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SMACCO 30 Ottobre Ott 2015 1000 30 ottobre 2015

Cultura, Ercolano beffata: il modello Boschi fa flop

Doveva essere capitale italiana della cultura 2016. Però Mantova l'ha sorpassata. Perché il sindaco imposto dal ministro ha fallito. Tra presunzione e scandali.

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Il sindaco di Ercolano Ciro Buonajuto con il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi.

«Che peccato...», bofonchiano in Municipio.
Anche perché, raccontano, il sindaco Pd Ciro Buonajuto - eletto a maggio 2015 grazie alla “benedizione” della ministra per le riforme Maria Elena Boschi che per imporlo ha azzerato le primarie ed epurato molti dirigenti - la mattina del 27 ottobre si era precipitato a Roma a bordo di un pullman carico di assessori e aficionados per brindare dal vivo all’annuncio della “proclamazione”.
Tre pizze di maccheroni e casatiello, un’allegria da gita fuori porta, il solito buontempone che in viaggio fa le imitazioni.
CI CREDEVANO TUTTI. Peccato, sì. Perché alla ventilata nomina a “capitale italiana della cultura” per il 2016 la cittadina di Ercolano - 60 mila abitanti, famosa per il mercato degli stracci, ma anche “patria” dei papiri e di un patrimonio di reperti archeologici tra i più rinomati - aveva creduto davvero.
Specie dopo che il nuovo sindaco, ringalluzzito dall’amicizia con la potente ministra ultra-renziana, aveva lasciato intendere che i vertici nazionali Pd gli avevano assicurato «sostegno e collaborazione a ogni livello».
Invece, la delusione.
E LE SPINTARELLE RENZIANE? E uno smacco fastidioso per il cosiddetto “modello Ercolano” tanto caro al premier Renzi.
Altro che «nomina prestigiosa». Quando alle ore 17.22, alla presenza del ministro per i Beni culturali Dario Franceschini, è stato pronunciato il nome di Mantova invece che quello di Ercolano, il sorriso si è gelato sui volti dei membri della delegazione vesuviana.
Mantova? Ma che beffa è mai questa?
E le mezze promesse dell’amica Maria Elena? E le lusinghe del premier?
E i quattro ministri piombati in casa nell’ultima settimana elettorale «che neanche a Napoli erano mai accorsi così in massa»?.
«CI MANCAVANO I FONDI». Sguardi smarriti. Qualche mugugno.
«Ci riproveremo», ha sibilato il sindaco Buonajuto.
«Il nostro limite? Per mancanza di fondi abbiamo dovuto presentare un progetto a costo zero», si è giustificato un consigliere.
E Franceschini, il ministro: «La commissione ha premiato la città che si è mostrata più pronta all’evento».
Dunque evviva Mantova che «è pronta all’evento».
LA CAMORRA C'È ANCORA. E peggio per Ercolano, che ha sprecato la chance di balzare - una volta tanto - agli onori della cronaca per un incarico di prestigio e non per l’ennesimo omicidio di camorra, per il business degli abiti usati ricattato dai criminali o per qualche gioielliere che, rapinato, uccide l’aggressore e poi è costretto a emigrare per paura delle ritorsioni.

Difficile credere che la città avrebbe azzerato il racket

Visitatori al museo degli Scavi di Ercolano.

