinvolte e fluidità delle alleanze ne rendono di ardua decifrazione la dinamica reale che per di più viene deformata dalla narrazione interessata dei due grandi protagonisti, Washington e Mosca.
RIAD CHIUDE AD ASSAD. Sotto il secondo profilo perchè dopo le schermaglie dei loro iniziali comunicati ufficiali, ampiamente pubblicizzate da una parte e dall'altra, il contenuto del dialogo è stato posto in un cono d'ombra illuminato ad arte da questo o quell'alleato, più per riaffermare un ideale di coerenza che per marcare un effettivo risultato negoziale.
Ne sono un esempio le ultime esternazioni con le quali il ministro degli Esteri saudita è tornato a escludere non solo l'accettabilità di una sopravvivenza politica, ancorchè a tempo limitato, di Bashar al Assad, opzione ormai recepita da Washington, ma anche l'opportunità di una presenza iraniana a quel futuro negoziato ormai data per scontata.
L'IMPORTANZA DI ALEPPO. Ciò che sta per contro emergendo è che il passaggio attraverso il quale potranno crearsi, probabilmente, le condizioni per porre effettivamente all'ordine del giorno la trattativa politica e la forza negoziale delle singole parti che vi si dovranno misurare sarà rappresentato dall'esito della battaglia che si sta consumando nell'area di Aleppo, strategicamente decisiva.
Non casualmente questa città, la seconda del paese per importanza politico-economica e di comunicazioni, è al centro del conflitto che ha opposto fin dall'inizio il regime di Bashar e le forze ribelli più o meno'moderate' e che adesso vede assiepate in un considerevole garbuglio le varie milizie che si sono andate via via aggiungendo, a partire da Hezbollah libanese da un lato e al Nusra (al Qaeda) e soprattutto Stato islamico (Isis o Daesh che dir si voglia) dall'altro.

Putin si mette tra Assad e chi chiede un cambio di regime

Barack Obama, Presidente degli Stati Uniti d'America. Non servono altre parole.

Ed è proprio in quell'area che si stanno particolarmente misurando, adesso, Washington e Mosca: gli americani assicurando forniture di armamenti ben più consistenti di prima e a beneficio di uno schieramento di ribelli di cui i tradizionali 'moderati' sono solo una parte.
I russi con il ben noto e robusto intervento militare diretto, reso tanto più temibile in quanto portato avanti con quella sintesi tra forze di terra e aeree che è sempre mancata all'altra parte. Intervento di cui, vale la pena ripeterlo, Putin ha rivendicato la legittimità internazionale, di cui invece è priva, almeno formalmente, quello della controparte.
PUTIN IN POSIZIONE DI VANTAGGIO. Gli obiettivi perseguiti dallo zar con questa mossa dirompente sono chiari e vanno dalla riaffermazione, ampiamente condivisa nell'ambito della Comunità internazionale, dell'ostilità a qualsivoglia interferenza esterna soprattutto se mirata a un cambiamento di regime (sottolineata con l'incontro a Mosca con Assad, il 21 ottobre); alla salvaguardia dei suoi interessi strategici, miranti a rivendicare lo status di interlocutore ineludibile sulle questioni medio orientali ma anche a garantirsi lo sbocco al Mediterraneo, privilegiati rapporti economici e militari, eccetera.
Un bel pacchetto, non c'è che dire, che nelle attuali condizioni di teatro conflittuale e di condizionamento negoziale appare piuttosto a portata di mano di Putin.
Occorre tenere presente in proposito che in aggiunta a Hezbollah libanese, lo schieramento russo, militare e paramilitare, di terra e aereo, può contare anche sull'apporto non certo secondario del pernicioso Corpo delle guardie rivoluzionarie iraniane e del suo famoso comandante Qassem Soleimani, fattosi deliberatamente fotografare proprio nella provincia di Aleppo per marcare la caratura dell'impegno iraniano a difesa di Bashar al Assad.
LA TIMIDEZZA DI OBAMA. Meno agevole è ipotizzare l'obiettivo perseguito da Obama, quello reale, naturalmente, non quello dichiarato di combattere l'Isis e spingere Bashar ad andarsene, reiterato dal 2013.
È pur vero che in quest'ultima fase ha irrobustito il suo sostegno militare ai ribelli siriani, allargando sensibilmente il perimetro dei 'moderati'. Ma resta difficile pensare che il presidente americano, dopo aver ingaggiato una battaglia a dir poco timida per quasi quattro anni con l'obiettivo di sconfiggere militarmente Bashar al Assad o costringere il suo regime ad accettare un negoziato che ne sancisse la fuoriuscita - lo stesso Obama che nel 2014 ha preso la guida di una grande coalizione arabo-occidentale chiamata a fiaccare e distruggere l'Isis, risoltasi in realtà in un'operazione di contenimento condotto con criteri sostanzialmente omeopatici - sia adesso pronto a un radicale salto di qualità operativa suscettibile di esporlo al rischio di uno scontro militare con Mosca, magari per un errore accidentale.

I Paesi arabi temono le ambizioni 'destabilizzanti' di Teheran

Il presidente dell'Iran, Hassan Rohani.

La dice lunga la firma di un Memorandum proprio nelle ultime ore, il 20 ottobre per l'esattezza per evitare una tale eventualità.
E pazienza se ne guadagna la credibilità di Putin che lo aveva sollecitato. Agli occhi di Obama ne guadagna soprattutto l'orizzonte di una trattativa informale già avanzata - e quella di un tavolo di trattativa ufficiale - finalizzata a ottenere quel minimo sindacale che salvi il principio e risulti accettabile anche alle monarchie del Golfo, Arabia saudita in testa: 'pilotare' un'uscita onorevole di Bashar al Assad.
Certo, il nuovo equilibrio regionale, derivante dal vagheggiato ruolo costruttivo di Teheran favorito dall'accordo nucleare, sta facendo acqua, complice Mosca; ma ogni ipotizzabile alternativa a una soluzione realisticamente negoziata risulta adesso scabrosa e tale da rendere preferibile una linea pragmatica, marcata laddove strettamente necessario da mosse dettate al solo scopo di assorbire la pressione degli alleati arabi che temono le ambizioni 'destabilizzanti' di Teheran.
L'INCOERENZA NON È UN PROBLEMA. D'altra parte appare di tutta evidenza che il nuovo leader iraniano, col placet dell'Ayatollah Khamenei, messo all'incasso il dividendo dell'Accordo nucleare, non sembra preoccupato più di tanto della sostenibilità politico-morale del suo appoggio al regime di Bashar al Assad e della sua incoerenza con la politica 'costruttiva e di stabilità' annunciata al momento della vittoria elettorale e ribadita da allora ad ogni piè sospinto.
La sorte di Bashar è legata per Teheran alla prospettiva della salvaguardia della sua influenza sulla Siria, e dunque sul regime attuale, non necessariamente sul suo titolare (come per Putin) ormai screditato.
UN GROVIGLIO DI INTERESSI. Lo stesso Iran col quale Washington si è trovata a convergere, di fatto, in più di un'occasione, nell'offensiva portata avanti, sempre in maniera piuttosto parsimoniosa, nei confronti dell'Isis in Iraq, ben sapendo come le forze iraniane puntavano sì a combattere lo Stato Islamico, ma anche le tribù sunnite e dunque a spingerle tra le braccia del Califfato.
Una linea d'azione speculare a quella perseguita da Putin in Siria come abbiamo visto.
Insomma, la nebbia persiste ma vi sono indizi che possa diradarsi a favore di Putin e di Teheran.

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