ANNIVERSARIO 4 Novembre Nov 2015 1822 04 novembre 2015

Yitzhak Rabin, la nostalgia del mondo per un leader ragionevole

Non era pacifista, ma pragmatico. Perciò l'ultimo leader di Israele cercava la pace. 

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Erano le 21.30 del 4 novembre, vent'anni fa. Due colpi sparati alla schiena da un ragazzo di 27 anni, due lampi accesi da una beretta semi automatica calibro 380 e un assassinio compiuto da un estremista di destra «nel nome di Dio» spezzava i sogni di pace degli uomini in terra.
Così in piazza Re di Israele, a Tel Aviv, durante una manifestazione di sostegno agli accordi di Oslo con i palestinesi, moriva il premier Yitzhak Rabin e cambiava la storia di Israele e del Medio Oriente.
Da allora gran parte dei cittadini israeliani, dell'opinione pubblica ebraica e internazionale, è rimasta orfana. E a un ventennio di distanza citare Rabin sul lungomare soleggiato di Tel Aviv fa affiorare negli occhi di molti la nostalgia di quel leader a cui il mondo dedica oggi il suo tributo.
NON ERA UN PACIFISTA. E no, non succede perché Rabin fosse un pacifista. Ha combattuto la prima guerra arabo israeliana, la guerra fondativa dello Stato d'Israele. E ha guidato l'esercito in quella dei sei giorni. Era un soldato.
E no, non accade nemmeno perché con Rabin avremmo ottenuto sicuramente la pace, come dichiarò il suo ministro degli Esteri e suo fidato compagno nella storia, Shimon Peres. La figlia Dalia Rabin ha confidato ad Aaron David Miller, che fu consigliere nei negoziati arabo israeliani, come il terrorismo, le stragi di Hamas, avrebbero potuto interrompere il processo iniziato a Oslo. O quantomeno far interrogare suo padre sulla sua efficacia.
E no, il senso di mancanza non affiora perché tutto dipendesse da lui, come l'apologia post mortem a volte sembra far credere. E nemmeno perché allora il clima era diverso: nelle manifestazioni dei coloni, lui, il premier delle trattative con l'Organizzazione per la liberazione della Palestina, veniva ritratto come un nazista, indicato dai leader dell'opposizione, in primis l'attuale primo ministro Benjamin Netanyahu, come il bersaglio su cui riversare l'odio del popolo di Davide.
PRAGMATISMO E RESPONSABILITÀ. La nostalgia diffusa, profonda, vibrante che il nome di Yitzhak Rabin provoca a molte latitudini è una faccenda molto più semplice.
Israele non ha più avuto un leader assieme così popolare e così ragionevole. Pragmatico abbastanza e sufficientemente poco incline alla politica da campagna elettorale, intesa come quella più inconsistente e retorica, da capire che per dare la sicurezza alla propria gente serviva il dialogo, la diplomazia, la convivenza.
In nome di quel pragmatismo, di quell'assunzione di responsabilità propria di chi guida e si prende cura di una nazione, quell'uomo in tre anni ha fatto sentire gli arabi di Israele per la prima volta cittadini, battendosi per offrire loro pari opportunità, e ha avviato i negoziati di pace con i palestinesi. Anzi, prima di tutto li ha riconosciuti come interlocutori. Si è seduto al tavolo, ha frenato le ambizioni dei coloni e discusso il destino della West Bank. Ha firmato la pace con Re Hussein di Giordania e, se solo non lo avessero ammazzato una sera di novembre, era pronto a firmarne un'altra con Hafez al Assad, il padre di quel Bashar che riempie le cronache di guerra dei nostri giorni.
VENT'ANNI SENZA RAGIONEVOLEZZA. Oggi con Netanyahu che accusa il gran muftì di essere il promotore dell'Olocausto, che continua a rompere i patti sulla costruzione di nuove colonie o descrive gli arabi israeliani che si recano in massa alle urne per le elezioni come una minaccia; con Gaza ridotta a un campo di macerie; con i palestinesi senza speranza che sfoderano coltelli e uccidono per le strade e con la vicina Siria in fiamme, quella nostalgia diventa più amara. Più acuto, nel mondo, si fa il bisogno. E non di pace, concetto astratto e troppo spesso ambiguo, ma di concretissima ragionevolezza.

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