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BASSA MAREA 28 Ottobre Ott 2015 0900 28 ottobre 2015

L'arte tutta italica d'intascarsi i soldi «di nessuno»

Confondiamo il denaro pubblico con le nostre tasche. E non da oggi. Se ne parlava già negli Anni 50...

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Con umiliante regolarità, i grandi scandali nella gestione del denaro pubblico vengono sciorinati di fronte agli italiani, e a chiunque voglia seguire queste miserie morali e lauti furti.
L’ultimo riguarda l’Anas, padrona delle strade d’Italia. Si dirà che avendo ereditato a tratti il tracciato delle vie consolari romane, ha ereditato da Roma – la Roma imperiale e decadente – anche la sua leggendaria corruzione. Ma era un altro mondo.
“Ruben trop a Milan”, dicevano gli strilloni milanesi storpiando di proposito il cognome del ministro degli Esteri di Hitler, Joachim von Ribbentrop, in visita nella capitale morale nel maggio del 39.
INUTILE DARE LA COLPA AL SUD. Naturalmente niente scandali, allora, sui giornali. Ma la continuità del furto di denaro pubblico, più pervasiva da quando mezzo secolo fa l’Italia è diventata un Paese ricco, dice che c’è qualcosa che non funziona nel carattere di parecchi italiani.
Inutile dare la colpa al solito Sud. Il Mose veneziano e tante altre storie dicono che il Nord non resta indietro, anche se forse (speriamo) certi fenomeni sono meno endemici, ma altrettanto gravi. I comportamenti non sono troppo diversi anche nelle imprese private, specie quando la proprietà non fa capo a una persona fisica. Chi ruba a un ente pubblico o a un azionariato anonimo raramente ruberebbe denaro in carne e ossa, stranezza tutta italiana, considerando questo sì un furto.
Gli italiani non sono disposti a inclinarsi davanti alla maestà dello Stato e alle sue leggi, se questo contrasta con i loro interessi personali.
IL SENSO TUTTO ITALICO DELLO STATO. Così l’ambasciata di Francia a Roma, retta da vari diplomatici di stretta fiducia del generale Charles De Gaulle negli Anni 50 e 60, leggeva oltre mezzo secolo fa un tratto patologico nella realtà del nostro paese.
L’appropriazione indebita di vantaggi prebende o denaro pubblico (resquille, nel testo francese liberamente tradotto) «è portata a vertici di indubbia raffinatezza» scriveva nel 1965 da Roma il colonnello Jullien, addetto militare.
E il suo capo missione, il brillante ambasciatore Armand Bérard, aggiungeva che nell’amministrazione italiana «gli abusi e la concussione sono diffusi a un livello che a lungo si fa fatica a concepire».
Non è la descrizione di un paese di ladri. Ma quella di un Paese dove “il senso dello Stato”, espressione abusata in Italia e che descrive spesso comportamenti di grande ossequio formale e di sostanziale disprezzo, o meglio incomprensione, per le “istituzioni” (altra parola abusata e mal compresa) fa sì che molti italiani non facciano distinzione tra denaro pubblico e le proprie tasche.
Non toglierebbero un centesimo al vicino di casa. Ma allo Stato…

L'arte di intascarsi i soldi? È arrivata a Nord da un pezzo

«La famiglia è lo Stato del siciliano», dice un ben noto passo di Sciascia, quando il capitano Bellodi rumina sull’ingrato compito di amministrare la legge fra chi quella legge non concepisce.
La Sicilia come metafora, seguendo la linea della palma, che ormai già molti decenni fa era arrivata secondo Sciascia a Nord di Roma.
Il Settentrione non si illuda: l’arte di intascarsi quote dei soldi “di nessuno” cioè pubblici era nota da tempo anche a Nord del Po, anche se forse praticata con più discrezione e non data per scontata.
Da allora è cambiato qualcosa? Cinque anni fa, a fronte di un altro scandalo, quello della Protezione Civile, uno dei vari commenti, firmato questa volta da Ernesto Galli della Loggia, metteva in guardia: non scarichiamo solo sulla politica, il marcio è nell’Italia tutta, «dappertutto qui da noi, quando ci sono soldi in ballo, non si dà e non si fa niente per niente…».
La corruzione, concludeva, «non ha alcuna natura propriamente politica ma affonda radici profondissime nel corpo sociale».
SERVE PORRE UN TERMINE AL DISORDINE. C’è anche altro, per noi molto più lusinghiero, nei vecchi rapporti a Parigi degli uomini di De Gaulle in Italia, soprattutto per l’economia prorompente capeggiata mezzo secolo fa da moderni condottieri indomiti, e per la riconosciuta vivacità mentale di un popolo «particolarmente intelligente. Che sa cogliere rapidamente le situazioni. Che nel lavoro non ha bisogno di molto tempo per capire il da farsi. E che al disordine sa porre un termine quando si accorge che i limiti stanno per essere superati e le conseguenze possono essere serie».
Sicuramente i limiti della corruzione sono stati superati, e di tanto, e i costi che mettono fuori mercato – rispetto ai costi altrove - molte nostre opere pubbliche lo stanno a dimostrare.
Il caso Anas, e le presunte prodezze in contanti della signora Antonella Accroglianò, improbabile manager, è solo l’ennesima storia. Siamo quindi al punto di dover porre «un termine al disordine».
Ma facendo appello a quali risorse morali, se per vari milioni di famiglie italiane non è sanzionabile che un congiunto diventato amministratore pubblico pensi in particolare …alla famiglia?
IL TEMPO NON HA CAMBIATO MOLTO. Bérard, diplomatico umanista, prima di lasciare Roma nel 67 inviava al Quai d’Orsay un ritratto dell’Italia, insieme speranzoso e terribile. L’Italia ce la farà, la sua economia già ha vinto: «Non bisogna giudicare questa sorella latina secondo le norme francesi…. Per capirla, occorre spogliarsi del proprio cartesianesimo, e insieme del proprio temperamento di cittadino disciplinato e rispettoso delle leggi».
Il tempo non ha per ora cambiato molto, si direbbe. Lascia sperare, se si vuole, il fatto che l’ambasciatore Bérard serviva una nazione modellata da uno dei regimi più corrotti e ladri, quello di Napoleone I, corrotto e ladro fino al nipote Napoleone III e oltre.
Lascia sperare il fatto che il Parlamento britannico fosse fino alle guerre napoleoniche un regno della corruzione. E che ancora nei primi Anni 50, scrive Robert Caro biografo di Lyndon B. Johnson, nelle votazioni cruciali girassero al Congresso americano grocery bags di carta pieni di mazzette di dollari.
Forse siamo in ritardo anche nel fare un po’ di pulizia. Ma il momento di «porre un termine al disordine» è più che arrivato.

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