Già, ma adesso?
Adesso è l’ora del «che peccato...».
E delle rivendicazioni ex post.
Perché, nonostante gli sforzi fatti, nessuno dà credito all’immagine di una Ercolano idilliaca disegnata come la cittadina che avrebbe azzerato il racket e messo all’angolo una delle camorre più feroci del Napoletano (collegata alla mafia siciliana).
TROPPA IMPROVVISAZIONE. E perché, nonostante gli accertati progressi, in molti pensano che una ricchezza come gli Scavi archeologici - che attira un milione di turisti all’anno e fa il paio con Pompei - andrebbe gestita con meno improvvisazione evitando, per esempio, «i continui furti, la sporcizia, la chiusura forzata ogni volta che piove».
È vero, ammettono tutti, i fondi disponibili non bastano mai.
Ed è vero che l’aiuto del magnate David Packard e quello dell’architetto Renzo Piano costituiscono «due innegabili supporti di qualità».
Ma non bastano a far dimenticare l’imbarazzante precarietà.
MAV, TURISTI ESASPERATI. Idem per il Mav, lo straordinario museo multimediale di arte virtuale in cui è possibile percepire perfino gli odori dell’epoca, su cui le critiche dei visitatori esasperati («È costoso, pretenzioso, povero, malfatto») appaiono spietate.
Raccontano a Ercolano: «Bellezza e orrori qui si mescolano spudorati. Sul Mav si sono scatenati perfino i writer della camorra, che usano le pareti esterne del museo per scarabocchiare messaggi di morte».
«SI ERA MOSSA PURE L'UE». E c’è chi ricorda: «A favore della candidatura Ercolano, oltre alla super sponsor Maria Elena Boschi, si erano schierati il capo dell’Anticorruzione Raffaele Cantone, il governatore della Campania Enzo De Luca, il commissario Ue José Manuel Barroso. Ma non è bastato».
Osservano i più critici: «La verità è che a far perdere credibilità alla città dei papiri sono stati l‘eccesso di propaganda e la presunzione di rappresentare un modello di perfezione renziana da offrire al mondo per l’emulazione».
I CLAN LOCALI RESISTONO. Alla fine, qualcuno deve essersi accorto che, progressi a parte, non è mica tanto vero che la violenza - come sostiene il sindaco Buonajuto - «arriva da Napoli» e che la camorra locale è stata sconfitta per sempre.
E che non è vero neanche che il racket delle estorsioni «è scomparso dalle strade».

Pasticci, incompetenza e guai giudiziari: una città avvelenata

Gli Scavi archeologici di Ercolano.

La beffa Ercolano, insomma.
Che si sarebbe rivoltata contro chi l’aveva propugnata con metodi da marketing.
«A furia di ritenersi già vincenti per grazia ricevuta», è l’accusa, «gli ercolanesi hanno presentato al concorso un progetto non adeguato al livello culturale in gioco».
Ercolano pasticciona, che fa fatica a costruire una caserma per i carabinieri e a restituire i soldi non spesi a Bruxelles («Troppi», secondo alcuni): incompetenza? Sfortuna? Condizionamenti criminali?
PD, TESSERE GONFIATE. Già nel 2014, il primo aprile, l’ex sindaco Vincenzo Strazzullo aveva giurato che la città era «ormai libera dalla camorra».
Poi, l’inchiesta giudiziaria sulle mazzette esplosa alla vigilia delle elezioni amministrative di maggio 2015 (che ha messo sotto indagine un sacco di politici) e la clamorosa scoperta del boom degli iscritti al Pd (da 300 a 1.200 in pochi giorni, molti dei quali risultati contigui ai clan di camorra) hanno ancor di più avvelenato l’ambiente, “giustificando” il blitz dei renziani che - guidati dalla ministra Boschi - hanno nominato a Ercolano un commissario (la fidatissima Teresa Armato) per poi imporre, rifiutando le primarie, il candidato a sindaco (Ciro Buonajuto).
«MANCA L'AUTOCRITICA». Dice chi ben conosce i segreti locali: «L’errore più grave dei vertici Pd? L’aver creduto che anni di opacità amministrativa potessero essere dimenticati grazie a un’azione di forza, senza un radicale rinnovamento e un’autocritica condivisa».
Ora che il cosiddetto “modello Maria Elena” (nel senso di ministra Boschi) ha fatto flop e la gara culturale è (per ora) perduta, c’è chi ad alta voce rimpiange il periodo in cui a Ercolano era sindaco Nino Daniele (2005-2010), attuale assessore alla Cultura a Napoli, quando davvero fioccavano a centinaia le denunce anti-racket dei commercianti che - per la prima volta in Italia - furono addirittura esentati dal pagare le tasse «se il taglieggiatore denunciato veniva rinviato a giudizio».
''PRIMAVERA'' FINITA. Processi, condanne, un successo indiscutibile. Era l’avvio di una possibile rigenerazione. Ma poi Daniele è andato via. E della “primavera” ercolanese - tra mazzette, arresti e comparielli dei camorristi iscritti al Pd - non si sa quanto e che cosa sia rimasto in vita.

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