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SENTENZA 4 Novembre Nov 2015 1327 04 novembre 2015

Stato-mafia: Calogero Mannino assolto dal gup

Prima sentenza sulla Trattativa: l'ex ministro prosciolto «per non aver commesso il fatto». Per i pm, avrebbe cercato di aprire un dialogo con i boss.

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Calogero Mannino con gli avvocati Marcello Montalbano e Nino Caleca.

Calogero Mannino, l'ex ministro che secondo i pm di Palermo avrebbe dato il primo impulso alla presunta trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra all'inizio degli Anni 90, è stato assolto in primo grado dal gup Marino Petruzzella.
Per il giudice, Mannino «non ha commesso il fatto» di cui era imputato, cioè minaccia al corpo politico dello Stato. Si tratta della prima sentenza sul processo più discusso degli ultimi anni, e secondo molti commentatori si configura come un vero e proprio 'colpo' all'intero impianto accusatorio della procura siciliana.
L'interessato stringe mani, risponde a mille telefonate di congratulazioni e afferma di non aver perso la fiducia nella giustizia. Ma aggiunge: «Diverso è il discorso che riguarda certi pubblici ministeri, ostinati e accaniti».
MANNINO: «LA TESI DEI PM ERA UNA FAVOLETTA». Il riferimento è evidentemente al magistrato Vittorio Teresi, che rappresentò l'accusa in primo e secondo grado nel processo per concorso esterno in associazione mafiosa da cui Mannino fu assolto, e che attualmente coordina il pool che ha istruito l'inchiesta sulla trattativa.
Mannino attacca: «Hanno imbastito una tesi fantasiosa. Immaginate se è possibile che io, per paura di essere ucciso dalla mafia, abbia costretto i carabinieri del Ros prima, e poi un intero Stato, a intavolare un dialogo con le cosche. È vero che avevo un peso politico, ma da qui a condizionare le istituzioni e l'Arma dei carabinieri ce ne passa. Diciamo che era una favoletta».
«INGROIA? HA ISTRUITO L'INCHIESTA E POI È FUGGITO» «Per me», rincara l'ex ministro, «è la fine di un incubo giudiziario, 25 anni di calvario senza prove. Sono vittima di pubblici ministeri che proseguono una certa linea politica, quella che ha visto il Partito comunista e parte della magistratura impegnati nel tentativo di sbaragliare la Democrazia cristiana».
Pesanti le critiche rivolte all'ex procuratore aggiunto Antonio Ingroia, che «ha istruito l'inchiesta e poi è fuggito». Anche di più quelle riservate al direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio: «Un guitto che fa soldi nelle sale cinematografiche parlando del processo. Sono stanco, ho 77 anni. Finalmente, però, dopo anni di lotta nelle aule di giustizia, provo serenità. È stata riconosciuta la mia innocenza. Ed è importante per me e la mia famiglia».
L'ACCUSA: «DIALOGO» CON I CLAN. L'ex ministro è stato rinviato a giudizio nel 2013. Nella ricostruzione della procura, temendo per la propria incolumità e approfittando dei suoi rapporti con l'ex capo del Raggruppamento operativo speciale (Ros) Antonio Subranni, nel 1992 avrebbe fatto pressioni sui carabinieri perché avviassero un dialogo con i clan.
In cambio si sarebbe adoperato per garantire un'attenuazione della normativa del carcere duro. Nell'ipotesi degli inquirenti era considerato «l'ispiratore della trattativa», colui che avrebbe istigato i contatti fra il Ros dei Carabinieri (tramite Mario Mori e Giuseppe De Donno) e Vito Ciancimino.
Mannino si è sempre difeso negando ogni coinvolgimento nelle vicende che gli sono state contestate. Dopo 23 mesi di processo, la procura ne aveva chiesto la condanna a nove anni.
I PM VALUTANO L'IMPUGNAZIONE. Il processo per gli altri imputati va avanti. La posizione di Mannino era stata stralciata, perché aveva chiesto il rito abbreviato. Gli altri imputati sono in tutto dieci, tra ex ufficiali dell'Arma, boss, pentiti e politici. Fra loro anche Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino.
«Andiamo avanti, impugneremo la sentenza», è stato il commento a caldo dei pm palermitani Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Vittorio Teresi. Il procuratore capo Francesco Lo Voi ha però precisato: «Valuteremo dopo aver letto le motivazioni. L’impugnazione è probabile, ma se non si leggono le motivazioni della sentenza non ha senso anticipare giudizi».
LO VOI: «ACCUSE INGIUSTE CONTRO I PM». Dopo aver letto le dichiarazioni rilasciate da Calogero Mannino, il procuratore capo di Palermo Francesco Lo Voi è sceso in campo per difendere i magistrati: «Rilevo che aver conseguito un'assoluzione, peraltro in primo grado e non con formula piena, non può autorizzare a lanciare ingiuste accuse contro i pm che hanno rappresentato l'accusa. Credo che un po' di moderazione non guasterebbe», ha concluso Lo Voi.
INGROIA: «SCONFITTA MOMENTANEA». Antonio Ingroia, intervistato da Antimafia Duemila, ha minimizzato l'impatto dell'assoluzione di Mannino sul prosieguo del processo: «È una momentanea sconfitta del pubblico ministero in un processo nel quale lo stesso pm ha tutti gli strumenti per impugnare una sentenza che non condivide». Per l'ex magistrato «non siamo di fronte a un'assoluzione per totale innocenza dell'imputato. Un fatto di reato c'è. Qualora non ci fosse stata la trattativa, il dispositivo di sentenza avrebbe recitato: 'il fatto non sussiste'. E invece qui si dice che il fatto sussiste, ma non lo ha commesso l'imputato. La sentenza non nega l'esistenza della trattativa e la rilevanza penale di quello che noi abbiamo chiamato trattativa (minaccia a corpo politico dello Stato). Tanto meno avrà un impatto sulla responsabilità penale degli altri imputati, rispetto ai quali il quadro probatorio è, a mio avviso, ancora più pesante rispetto a quello che aveva Mannino».

