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DIPLOMATICAMENTE 29 Ottobre Ott 2015 0700 29 ottobre 2015

Sveglia Europa, così perdi il treno mediorientale

I Paesi Ue esclusi dai vertici che contano sulla Siria. Decisiva l'assenza di una linea condivisa.

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Salman Bin Abdulaziz Al Saud, re dell'Arabia Saudita.

Il Medio Oriente è attraversato da dinamiche destinate a mutarne la fisionomia geopolitica e dunque gli equilibri interni e il posizionamento degli attori esterni interessati a quest’area.
Quale ne sarà lo sbocco a medio e lungo termine è difficile da dire, ma già adesso stanno emergendo linee di tendenza che val la pena di seguire con particolare attenzione.
Intanto risulta di tutta evidenza che si stiano coagulando quelli che potremmo identificare come gruppi di interesse o blocchi in competizione tra loro per l’affermazione di un ruolo di supremazia regionale.
RIAD PRIMUS INTER PARES. Un primo in cui l’Arabia saudita si pone come primus inter pares per assertività, potere economico, armamento e marchio religioso e che tende ad affermarsi sull’intero mondo arabo e islamico dell’area. Lo schieramento anti-Houthi in Yemen ne è un’utile rappresentazione.
Un secondo che vi vede invece l’Iran in una posizione di preminenza suscettibile di essere rafforzata più per le positive ricadute dell’Accordo nucleare che per la garanzia di vitalità dei suoi due principali alleati, Siria e Iraq e dei satelliti in Libano, in Yemen, oltre che nelle componenti sciite in Bahrein, Oman e via dicendo.
L'ISIS? ATTENTI A DARLO PER VINTO. Un terzo, costituito dallo Stato islamico (Isis) tra Iraq e Siria che, nonostante gli attacchi cui è sottoposto, adesso anche da parte russa, sarebbe improvvido dare già per spacciato giacchè potrebbe anche rappresentare un tassello, ancorchè precario, del nuovo ordine geopolitico medio orientale (incluso il Nord Africa e il Sinai).
In tale cornice si colloca un Israele che, se non aggiusta il tiro, rischia di rimanere al centro di ostilità che potrebbero non trovare riparo nelle attuali convergenze tattiche con paesi come l’Egitto e/o la Giordania con la stessa Arabia saudita in funzione anti-Iran.

Nuove guerre per procura all'orizzonte?

Bashar al Assad e Vladimir Putin.

Come diversi analisti osservano, il consolidarsi di un siffatto sistema non potrebbe che alimentare e aggravare l’acidità e la portata del brodo di coltura di conflitti per procura e disastri umani e materiali di cui siamo testimoni: pensiamo alla Siria, all’Iraq, allo Yemen, alla Libia, ma l’elenco potrebbe anche allungarsi in dipendenza di nuove dinamiche, nel cui ambito sembra si stia perniciosamente inserendo anche il cancro conflittuale israelo-palestinese con la cosiddetta “intifada dei coltelli”.
Alcuni osservatori paventano che l’appesantirsi di questo scenario potrebbe anche portare Teheran a politiche suscettibili di indurre la controparte a ritenere inevitabile il dotarsi di armamenti nucleare o almeno della capacità di acquisirli.
USA E UE LATITANO. Di fronte a questo scenario in fieri c’è da chiedersi se la Comunità internazionale o almeno alcuni dei suoi soggetti più rilevanti – mi riferisco agli Stati Uniti e all’Europa in particolare - stiano portando avanti efficaci strategie volte a scongiurarne gli sviluppi più critici e temibili, o almeno a contenerli.
La risposta che si può realisticamente dare al momento non è molto confortante.
L’amministrazione Obama appare un po’ in affanno, sia sul versante israelo-palestinese dove vede il riconoscimento del suo peso specifico messo a dura prova sia dall’arroganza di Netanyahu che, paradossalmente, dalla debolezza di Abu Mazen, sia sul nodo siriano-iracheno, dove oscilla nella ricerca di un equilibrio tra valori e interessi, tra spinta al disimpegno e persistenti ambizioni di leadership; ricerca resa particolarmente ardua dalla determinazione strategica di Putin sostenuta, strumentalmente o meno poco importa, al momento, dal binomio Teheran-Hezbollah e dalla disinvoltura di Baghdad.
PRESSING PER UNA SVOLTA AMERICANA. È significativo che, nel fitto dialogo politico-diplomatico in atto tra i principali attori della partita siriana, sia stata l’Arabia saudita dal Cairo a superare la sua tradizionale posizione per segnalare come da tale dialogo siano emersi «progressi e convergenze» nella ricerca di una soluzione alla crisi siriana.
Come se da Riad dipendesse l’apertura di un credibile negoziato.
Non è casuale che di fronte a questo scenario ci sia una forte sollecitazione a una svolta strategica americana.

L'Europa? Obama ha bisogno di un partner adeguato

Il presidente americano Barack Obama all'Assemblea generale dell'Onu.

Certo, sarebbe tutto meno complicato se Obama trovasse nell’Ue un partner adeguato, visto tra l’altro che è l’Europa che più diretti interessi da difendere e promuovere ha in questa regione e dove annovera ben cinque dei sette inviati speciali delle Nazioni Unite con compiti di mediazione.
Dallo Yemen alla Siria, dall’Iraq alla Libia, passando per Israele e Palestina, il rilievo dell’azione politico-diplomatica dell’Unione - e di conseguenza anche dei suoi principali Paesi membri - è risultato indebolirsi. Il tutto malgrado il ruolo “facilitatore” svolto dagli europei nel negoziato sul nucleare iraniano (dove non c’erano arabi) e malgrado la pressante priorità della questione migratoria che avrebbe dovuto rendere di fondamentale importanza la mediazione pacificatrice del Vecchio continente.
BRUXELLES GRANDE ESCLUSA. Gli incontri più significativi sulla Siria non hanno visto il coinvolgimento europeo, come di recente a Vienna tra i ministri degli Esteri russo, americano, turco e saudita. Lo stesso Putin ha contattato omologhi arabi, oltre agli americani.
Diciamo anche che la disunione europea – vedasi l’incontro di Parigi con i ministri tedesco e britannico e l’Alto Rappresentante Mogherini – non gioca a favore del protagonismo e, dunque, della sua capacità di influenza politica nella regione: dalla Libia allo Yemen.
Ciò non significa, beninteso, che l’Ue sia ormai fuori dai giochi; ci mancherebbe altro. Ma un suo ruolo di primo piano passa necessariamente attraverso una visibile coesione: una missione quasi impossibile per Mogherini e non beneaugurante per i rapporti euro-mediterranei ed euro-medio orientali.
ROMA ABBIA MAGGIOR CORAGGIO. Aggiungiamo che gioverebbe anche la disponibilità dell’Unione a concorrere alle fase di ricostruzione post-conflitto, come avvenuto in passato.
Ma ragioni di bilancio ci rendono ora reticenti, lasciando spazio a quanti, Paesi arabi in particolare, vogliano impegnarvisi e acquisire credito (leggasi influenza) politico. E questo è un rischio reale con cui bisogna fare i conti.
Anche l’Italia potrebbe dare un contributo in tale direzione e, ad esempio, invece di parlare di continuo di un suo «ruolo di primo piano» (vedi Libia ma anche Iraq) dovrebbe rivendicarlo prima di tutto in capo all’Unione in quanto tale, per poi farselo riconoscere dalla medesima.
Correrebbe il rischio di non ottenerlo, certo, ma darebbe l’esempio. E ne guadagnerebbe in prestigio.

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