Erdogan Oggi Attacco 151010123304
DIPLOMATICAMENTE 5 Novembre Nov 2015 1400 05 novembre 2015

Guai a fidarsi di Erdogan: l'Europa non sia ingenua

Tanti analisti parlano di un sultano conciliante. La realtà è che la Turchia e il Vecchio Continente sono sempre più lontani. 

  • ...

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

L’Akp ha vinto le elezioni truccando le carte.
Lo afferma l’Osce, l’Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza, nel rapporto pubblicato dopo l’esito del voto di domenica primo novembre, sottolineando come la campagna elettorale si stata contrassegnata da una politica governativa di intimidazioni, violazioni della libertà di espressione, violenza sui mezzi di comunicazione, disseminazione di un clima di paura e coartazione e tutta una serie di impedimenti frapposti alla campagna dell’oppositore più inviso, il Partito democratico del popolo, sbrigativamente etichettato come partito pro-curdi.
NIENTE MODIFICHE ALLA COSTITUZIONE. Malgrado tutto ciò, ma questo l’Osce non lo dice, il partito di Erdogan conquista sì la maggioranza assoluta (49,3%) che gli consente di governare da solo, ma resta al di sotto della soglia necessaria per cambiare la Costituzione in senso presidenziale, l’ambizioso traguardo cui puntava.
E non riesce a tener fuori dal parlamento il Partito democratico del popolo, la vittima designata, che supera di un soffio lo sbarramento del 10%. Riesce tuttavia a porre in risalto una dirigenza politica pronta a fare strame delle più elementari regole della democrazia e a creare un clima di contrapposizione e di tensione nel paese che è politica ma anche culturale, sociale ed economica. Insomma un contesto di precarietà da non sottovalutare.
ERDOGAN E QUELLA FIDUCIA IMMERITATA. Sottolineo quest’aspetto perché in diversi commenti firmati anche da autorevoli analisti ho ravvisato una fiducia a mio giudizio immeritata nella probabile disponibilità di Erdogan, ormai (quasi) appagato, a ricondurre la sua azione politica nell’alveo di una riconciliazione nazionale che passi anche attraverso un mutato rapporto con la componente curda e con quanti temono la sempre più marcata deriva islamizzante.
Debbo anche dire che mi sono sembrate quasi ingenue le aspettative in una sua mutazione di condotta nel segno di una linea più trasparente e lineare sul versante della sua politica regionale, tra un’oscillante convergenza con il suo grande alleato americano e rapporti ancora ambigui con l’Isis e di conflittualità con i curdi siriani, tra l’ostilità al regime di Bashar al Assad e il posizionamento cui ambisce nei riguardi delle altre potenze regionali e della Russia di Putin. Insomma un partner da tenere sotto osservazione.