Ex ministro e deputato per otto legislature

Calogero Mannino.

Leader della sinistra democristiana in Sicilia, deputato per otto legislature (dal 1976 al 1992 con la Dc, dal 2006 al 2013 con l'Udc e il Gruppo Misto), Mannino è stato ministro dell'Agricoltura , dei Trasporti e della Marina mercantile.
SENTENZE CAPOVOLTE. Nel 1994 è stato indagato dalla procura di Palermo, per poi essere arrestato nel febbraio 1995 con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa (22 mesi di custodia cautelare, di cui 13 agli arresti domiciliari). Secondo l'accusa il reato contestato, rivelatosi poi insussistente era quello più comune per i politici invischiati con la mafia: compravendita di voti. Nel 2001 Mannino viene assolto in primo grado con formula dubitativa.
ASSOLUZIONE DEFINITIVA NEL 2010. L'assoluzione viene impugnata dal pubblico ministero e la Corte d'Appello di Palermo, nel maggio 2003, lo riconosce colpevole di concorso esterno in associazione mafiosa fino al 1994 e condanna Mannino a cinque anni e quattri mesi di reclusione. Due anni più tadi, la Cassazione ha annullato, con rinvio, la sentenza per difetto di motivazione. Nel 2008 la Corte d'Appello (per insufficienza di prove) e nel 2010 la Suprema Corte hanno assolto definitivamente Mannino,nel frattempo tornato in parlamento.
IL TIMORE DI UN ATTENTATO DOPO IL MAXI PROCESSO. Al netto dell’assoluzione di Mannino, la data che cambia la storia d’Italia è probabilmente il 30 gennaio 1992: quel giorno, a Roma, la corte di Cassazione conferma le condanne all'ergastolo per i vertici di Cosa nostra. Totò Riina è su tutte le furie e, secondo diversi pentiti, progetta la sua vendetta e punire chi non ha rispettato i patti, stilando una lista nera con i nomi dei politici da eliminare. All'epoca Mannino, unico ministro siciliano del governo di Giulio Andreotti, avrebbe confidato all’amico Giuliano Guazzelli, maresciallo dei carabinieri, confida: «Ora o uccidono o uccidono Lima». Parole sempre negate dall’ex ministro, ma che suonano come macabra previsione: il 12 marzo del 1992, infatti, l'uccisione di Salvo Lima riversa apre la stagione di guerra allo Stato di Riina. È proprio per il terrore di quei giorni che – secondo l’accusa – l’ex ministro si sarebbe mosso, incontrando l’allora capo del Ros Subranni e l’ex dirigente del Sisde Bruno Contrada: per cercare di aprire un canale di comunicazione con Cosa nostra.

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