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MAMBO 11 Novembre Nov 2015 1054 11 novembre 2015

La politica non dialoga più ma si parla addosso

Oggi tra i partiti non c'è più confronto, solo muri. Così l'Italia non può che finir male.

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Nella Prima repubblica, tutti parlavano con tutti. Era fuori dal gioco solo il Movimento sociale sia nell’epoca di Arturo Michelini, un irrigidito signore con gli occhiali scuri, credo per strabismo, sia nella stagione di Giorgio Almirante, gran parlatore dal brutto passato.
Gli altri partiti dialogavano pur ritenendosi nemici storici. Figurarsi che la Dc e l’intero mondo cattolico pensavano che i comunisti avrebbero fatto dell’Italia una Repubblica dei Soviet trasformando le Chiese, come in Urss, in musei dell’ateismo. E i comunisti erano convinti che la Dc regnasse per conto dell’imperialismo americano avendo riciclato i fascisti in camicia bianca.
Eppure parlavano. Insulti e anatemi a parte si dialogava e, soprattutto, si collaborava.
Si collaborava in periferia, si collaborava nell’iter parlamentare delle leggi, si collaborava, via via sempre di più, nella difesa della Repubblica da tanti malintenzionati. Tutto in un clima spesso di rissa parlamentare, di scontri di piazza con morti da una parte sola, la nostra, con il sogno che il nemico storico potesse essere annichilito.
DC E PCI, NEMICI STORICI MA ALLEATI. In verità questo sogno era più Dc che Pci. Quest’ultimo partito, clamorosamente con Berlinguer, pensava che senza il “caro nemico” non si potesse fare nulla e soprattutto non si potesse difendere la democrazia. Il buon Enrico dichiarò, infine, che si sentiva più sicuro sotto la protezione della Nato.
Insomma, per farla breve, si parlava, si litigava (molto) ma c’era un dibattito talvolta molto alto. Non penso solo alle discussioni parlamentari di straordinario livello ma al fatto che ogni tanto si inventavano sedi originali di dialogo. Lo faceva la Malfa con la “destra” Pci, lo faceva la sinistra Dc con altri comunisti. Prove di dialogo costanti c’erano con i sindacati circondati, all’epoca, da intellettuali di grande spessore culturale, sia bianchi che rossi.
Nella stagione berlusconiana si è continuato a parlare, ma poco.
Berlusconi, a comunismo scomparso, se ne inventò uno da spendere nella polemica elettorale e quegli italiani che non ne avevano avuto paura quando il comunismo c’era ne rimasero impressionati quando svanì.
La sinistra con il Cavaliere non parlava per via del conflitto di interesse e del sospetto di mafiosità. Una parte del gruppo dirigente dell'allora Pds ci provò, invero, con la Bicamerale e soprattutto con l’idea di porre fine alla criminalizzazione reciproca.
Questa posizione fu attuata con pienezza nei confronti dell’ex fascista Fini ma non si fece largo verso Berlusconi. Tuttora chi non seguì l’andazzo giustizialista e demonizzante viene considerato un cripto-collaborazionista d’antan.
In mezzo c’era un ‘area larga di “anti” che si crogiolava nelle tivù, nei giornali, nelle università, al cinema e in politica.
OGGI SIAMO NELL'EPOCA DELL'INCOMUNICABILITÀ. Sono cresciute carriere, ditte varie, molti si sono arricchiti nella stagione di questo nuovo blocco repubblicano. Sono i veri vincitori del ventennio. Entrati sconosciuti e con le pezze al culo, ne escono vincitori e benestanti.
Questa ultima fase di vita repubblicana vede invece l’incomunicabilità totale. È figlia del dominio culturale di Grillo e di quelli di cui sopra, i nuovi arricchiti del fallimento della Seconda Repubblica, giornalisti, magistrati, attori, politici dalla voce grossa.
Oggi non c’è un partito che parla con un altro a lui lontano. Ce n’è persino uno, il Pd, che parla da solo, un po’ perché lo stanno circondando, un po’ perché il suo leader è convinto che gli bastino i quattro gatti/e fiorentini/e che si è portato a Roma.
Un Paese in cui la politica non dialoga, pur nel confronto più severo, è un Paese che non può finir bene.
Per questo sono convinto che coloro che alzano steccati a destra e a sinistra sono i veri “nemici del popolo”.

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