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LA SCOMMESSA 10 Novembre Nov 2015 1224 10 novembre 2015

Migranti, il vertice della Valletta a rischio flop

Incontro a Malta tra leader europei e africani. Ma le ricette sono troppo diverse. L'Ue chiede restrizioni. E la controparte vuole stimolare la migrazione legale.

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Africa e Unione europea intorno a un tavolo nel centro del Mediterraneo per affrontare tutti insieme la crisi migratoria.
È quasi un'impresa impossibile quella del summit della Valletta (Malta) in calendario l'11 e il 12 novembre.
Obiettivo: approvare un piano che includa misure a breve termine in materia di migrazione legale e rimpatri.
Traffico dei migranti, politiche di asilo e riammissione sono i punti più caldi che saranno discussi da 93 delegazioni, 63 i leader in tutto. Invitate anche numerose organizzazioni internazionali e regionali, come la Commissione dell'Unione africana, la Commissione Ecowas, l'Onu, l'Unhcr, l'Oim, e la Ficr.
INTERESSI DIVERSI. Un vertice sovraffollato e non facile, alla luce soprattutto dei diversi punti di vista e i risultati che le parti vorrebbero portare a casa: se infatti gli stati africani stanno spingendo per avere una maggiore migrazione legale verso l'Ue e permessi di lavoro - «riaccendere la speranza, in particolare per i giovani africani, deve essere il nostro obiettivo fondamentale», dicono - l'Unione europea punta a ottenere accordi di riammissione capaci di frenare l'immigrazione irregolare.
Propone inoltre di rafforzare «la cooperazione della polizia e lo scambio di informazioni tra i paesi di origine, di transito e di destinazione della migrazione con effetto immediato», oltre che sostenere «le capacità nazionali di controllo delle frontiere terrestri, marittime e aeree, così come le capacità di sorveglianza marittima».

Funzionari africani per verificare ed identificare le nazionalità dei migranti

Migranti sulla rotta Libia-Europa.

Il summit alla Valletta vorrebbe riuscire ad accontentare tutti. Nella bozza delle conclusioni del vertice sono già elencati due progetti di migrazione legale a breve termine, che dovrebbero essere conclusi entro la fine del 2016.
Inoltre il numero di borse di studio per studenti africani e personale accademico nell'ambito del programma Erasmus dell'Unione europea dovrebbe essere raddoppiata entro il 2017. E si dovrebbero anche far partire progetti pilota in materia di migrazione legale.
Un'apertura concessa a patto che si cerchi davvero di mettere un freno tutti insieme all'immigrazione illegale: «I migranti irregolari che non hanno bisogno di protezione internazionale devono essere effettivamente rimpatriati nei loro paesi d'origine», è la richiesta europea. Per questo però, scrivono a Bruxelles, serve «una migliore cooperazione in materia di rimpatrio».
I PROGRAMMI DI SVILUPPO REGIONALE. Il piano è quello di inviare «nel primo trimestre del 2016» funzionari dell'immigrazione da 10 paesi africani verso l'Europa per verificare ed identificare le nazionalità dei migranti irregolari da rimpatriare. Operazioni che dovrebbero essere svolte in concomitanza con una serie di misure messe in atto nei paesi di origine per facilitare l'integrazione di queste persone nella società.
Ed è qui che si dovrebbe parlare di vere e proprie politiche di sviluppo atte a creare posti di lavoro nelle regioni d'origine e di transito dei migranti, non solo soccorso immediato quindi, ma progetti a lungo termine che si occupino di ricostruzione e sviluppo dell'agricoltura africana.
Per quanto riguarda l'asilo e la protezione internazionale, programmi di sviluppo regionale e di protezione nel Corno d'Africa e nel Nord Africa dovrebbero essere operativi entro la metà del 2016. In particolare nel Corno d'Africa, il programma orientato verso l'Etiopia, Kenya, Sudan, Somalia e l'Eritrea, è guidato dai Paesi Bassi.
I FONDI DELLA COMMISSIONE PER L'ASILO. Una parte del denaro sarà preso dalla Direzione della Commissione europea per gli affari interni. La Commissione dice che il denaro sarà usato per registrare, elaborare e ospitare i richiedenti asilo.
Si chiede inoltre la creazione di una squadra investigativa comune in Niger e il lancio di una «campagna di informazione» sui pericoli del traffico di migranti.
Temi sui quali si discute da mesi senza grandi risultati. Lo stesso vertice della Valletta era stato deciso dagli Stati membri ben 7 mesi fa, ad aprile, proprio per cercare di trovare una soluzione con i leader africani quando il focus sul flusso migratorio verso l'Europa era soprattutto sul Mar Mediterraneo. Ora i flussi si sono spostati sui Balcani occidentali ma per Pierre Vimont, ex alto funzionario del servizio diplomatico Ue, ora capo negoziatore per Bruxelles al summit di Malta, la conferenza resta comunque fondamentale, viste le «sfide estremamente complesse» che deve affrontare l'Africa.
L'instabilità in alcune zone del continente a causa della crescita di gruppi estremisti come Boko Haram in Nigeria sono state infatti sottovalutate, secondo Vimont.
Nessuna imposizione o chiusura forzata delle frontiere porterebbero però a una reale soluzione del problema, come l'attuale situazione può testimoniare, per questo Vimont ha più volte sottolineato come l'Ue non cercherà di imporre la propria volontà agli stati africani. Tutto «deve essere fatto in piena collaborazione e con il consenso di tutti gli invitati».
LA RILUTTANZA DEI PAESI UE. Invitati che si sono già mostrati reticenti davanti ad alcune proposte, tanto che i piani per la costruzione di campi profughi in Africa, dai quali poi la gente può chiedere asilo nell'Ue, non sono ancora una proposta concreta, si parla più vagamente dell'idea di esplorare questo tema e avviare possibili progetti pilota.
Per convincere gli Stati africani a firmare l'accordo, la commissione Ue ha proposto un Fondo fiduciario di emergenza dell'Ue per la stabilità e la lotta contro le cause profonde della migrazione irregolare e del fenomeno degli sfollati in Africa (European union emergency trust fund for Africa).
Si tratta di 3,6 miliardi di euro, la cui metà viene dai fondi comunitari esistenti nel programma per lo sviluppo del Fondo europeo di sviluppo (Fes). L'altra metà dovrebbe invece arrivare dai contributi degli Stati membri e può essere spesa per le misure di sicurezza, come il controllo di frontiera o i giri di vite sul traffico di esseri umani.
Ma gli Stati dell'Ue hanno mostrato riluttanza a partecipare al fondo: sinora si sono impegnati con appena 31,8 milioni in totale. L'Italia ne ha offerti 10.