Un caso cruciale in chiave politico-settaria

Intendiamoci, in termini di trasparenza ci sarebbe molto da dire anche su altri attori internazionali e regionali: a partire dagli stessi Stati Uniti che, impantanati nel guado di un processo di riassestamento degli equilibri regionali sfuggito al loro controllo, stentano ad uscirne.
Si veda a titolo meramente esemplificativo la tanto enfaticamente quanto strumentalmente annunciata “svolta militare” ridottasi poi all’invio di 50 consiglieri militari e armamenti, per lo più via Riad, e il credito concesso di fatto all’Iran sia in Siria che in Iraq a fronte di imprecisate contropartite.
Ma il caso di Ankara è particolare non solo per il suo peso specifico, per la sua appartenenza alla Nato in un’area tornata per vari motivi terra di “frontiera”, ma anche in chiave politico-settaria, di importanza cruciale nella ragnatela di crepe che attraversa e divide la regione.
E per la sfrenata ambizione di questo “sultano” tanto novello quanto spregiudicato, sul piano interno e ancor più su quello medio orientale.
UN SULTANO SPREGIUDICATO. Tanto spregiudicato da soffiare per mesi sul fuoco dell’instabilità e della polarizzazione per far sventolare in maniera più credibile e trascinante la bandiera della “stabilità” - e dunque anche della lotta al terrorismo - voluta dal popolo turco ed ergerla a simbolo della sua missione di governo del paese.
Già, la stabilità, sostantivo pregnante e ambiguo nello stesso tempo perché il suo significato può cambiare radicalmente di segno a seconda della carta di valori e di interessi cui venga associato come ben sanno le potenze che ne avevano coltivato una ritagliata più sugli uni che sugli altri nei rapporti con i paesi investiti dalle cosiddette primavere arabe; con gli esiti che abbiamo sotto gli occhi.
A quale carta Erdogan intende ancorare la sua ambizione lo vedremo prossimamente attraverso i suoi atti concreti più che le sue dichiarazioni.
UN'ANTICIPAZIONE MALE AUGURANTE. L’anticipazione che ne ha dato subito dopo la diffusione dei risultati elettorali – un energico monito al mondo perché rispetti la volontà del popolo turco (senza tanti distinguo, aggiungo io) – non è ben augurante.
Ma non bisogna essere precipitosi, diamo tempo al tempo. Ciò, tuttavia, non impedisce di rilevare come l’andamento della campagna, le manifestazioni di turbamento/rabbia che hanno interessato il paese e la dura reazione delle forze di sicurezza abbiano portato l’Occidente a manifestare un minimo sindacale di espressioni critiche, in evidente omaggio a un “realismo politico” non particolarmente lungimirante.
Ce lo avrebbero dovuto ricordare le primavere arabe e i loro primi seguiti. Ma così non è stato, come si evince dalla linea di condotta seguita nei riguardi dell’altro autocrate della zona - il presidente egiziano al Sisi, responsabile di un colpo di Stato e poi di un’indifendibile politica repressiva e sanguinaria.

Il pericoloso do ut des Europa-Turchia

Angela Merkel e François Hollande.

Anche al Sisi ha invocato l’imperativo della “stabilità dello Stato-nazione” e la lotta al terrorismo, riscontrando nell’Occidente un sostanziale avallo e per certi versi anche incoraggiamento. Ma l’ossequio che sta dando a tale imperativo apre la strada non a orizzonti di stabilità, bensì a prospettive rischiose, sia per quanto riguarda il versante interno che per quanto attiene, ad esempio, a quello regionale intervenendo in Libia a sostegno (anche armato) del guerrafondaio generale Haftar (governo di Tobruk).
Sullo sfondo di queste considerazioni, necessariamente sommarie, ci si deve interrogare sul fatto che la Commissione abbia voluto attendere le elezioni per pubblicare il rapporto sui progressi/regressi della Turchia in materia di diritti fondamentali.
LA VISITA (OPPORTUNA?) DI ANGELA MERKEL. E soprattutto sulla opportunità della visita compiuta a Istanbul il 18 ottobre, in piena campagna elettorale, suscettibile di essere letta in termini di sostegno a Erdogan, da parte del più importante leader europeo: Angela Merkel. Una sorta di patto scellerato per il quale la cancelliera tedesca avrebbe adombrato non solo la possibilità di un generoso contributo europeo a scomputo delle spese sostenute dalla Turchia per la massa di sfollati che ospita, quasi 2 milioni, ma anche di rivedere la sua tradizionale posizione negativa sul suo futuro accesso all’Unione europea.
Tutto ciò per ottenere che la Turchia si renda disponibile a bloccare il deflusso dei profughi siriani.
UN PAESE SEMPRE PIÙ LONTANO ALL'UE. Sarebbe grave se Erdogan avesse ricevuto affidamenti in proposito e che adesso si sentisse in grado di passare all’incasso magari facilitando ulteriormente il deflusso dei rifugiati sulla rotta balcanica.
Sarebbe una sconfitta l’aver posto sullo stesso piano collaborazione sui rifugiati e destini europei, così come l’aver dato affidamenti in materia di compensazioni monetarie.
E sarebbe oltremodo grave pensare che una simile deriva è stata propiziata da quella stessa cancelliera Merkel che aveva scosso le coscienze dell’Europa intestandosi una sorta di primazia morale in materia di accoglienza.
La Turchia di oggi è più lontana dall’Europa di quanto non lo fosse nei primi anni dell’era di Erdogan e le lacerazioni che sta provocando quest’ondata migratoria non possono farcelo sottovalutare.

Correlati

Potresti esserti perso