Marino,soddisfatto per decisioni governo
POLITICA 28 Ottobre Ott 2015 1144 28 ottobre 2015

Dimissioni di Marino, il giorno della verità

Il sindaco di Roma in Campidoglio: «Oggi in giunta scelte importanti». Ma sul passo indietro potrebbe decidere di prendere tempo fino al 1 novembre.

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Guerra di nervi in Campidoglio. Nella giunta convocata nella mattina di mercoledì Ignazio Marino potrebbe sciogliere il rebus dimissioni e ritrattare il suo passo indietro.
Ghiacciato dal silenzio di Matteo Renzi alle sue continue richieste di ottenere «l'onore delle armi» - perché «non posso essere cacciato con ignominia», ha più volte detto ai suoi collaboratori - il sindaco capitolino pare ormai sull’orlo del colpo di scena.
«Oggi abbiamo una giunta molto, molto importante, densa di decisioni», ha ribadito arrivando in Campidoglio.
ESPOSITO: «NESSUN PASSO INDIETRO SULL'ADDIO». Eppure la scelta del sindaco 'rinnegato' potrebbe essere anche quella di temporeggiare, portare a termine altri provvedimenti inseriti in agenda per certificare il suo attivismo e tirare fino al 1 novembre (termine effettivo del suo mandato).
«Secondo me non ci sarà nessuna remissione delle dimissioni da parte del sindaco di Roma Ignazio Marino. Quindi non commento qualcosa che non esiste», ha detto l'assessore della Mobilità Stefano Esposito.
PD ALLA CONTA SULLA SFIDUCIA. La linea del Pd resta infatti sempre la stessa: il primo cittadino se ne deve andare. Ma nel caso Marino ritiri le sue dimissioni per far decadere la giunta servono le firme in calce a dimissioni contestuali di ben 25 consiglieri: il Pd ne somma solo 19 e non tutti pare siano tutti pronti a gettare la spugna. Dunque bisognerebbe far dimettere non solo tutti quelli del Pd, ma anche altri sei consiglieri delle opposizioni, visto che Sel non è di questo avviso. Anche votare la sfiducia in aula consiliare, che resta lo sbocco più lacerante ma più probabile, non solo sarebbe un enorme boccone amaro da far digerire a quelli del Pd, che dovrebbero votare contro il loro sindaco insieme ai cinquestelle: ma sotto il profilo formale la sfiducia deve essere richiesta da almeno 19 consiglieri e viene messa in calendario dal presidente del consiglio comunale non prima di 10 giorni e non dopo 30, quindi passerebbe altro tempo. Ma la sfiducia, voto palese e chiamata nominale, diventa cogente solo se ottiene 25 voti su 48. Se il Pd capitolino, che non vuole votare insieme alle opposizioni, uscisse dall’aula non confermando la fiducia al sindaco, ma non votando la sfiducia (uno degli escamotage ipotizzati per non lacerare gli animi), questa non passerebbe: perché sommati, i 19 voti delle opposizioni non sarebbero sufficienti a farlo cadere.

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