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NEGOZIATI 1 Novembre Nov 2015 1448 01 novembre 2015

Iran-Usa, il nuovo asse ridisegna gli equilibri globali

Teheran parteciperà ai negoziati sulla Siria. Grazie al via libera degli Stati Uniti. Tra i due Paesi cresce il feeling. E Washington si allontana dall'orbita saudita.

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Due anni fa l’Iran fu bruscamente escluso dalla bellicosa conferenza di pace sulla Siria a Ginevra.
Un fiasco: l’odio tra gli emissari del regime di Bashar al Assad e dell’opposizione dirompeva a ogni colloquio, mai diretto, sempre mediato dalla staffetta tra le parti dell’inviato dell’Onu.
La Russia era della partita, le Nazioni Unite volevano gli emissari di Teheran in Svizzera. Ma il segretario generale Ban Ki-moon fu costretto a ritirare l’invito proprio per volontà degli Usa, che a negoziati sul nucleare in corso continuarono a fiancheggiare senza remore i sauditi. Antagonisti degli iraniani nelle proxy war dell’ormai cosiddetta Primavera araba.
ASSETTI MUTATI IN UN ANNO. Dal 2014 gli assetti sono progressivamente cambiati e Washington muove ora un passo nella direzione opposta, scavalcando per la prima volta il veto di Riad alla presenza degli iraniani ai colloqui sulla Siria a Vienna, dal 30 ottobre, che hanno avviato una mediazione incoraggiante.
Dalla Casa Bianca, Barack Obama ha fortemente criticato le modalità della guerra in Siria di Vladimir Putin, stretto alleato degli Assad e anche dell’Iran: insomma, ci sarebbero state più ragioni per dire no oggi che in passato, a una grande tavola rotonda.
Ma nel 2015 - dall’intesa definitiva sul nucleare iraniano alla pace con Cuba - sono maturati i tempi politici per una riabilitazione nello scacchiere internazionale che non poteva essere immediata.

L'accordo sul nucleare blindato in entrambi i parlamenti

A luglio, dopo 21 mesi di duri negoziati, è stato raggiunto l'accordo tra i Paesi che nell’era dei Bush si chiamavano Grande Satana e Stato Canaglia.
Il protocollo doveva essere ratificato dai parlamenti di Washington e Teheran: percorso in previsione ostico, poiché entrambe le assemblee rappresentative hanno una maggioranza più conservatrice dei governi eletti.
Invece a settembre, riaperta l’ambasciata all’Avana, Obama ha trovato la quadratura del cerchio anche sull’Iran, raggiungendo la soglia minima di 34 senatori favorevoli al Congresso richiesta dalla Costituzione americana per blindare, con un veto presidenziale, l’intesa firmata con la Repubblica islamica.
LE FRIZIONI USA-ISRAELE. Pure a Teheran, questo ottobre, il parlamento del Majles ha approvato con 139 sì, 100 no e 12 astenuti il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) del 14 luglio che, in cambio delle restrizioni concordate allo sviluppo delle centrali nucleari e degli armamenti, porterà alla graduale revoca delle sanzioni internazionali.
La fiducia tra Israele e Stati Uniti è ai minimi storici.
Per gli obiettivi opposti perseguiti, la condivisione di informazioni tra i due governi si è assottigliata sempre più e le due intelligence sono arrivate a spiarsi a vicenda: il Mossad nel tentativo di carpire notizie dagli americani per boicottare l’accordo con Iran, la Cia nell’obiettivo paradossale di bloccare i boicottaggi degli israeliani anche contro l’Iran.
INTELLIGENCE CONVERGENTI. Una prassi non detta che ha inevitabilmente avvicinato - pur senza collaborazioni dirette - i servizi statunitensi ai pasdaran della Repubblica islamica, con informazioni privilegiate sulla Siria e sull’Iraq.
«Agli iraniani è stato chiesto di partecipare ai negoziati di Vienna» ha annunciato il portavoce del Dipartimento di Stato John Kirby, e da Teheran il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif, ex ambasciatore all’Onu, ha detto sì.

Obama fa leva anche su Teheran per isolare Putin

Non sono colloqui accomondanti.
A Vienna tra Zarif e gli emissari sauditi, fatti sedere agli antipodi, sono esplose scintille.
In più Russia e Iran hanno aperto una centrale di coordinamento militare in Iraq e Teheran è ancora più vicina ad Assad del Cremlino.
Le forze speciali iraniane all’estero e le loro brigate sciite combattono al fianco dei libanesi di Hezbollah e dell'esercito siriano per mantenere in piedi in regime, non per la transizione che gli Usa vogliono imporre. E che anche Putin - a parole - non esclude.
Ma il perno della difficile triangolazione di Obama resta la sua convinzione che i conflitti in Medio Oriente si debbano affrontare (e possibilmente risolvere) con le mediazioni diplomatiche, non con la forza.
USA PER LA SOLUZIONE POLITICA. È allora coerente attaccare Putin per i raid contro i ribelli siriani e contemporaneamente negoziare con i nemici la testa di Assad, attraverso un processo di transizione democratica che nel primo incontro a Vienna tutti, inclusi i sauditi, hanno accettato di avviare.
Ed è coerente per Obama, mai convinto di un appoggio militare incondizionato ai ribelli, non riversare fiumi di armi e finanziamenti, come vorrebbe Riad, anche sulle frange qaediste più estreme.
In Siria la matassa è talmente intricata che Israele si è schierato con i raid a tappeto della Russia: tanto più fa gioco agli Usa avvicinarsi all’Iran, per isolare Putin, la strategia adottata anche con i Castro.
CAUTELA CON I SAUDITI. Dicono che durante i colloqui sul nucleare tra il segretario di Stato Usa John Kerry e Zarif sia nato un rapporto di rispetto reciproco.
Kerry ha definito la controparte iraniana un «duro e capace patriota». E le mosse militari si Obama sono una summa di equilibrismo. Il Pentagono è pronto a intensificare i suoi raid ma solo contro il Califfato: per calmare il re saudita Salman, Obama si è impegnato ad aumentare il «sostegno all’opposizione moderata ad Assad», ma niente forze a terra, se si esclude la concessione di «meno di 50 unità speciali americane», per il coordinamento nel Nord della Siria.
D’altronde gli ultimi arresti, incluso quello di un principe saudita per un carico di 2 tonnellate di droga diretto a Riad, confermano il pessimo patentino di attendibilità della dinastia degli al Saud.

Twitter @BarbaraCiolli

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