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POLITICA 26 Ottobre Ott 2015 0919 26 ottobre 2015

La Polonia va a destra: chi è la neopremier Szydlo

Varsavia svolta: trionfa Szydlo, leader dei nazional-conservatori del Pis. Creatura di Kaczynski, dice no a euro e migranti. E sull'economia si ispira a Orban.

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Beata Szydlo, la candidata premier del partito Diritto e Giustizia.

I nazional-conservatori di Diritto e Giustizia (PiS) hanno trionfato nelle elezioni parlamentari, dopo aver vinto lo scorso maggio quelle presidenziali.
In cinque mesi è cambiato il volto politico della Polonia. Beata Szydlo, 52enne antropologa, vince il derby fra le donne delle destre polacche contro la premier uscente Ewa Kopacz.
Si chiude così definitivamente l'era di Donald Tusk, nel frattempo trasferitosi a Bruxelles alla guida del Consiglio europeo: i suoi eredi di Piattaforma civica (Po) hanno perso la scommessa della successione, e con Tusk va in soffitta quel po' di liberalismo che il Paese ha saputo digerire.
PAESE SEMPRE PIÙ A DESTRA. Ora il pendolo si sposta più a destra. Tornano al comando i conservatori più duri, otto anni dopo la turbolent esperienza dei gemelli Kaczynski, che dal 2005 al 2007 si erano spartiti presidenza del consiglio e della Repubblica.
Il dato elettorale è più netto di quel che i sondaggi avevano previsto. Il PiS vola al 37,58%, stacca di oltre 13 punti percentuali i rivali di Po (al 24,09%) e, soprattutto, conquista la maggioranza assoluta. Governerà da solo, senza neppure il contrappeso di un piccolo alleato. È la prima volta dal 1989, anno che segnò la fine del regime comunista.
La campagna elettorale è stata segnata nella sua fase conclusiva dal tema dell'immigrazione, sul quale i nazional-conservatori hanno giocato tutte le carte classiche del populismo europeo tanto in voga di questi tempi.
LA PAURA DEI PROFUGHI COME ARMA. Con cinismo e consapevolezza, i leader del Pis, dallo stratega ombra Jaroslaw Kaczynski al capo dello Stato Andrzej Duda, hanno alzato i toni emotivi del confronto in un Paese che di profughi siriani o afghani finora non ne ha visto neppure l'ombra. La tattica ha funzionato, ma è servita solo a incrementare il distacco, forse a consentire quello scatto che ha portato alla maggioranza assoluta.
Ma la vittoria di Pis, o meglio la sconfitta dei liberali, è maturata nei mesi e negli anni precedenti, quando il partito di governo si è velocemente afflosciato su se stesso, come avesse di colpo perso la voglia di amministrare, persino di difendere i buoni risultati economici.
Piattaforma civica si è consumata in una serie di piccoli e grossi scandali che hanno coinvolto esponenti di primo piano, si è logorata nell'esercizio stanco del potere, si è dilaniata in faide interne tra fazioni, ha perduto la spinta riformista senza trovare una linea alternativa rispetto a un compiaciuto immobilismo.

Il partito di Tusk si affloscia: pesa anche la bassa affluenza

Donald Tusk, premier polacco dal 2007 al 2014.

Il partito di Tusk non è stato più capace di tenere assieme e rappresentare un blocco sociale (imprenditori, nuova borghesia urbana, giovani laici e consumisti) che si è via via frammentato, cercando altri riferimenti politici in formazioni personali sorte come i funghi negli ultimi anni. E ha sottovalutato il crescente risentimento di coloro che non hanno partecipato al miracolo economico polacco: nelle aree tagliate fuori dalle direttrici di sviluppo, a Est e a Sud di Varsavia, nella Polonia rurale, tradizionalista, religiosa, da sempre bacino elettorale del PiS, ma anche nelle città. E chi non se l'è sentita di votare il partito di Kaczynski, non è andato a votare, sfogando il proprio disincanto nell'assenteismo: il tasso dei votanti è stato del 51%.
IL PIS ISPIRATO DA ORBAN. Agli avversari del Po è bastato attendere che l'inerzia messasi in moto con il rovescio elettorale delle presidenziali di maggio proseguisse inesorabile sino al voto politico di ottobre. E in assenza di una sinistra credibile, il ruolo dei difensori del popolo è stato interpretato dai nazionalisti.
L'interrogativo che il risultato del voto pone è che tipo di Pis governerà la Polonia nei prossimi anni. In campagna elettorale, oltre alla retorica anti-immigrati che fa prevedere un ulteriore irrigidimento di fronte alla ricerca di una strategia di accoglienza comune dell'Europa, si sono affastellate proposte economiche difficilmente sostenibili. Anche l'idea di redistribuire la ricchezza, togliendo a quanti hanno fatto fortuna negli ultimi anni per dare a coloro che non hanno beneficiato del miracolo polacco, appare per ora uno slogan privo di contenuti operativi.
C'è qualche idea vagamente assorbita dal dirigismo economico di Orban e l'intenzione di procrastinare alle calende greche l'adozione dell'euro. Ma questa era un'opinione condivisa anche dai liberali e da buona parte della piccola industria, dunque per nulla dirompente.
PARTITO ANCORA IN MANO A KACZYNSKI. Diritto e Giustizia è un partito diverso da quello di otto anni fa, innanzitutto negli uomini. Lech Kaczynski morì nel 2010 da capo dello Stato nel disastro aereo di Smolensk e il suo gemello Jaroslaw, dopo aver gestito caparbiamente il partito negli anni di Tusk, ha lasciato la prima fila a volti nuovi: Andrzej Duda è diventato presidente della Repubblica, Beata Szydlo sarà capo del governo. La nuova premier è considerata una sorta di creatura di Kaczynski, ma la stessa cosa si diceva di Duda, che invece ha saputo emanciparsi piuttosto in fretta. Il vecchio leader ha ancora il partito in mano, ma la sua leadership non è più incontrastata e il cambio generazionale ha portato alla ribalta politici più pragmatici.
La stessa Polonia di oggi non è più quella di 8 anni fa. Al netto degli errori compiuti e delle disuguaglianze cresciute, il Paese ha oggi un tessuto imprenditoriale forte e in espansione, capace di attirare investimenti non più solo legati al basso costo del lavoro ma alla qualità dell'innovazione e alla produttività. Aziende che competono sui mercati europei e non accompagnerebbero una politica di autarchia e di chiusura verso Bruxelles. Se una volta al governo Diritto e Giustizia non cambierà agenda rispetto alla retorica elettorale, difficile che la vittoria di oggi, per quanto travolgente, garantirà una legislatura stabile e duratura.

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