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RETROSCENA 27 Ottobre Ott 2015 0700 27 ottobre 2015

Roma, così Marino vuole mettere il Pd spalle al muro

Il sindaco medita di ritirare le dimissioni. Per fare uscire allo scoperto il partito. E chi gli ha remato contro. I dem si riuniscono: la sfiducia è dietro l'angolo.

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Ignazio Marino.

Come il più classico dei déjà-vu, il “caso Roma” fa riavvolgere il nastro del film fino all’inverno di sette anni fa.
Era il 24 gennaio del 2008 quando Romano Prodi, presentandosi al Senato per il voto di fiducia sul suo governo, pur sapendo che le speranze di uscire indenne sarebbero state quasi nulle, provò lo stesso a stravolgere un destino segnato.
E in aula a Palazzo Madama disse: «Oggi sono qui per espormi al giudizio di chi rappresenta il popolo».
IL PRECEDENTE DI PRODI. In uno degli scranni della Camera alta sedeva un senatore della sinistra, alla sua prima legislatura dopo aver speso una carriera tra sale operatorie e aule universitarie.
Quel senatore si chiamava Ignazio Marino, e nella sua mente sono ancora impresse le scene di giubilo del centrodestra, tra tappi di bottiglie di champagne che volavano e fette di mortadella esibite e ingollate a mo’ di sfottò nei confronti dell’allora presidente del Consiglio.
Prodi scelse la via del “suicidio” politico all’epoca: sapeva di non avere i numeri, ma decise lo stesso di andare a petto nudo incontro alle coltellate anche di alcuni della sua stessa maggioranza.
MARINO DEVE DECIDERE ENTRO L'1 NOVEMBRE. La conta finì 161 a 156 nel 2008: tra urla, sputi e accuse. Pochi mesi più tardi Silvio Berlusconi riconquistò Palazzo Chigi con risultati mai raggiunti prima nella storia repubblicana.
Oggi la sensazione è che la storia possa ripetersi, sebbene in proporzioni diverse, e per certi versi minori, anche in Campidoglio.
Il prossimo primo novembre scadrà il termine dei 20 giorni previsti dalla legge perché il sindaco dimissionario ci ripensi: entro quella data dovrà dire chiaro e tondo se conferma la decisione di lasciare la guida del Comune o se preferisce provare la carta dell’aula Giulio Cesare per provare a sparigliare le carte.

Il sindaco è orientato a ritirare le dimissioni

Il presidente del Pd Matteo Orfini.

Al momento, stando anche alle parole pronunciate domenica 25 ottobre in piazza, Marino sembrerebbe orientato a ritirare le dimissioni, come dimostra anche il clima di grande confusione che sta animando gli ultimi giorni, e in particolare le ultime ore, della politica capitolina.
Ormai le riunioni private, le cene e i pranzi dei consiglieri comunali sono una routine costante: l’intero gruppo o le diverse correnti si incontrano e si confrontano continuamente, anche alla ricerca di una notizia o un’indiscrezione attendibile dagli uffici del sindaco. Uffici che, per inciso, sono abbastanza blindati.
SUMMIT PD IN CAMPIDOGLIO. Lunedì 26 l’ultimo summit del Pd in Campidoglio, proprio mentre Marino teneva invece la riunione di Giunta.
Al termine dell’incontro i consiglieri dem hanno anche firmato un comunicato congiunto in cui scrivono: «Il gruppo consiliare e il Partito democratico sono tutt'uno nel giudicare l'amministrazione Marino. In questi due anni abbiamo garantito alla città un lavoro costante nell'Aula e nei territori. Mai come in questi giorni il Gruppo del Pd è stato unito, coeso e al servizio di quell'opera di ricostruzione di cui la città ha realmente bisogno».
PARTITO VERSO LA SFIDUCIA? Anche se in una forma abbastanza criptica, si evince comunque il senso: se ci sarà da sfiduciare il sindaco, noi ci siamo. O almeno questo si legge tra le righe.
Peccato, però, che pochi istanti dopo l’uscita del comunicato, il capogruppo in Campidoglio del Pd, Fabrizio Panecaldo, si lasci scappare una frase che potrebbe sembrare esattamente l’opposto di quanto dichiarato: «Su ciò che potrebbe accadere, ognuno di noi ha una posizione diversa: io sono per non votare nessun atto contro il sindaco insieme alle destre, con chi ha sfasciato Roma e fatto parentopoli».
Salvo poi tirare il freno a mano: «Se il sindaco ci chiama per un confronto, noi andiamo. Ad oggi non siamo stati convocati».

L'obiettivo di Marino: mettere i dem spalle al muro

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi.

La trama dunque si infittisce. Il Pd in pratica chiede a Marino di togliere le castagne dal fuoco ai consiglieri comunali, stretti ormai nella morsa tra il vertice nazionale del partito che preme per chiudere al più presto l’esperienza del chirurgo dem e la drammatica eventualità che tra pochi giorni si potrebbero essere costretti a scegliere tra le dimissioni in massa e il votare la sfiducia al sindaco assieme a Movimento 5 stelle, Lista Marchini, Forza Italia, Noi con Salvini e soprattutto Gianni Alemanno e Fratelli d’Italia.
Ed è forse questo il vero obiettivo del primo cittadino: mettere spalle al muro il suo stesso partito, che per due anni in sella al Comune di Roma lo ha supportato tra una guerra interna e l’altra (ricordate la Panda rossa?), e costringere i due Matteo, Renzi e Orfini, a premere pubblicamente il tasto off alla legislatura capitolina.
IN GIOCO IL FUTURO POLITICO DI ROMA. Esattamente come fece Prodi nel 2008. Con la “sola” differenza che oggi in ballo non c’è il governo del Paese ma il futuro di Roma, con un Giubileo alle porte (dicembre 2015) e la ricostruzione di un partito (il Pd) che stenta a decollare, nonostante sia trascorso quasi un anno dall’inizio del commissariamento (4 dicembre 2014).
Marino, intanto, incassa una sorta di appoggio anche da Sinistra ecologia e libertà, che attraverso il capogruppo in aula Giulio Cesare, Gianluca Peciola, fa sapere che «sicuramente non votiamo mozioni di sfiducia con i fascisti e con altri leghisti o persone che hanno distrutto Roma».
LA FRECCIATA DI SEL. L’esponente di Sel, poi, non si lascia scappare l’occasione di lanciare una frecciatina ai “cugini” dem: «Se il sindaco volesse andare in Aula, cosa faremmo? Non siamo un partito commissariato come altri, quindi riuniremo i nostri organismi con gli iscritti e poi decideremo».
La partita romana è ancora aperta, dunque. Anzi, apertissima. E per la prima volta da quando Renzi è capo del Pd e del governo, il risultato non è scontato e anche una eventuale vittoria potrebbe rivelarsi addirittura un boomerang. Ma è presto per tirare conclusioni. Troppo presto.

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