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ANNUNCIO 27 Ottobre Ott 2015 1543 27 ottobre 2015

Ue, flessibilità per i Paesi membri che aiutano i migranti

Per l'Italia si tratta di 3 miliardi in più. Anche Austria e Belgio ne beneficerebbero. Ma Juncker avvisa: «Bisogna fare di più».

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da Bruxelles

L'accoglienza ha un prezzo. E ora la Commissione europea sembra disposta a riconoscerlo.
Dopo vari tentennamenti e «valuteremo», è il presidente dell'esecutivo Ue in persona a dare il via libera a un'altra interpretazione della flessibilità per i bilanci pubblici dei Paesi che aiutano i migranti.
Il 27 ottobre davanti all'Aula dell'europarlamento di Strasburgo, Jean-Claude Juncker ha fatto sapere che «la Commissione europea applicherà la flessibilità alle spese per i rifugiati perché siamo di fronte a una situazione di eccezionalità. Ma tale flessibilità», ha sottolineato, «sarà applicata paese per paese purché siano sforzi straordinari».
Una notizia che ha fatto tirare un sospiro di sollievo a quei tre Paesi - Italia, Austria e Belgio - che al momento della presentazione delle proprie bozze di leggi di bilancio per il 2016 avevano già chiesto di poter applicare alla crisi migratoria la clausola di flessibilità per gli 'eventi eccezionali' prevista dalla riforma del 2011 del Patto di Stabilità Ue (regolamento N.1175/2011) e anche dall'art.3 del Trattato Fiscal compact.

I 3 miliardi di sconto chiesti dall'Italia

In particolare, nella legge di Stabilità arrivata in parlamento in questi giorni e sotto esame a Bruxelles dal 15 ottobre, il governo italiano chiede una flessibilità pari a 0,2 punti di Pil.
In pratica chiede di potersi indebitare per altri 3 miliardi di euro circa, una cifra spesa per gestire l'aumento dei migranti, che non dovrebbe essere considerata ai fini del rispetto degli obiettivi di bilancio.
Il governo sottolinea che si tratta del triplo della spesa media annuale sostenuta nel periodo 2011-2013, e del doppio di quella del 2014, e valuta a «poco meno di 4 miliardi di euro» i costi previsti per il 2016.
DA 13 A 16 MILIARDI. Facendo due conti, nel budget inviato a Bruxelles l'obiettivo di indebitamento sul Pil per il 2016 è stato rivisto dall'1,8 al 2,2%: la flessibilità varrebbe già circa 13 miliardi, che diventerebbero 16 se la clausola dei migranti venisse accettata
Una richiesta aggiuntiva di 3 miliardi quindi, accolta sin dall'inizio con prudenza dalla Commissione, che ha più volte ricordato l'esistenza di meccanismi Ue che finanziano con fondi comunitari una parte dei costi aggiuntivi dovuti alla crisi.
«La crisi dei rifugiati viene già affrontata attraverso specifici meccanismi di solidarietà dell'Ue creati a questo fine, e l'elemento economico è preso in conto attraverso la chiave di ripartizione dei rifugiati fra gli Stati membri prevista dal meccanismo della 'relocation' (ricollocamento, ndr) dei richiedenti asilo», ha detto appena la settimana scorsa la portavoce della Commissione per gli Affari economici e finanziari, Annika Breidthardt.
IL SUMMIT DI JUNCKER. Ma dopo il mini-summit organizzato dalla Commissione europea proprio sull'emergenza migranti lungo la rotta Balcanica, qualcosa è cambiato.
«Il patto di stabilità e crescita sarà applicato tenendo conto degli sforzi straordinari dei paesi che ne fanno. Le regole contengono un margine di flessibilità che verrà utilizzato», ha detto Juncker il 27 ottobre, avvisando però che «fra i grandi paesi ce ne sono anche alcuni che non fanno abbastanza: solo chi dimostrerà di compiere sforzi avrà diritto alla flessibilità».

Il sistema di ricollocamento non funziona

Sforzi che sinora non sono bastati nemmeno a ricollocare il numero di richiedenti asilo da Italia e Grecia verso gli altri Paesi europei come aveva proposto la Commissione Ue. Il sistema di redistribuzione «non sta funzionando nel modo migliore», ha detto Juncker criticando gli Stati membri per gli interventi finora realizzati.
Sul fronte della redistribuzione «dobbiamo accelerare nel completamento delle misure operative. Bisogna completare gli hotspot e procedere nel sistema di redistribuzione».
SOLO 700 PROFUGHI IN 9 PAESI. Per il capo dell'esecutivo Ue «le cose si stanno muovendo, ma non abbastanza velocemente», ha ribadito. «Solo otto Paesi su 26 hanno infatti mandato i propri ufficiali di collegamento in Italia e 3 Paesi in Grecia. Solo nove Paesi ci hanno fatto sapere che possono accogliere 700 persone. Ma noi ne dobbiamo ricollocare 160 mila».
L’Europa, ha avvertito, «rischia di perdere la propria credibilità». Anche sul fronte degli impegni finanziari a sostegno dei profughi «i Paesi devono mantenere le promesse fatte. Questo è cruciale. I Paesi si stanno muovendo lentamente, mentre dovrebbero correre», perchè come ha sottolineato anche il presidente del Consiglio Ue Donald Tusk la crisi dei migranti è «la sfida più grande» per la Ue, «può distruggere conquiste come la libera circolazione del trattato di Schengen», e scatenare «scosse telluriche» negli equilibri dentro e fuori l'Unione.
A partire dalla confinante Turchia, dove al momento i profughi ospitati, per lo più siriani, sono oltre 2 milioni.
«LA TURCHIA DEVE ESSERE ALLEATA». «Che piaccia o meno dobbiamo cooperare con la Turchia», ha spiegato Juncker riconoscendo che «esistono questioni irrisolte sui diritti umani e la libertà di stampa», ma sostenendo che «è necessario muoversi rapidamente» perché Ankara «è d’accordo perché i profughi restino in Turchia».
Per accogliere i rifugiati bisogna costruire nuove città e il governo di Ankara è pronto a farlo nel suo territorio o in zone rese sicure nel nord della Siria. A dirlo è il vicepremier, Numan Kurtulmus, secondo cui «la politica della comunità internazionale sui rifugiati è fallita», e occorre creare una nuova organizzazione internazionale con il contributo di tutti i Paesi con capacità finanziarie e operative più grandi di quelle dell'Unhcr, l'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati.
NO REGISTRATION, NO RIGHTS. Secondo il piano suggerito da Ankara, questi 'nuovi insediamenti' per i rifugiati dovrebbero essere vere e proprie città con scuole, ospedali e fabbriche. Inoltre, occorrerebbe anche introdurre una forma di autogoverno al loro interno.
Intanto nell'attesa, che sarà lunga, il flusso di migranti deve essere controllato con più attenzione, «significa che essi devono registrarsi» all’ingresso nella Ue «e noi dobbiamo informarli delle conseguenze della mancata registrazione», ha spiegato Juncker, enunciando davanti alla plenaria dell’Europarlamento a Strasburgo che «il principio deve essere 'no registration, no rights'».

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