Alfano: «Non si va a due velocità, cioè poca relocation e tanti hotspot»

Il ministro dell'Interno, Angelino Alfano.

Sono ancora troppi i problemi politici, sociali e finanziari legati all'immigrazione che gli Stati Ue devono gestire in casa.
Per questo durante il consiglio Interni Ue del 9 novembre, l'Unione europea ha cercato di premere l'acceleratore su hotspot, ricollocamenti e rimpatri.
Nel documento si punta a «intensificare l'apertura degli hotspot in Italia e Grecia per arrivare al loro funzionamento entro fine novembre».
POCHI RICOLLOCAMENTI. Per quanto riguarda il «processo dei ricollocamenti», si prevede la «comunicazione delle disponibilità dei diversi Paesi e la nomina di 'liaison officers', preferibilmente entro il 16 novembre».
«In parallelo Italia e Grecia velocizzeranno gli step preparatori per effettuare i ricollocamenti». E ancora, «gli Stati membri, col pieno sostegno della Commissione e di Frontex aumenteranno il numero dei rimpatri», si legge nel documento finale.
Inoltre, «per far fronte alla potenziale mancanza di cooperazione da parte dei migranti al loro arrivo in Ue», nel pieno rispetto «dei diritti umani e del principio di non respingimento» si prevede di far ricorso a tutti gli strumenti disponibili comprese «misure coercitive, incluso, come estremo rimedio, il ricorso alla detenzione».
IL MONITO DI ROMA. Tutti obiettivi davanti ai quali è l'Italia a essere scettica: «Non concederemo all'Europa nulla in più rispetto a quello che viene concesso a noi», ha detto il ministro dell'Interno Angelino Alfano, sottolineando che «non si va a due velocità, cioè poca relocation e tanti hotspot». Per ora, di sei hotspot l'Italia ne ha aperto uno.
Alfano ha ammonito i Paesi che hanno dato la disponibilità ad accogliere: «Sblocchino le quote per i ricollocamenti». Se non lo faranno, ha avvertito, «prenderemo atto che il meccanismo non funziona». Roma ha inoltre chiesto di includere anche gli afghani tra le nazionalità di richiedenti asilo da trasferire verso i partner europei.
Intanto anche la Svezia vorrebbe beneficiare dei ricollocamenti, e l'Austria, ha spiegato il ministro dell'Interno Johanna Milkl Leitner «non esclude di farvi ricorso».
L'UE RISCHIA DI CROLLARE. Così, a pochi giorni dal summit di Malta, il rischio è di un'esplosione del sistema ancora prima della sua entrata a pieno regime. Per questo l'allarme lanciato dal ministro degli Esteri lussemburghese, il socialista Jean Asselborn, non è esagerato: la crisi migratoria che sta affrontando l'Europa potrebbe portare al collasso dell'Unione e persino a una guerra reale, ha detto Asselborn, secondo cui anche il Trattato di Schengen è in grave pericolo.
Timori più volte manifestati dallo stesso presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, che ha deciso di convocare un vertice europeo informale straordinario il 12 novembre a La Valletta dopo la conclusione del summit con i paesi africani.
IL CONTROVERTICE DI TUSK. Un appello al quale, però, molti Paesi Ue non vogliono rispondere. Sono infatti già quattro i leader Ue che non intendono partecipare: il primo ministro portoghese, Pedro Passos Coelho, il britannico David Cameron, l’irlandese Enda Kenny e Beata Szydło, da poco eletta premier della Polonia.
No all’ennesima riunione straordinaria sull’immigrazione, non solo perché il vertice Ue è stato convocato con appena 10 giorni di anticipo, ma perché forse è proprio il tema a non voler essere affrontato a livello comunitario, visti sgli scarsi risultati ottenuti sinora.

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