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IL DISCORSO 30 Ottobre Ott 2015 2003 30 ottobre 2015

Marino, l'intervento integrale

«La crisi politica che si è aperta al Comune di Roma auspicavo si potesse chiudere in Aula». Il discorso del sindaco Marziano ai giornalisti.

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Ignazio Marino non è più sindaco di Roma: 26 consiglieri hanno presentato davanti a un notaio le dimissioni.
In conferenza stampa, il Marziano ha esternato la sua delusione nei confronti di un partito, il Pd, che - come ha ricordato - aveva contribuito a fondare. Non risparmiando qualche stilettata nei confronti di Matteo Renzi: «Sono stato accoltellato da 26 nomi ma unico mandante», ha detto senza giri di parole.
Ecco l'intervento integrale dell'ex primo cittadino (guarda il video)


L'intervento integrale di Marino

«La crisi politica che si è aperta al Comune di Roma auspicavo si potesse chiudere in Aula, in modo da poter spiegare, con un dibattito chiaro e trasparente, cosa stesse accadendo.
Invece si è preferito consumarla dal notaio, segno di una politica che discute e decide fuori dalle sedi democratiche, riducendo gli eletti a meri soggetti che ratificano decisioni assunte altrove e dimostrando una totale assenza di rispetto per i cittadini elettori.
Ostinatamente ho chiesto di poter intervenire in Assemblea Capitolina, la casa della Capitale d’Italia, la casa degli eletti dal popolo, la casa delle romane e dei romani. Mi è stato negato e chiedo ancora perché?
Prendendo atto della scelta dei consiglieri che hanno preferito sottomettersi e dimettersi pur di evitare quel confronto pubblico aperto e democratico, voglio dire quello che avrei voluto spiegare in Aula Giulio Cesare.
Cosa avrei detto agli eletti:
Grazie! Avrei detto grazie. Grazie per aver contribuito allo straordinario cambiamento di Roma.

Abbiamo risanato i conti della Capitale: ora sono in ordine e possono ripartire gli investimenti. Oggi Roma è virtuosa.
Abbiamo chiuso con parentopoli, gli amici degli amici, i privilegi per i soliti pochi, abbiamo sbarrato le porte al malaffare.
Abbiamo riconquistato lo spazio pubblico come bene comune, e non mi riferisco solo a Via dei Fori Imperiali, ma soprattutto ai metri quadri di strada occupati da camion bar, tavolini abusivi, al decoro delle nostre piazze e delle nostre fontane, ai luoghi di periferia come del centro.
Abbiamo impostato il nuovo ciclo dei rifiuti: Malagrotta è chiusa (e forse qualcuno ora vuole riaprirla), la raccolta differenziata è arrivata in città a livelli più alti delle altre grandi capitali europee, abbiamo avviato la realizzazione degli ecodistretti, che permetteranno di trasformare i rifiuti in valore per la città.
Abbiamo restituito alla città una visione strategica per la mobilità e aperto la Metro C, riducendo i tempi di spostamento di tanti romani.
Dopo aver evitato il fallimento dell’Atac, stavamo lavorando ad un nuovo assetto societario, dove indispensabile dovrà essere l’investimento regionale e del governo nazionale.
Abbiamo riportato Roma tra le grandi capitali del mondo, riconquistando dignità, rispetto e orgoglio.
Abbiamo chiuso per sempre i residence e con il buono casa offriamo la speranza di una casa migliore a tante famiglie romane.
Abbiamo attratto capitali e nuovi investimenti per la nostra città, candidandola ai Giochi Olimpici e Paralimpici del 2024, programmando il nuovo stadio della Roma, attivato investimenti per la rigenerazione diffusa su tutto il territorio, smettendo di consumare suolo e ricoprire di cemento l’agro romano.
Abbiamo allargato i diritti per tutte e tutti.

Avrei poi chiesto all’Aula di spiegarmi le ragioni di questa crisi politica. Io non ho capito.
Ho sbagliato qualcosa? Certo, chi non commette errori. Ma vorrei sapere quali errori mi si rimproverano, quali scelte amministrative mi vengono contestate.
In Aula avrei inoltre ascoltato, come si fa in democrazia, bene supremo della nostra comunità, tutto quello che le forze politiche avrebbero potuto o voluto dirmi ed avrei risposto punto per punto, com’è dovere di un sindaco di fronte al proprio Consiglio.
E avrei parlato anche al Pd, il partito che ho voluto, che ho fondato, in cui ho creduto, il partito che oggi più mi ha deluso per i comportamenti dei suoi dirigenti, perché ha rinunciato ad agire dentro le regole e i confini della democrazia, negando il proprio stesso nome e Dna.
Mi chiedo come possa un partito che si definisce e vuole essere democratico ridursi a rispondere non con un confronto aperto ma dal notaio: dal notaio si va per vendere o comprare qualcosa, e chi si definisce democratico non può intendere la politica come qualcosa in cui si vende e si compra, ma un confronto di idee e passione.
Nell’Assemblea Capitolina avrei preso atto dell’esito delle conclusioni del dibattito. Dopo un dibattito aperto, franco e democratico avrei accettato l’eventuale sfiducia a viso aperto ed avrei stretto la mano a tutte le consigliere e i consiglieri.
All’Assemblea Capitolina avrei chiesto di continuare nell’opera di cambiamento, avrei chiesto di continuare a servire le Istituzioni e non di servirsi delle Istituzioni.
Avrei chiesto di continuare in quello che crediamo giusto e non in quello che conviene di più a qualcuno.
Questi 28 mesi sono stati per me un’esperienza straordinaria, vissuti con un’intensità, una passione e una determinazione totali. Le difficoltà che abbiamo incontrato e la resistenza di quei poteri abituati a fare quello che volevano ci hanno costretto a lavorare giorno e notte per portare a risultato ognuna delle scelte, talvolta dando l’impressione di chiusura, quando ciò che avrei voluto fortemente era invece condividere e aprire il governo a tutta la città.

Ringrazio ancora oggi chi due anni fa con il proprio voto ha dato inizio a una stagione di grandi cambiamenti, così grandi da aver trovato tanti – troppi – avversari e tante – troppe – resistenze.
Ringrazio gli assessori che hanno condiviso questo percorso e le tante sfide che abbiamo affrontato.
Ringrazio i presidenti di Municipio, e auguro loro di poter proseguire il lavoro avviato.
Ringrazio quei consiglieri che hanno creduto nelle scelte di cambiamento e le hanno sostenute fino alla fine.
E auguro buon lavoro al Commissario, che di lavoro ne avrà tanto.
La nostra azione di governo finisce oggi, ma credo che il segno che lasciamo sia profondo. Spero che dalle nostre scelte si riparta e che non si torni indietro: non è in gioco il mio futuro, ma quello di Roma.
Si può uccidere una squadra, ma non si possono fermare le idee».

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