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QUESTIONE PALESTINESE 11 Novembre Nov 2015 1247 11 novembre 2015

L'Europa etichetta i prodotti delle colonie israeliane

La Commissione Ue ha approvato le linee guida per l'etichettatura delle merci provenienti dai Territori palestinesi occupati da Gerusalemme.

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L'Ue segnalerà i prodotti provenienti dalle colonie israeliane.

Un primo piccolo avvertimento dell'Europa al governo espansionista israeliano di Benjamin Netanyahu affinché inizi a rispettare gli accordi internazionali.
La Commissione Ue ha approvato la cosiddetta “nota interpretativa” alle linee guida pubblicate ad aprile 2013 per l'etichettatura delle merci prodotte nei territori palestinesi occupati da Israele.
La nota era stata sollecitata ad aprile 2015 da 16 governi Ue, compresa l'Italia.
D'ora in poi sui prodotti provenienti dalle colonie verrà indicata la provenienza da 'insediamenti'.
L'EUROPA NON RICONOSCE LE COLONIE. L'etichettatura obbligatoria è stata già più volte criticata aspramente a Gerusalemme, ma a Bruxelles si fa notare che l'Ue riconosce solo i confini israeliani del 1967 e non le successive colonie stanziatesi nei Territori palestinesi.
Di conseguenza, anche se ufficialmente si tratta di un regolamento commerciale, l'etichettatura vuole anche essere un segnale di disapprovazione alle politiche aggressive del governo conservatore di Netanyahu. «L'Ue deve vergognarsi», ha commentato il premier.
La Commissione europea non vuole uno scontro aperto, e ha sottolineato che le linee guida pubblicate nel 2013 e applicate con le norme adottate oggi non fanno altro che chiarire che «i consumatori devono avere una esplicita indicazione» sulla provenienza della merce.

Numero di costruzioni iniziate negli insediamenti israeliani in Cisgiordania anno per anno (Fonte: New York Times).

«DANNI AL PROCESSO DI PACE». Il governo israeliano si è subito fatto sentire tramite il ministero degli Esteri: «Nessuna etichettatura farà avanzare il processo di pace, al contrario potrebbero rafforzare il rifiuto dei palestinesi a tenere negoziati diretti con Israele» ha dichiarato il portavoce del ministero Emanuele Nahshon , aggiungendo che «ci dispiace che la Ue scelga di fare un passo discriminatorio ed eccezionale come questo in un momento in cui Israele si trova ad affrontare un'ondata di terrore diretta contro tutti i cittadini ovunque si trovino».
Per il ministero il fatto che la Ue definisca 'tecnico' il provvedimento varato oggi «è un'affermazione cinica e priva di fondamento».
LA COMMISSIONE: «NESSUN BOICOTTAGGIO». Effettivamente i vertici della Commissione europea hanno subito cercato di chiarire la decisione di etichettare i prodotti provenienti dagli insediamenti come una misura tecnica. «L'Europa non sostiene alcuna forma di boicottaggio o sanzione per Israele», ha dichiarato il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis, puntualizzando che «le norme interpretative sull'etichettatura di origine delle merci prodotte nei territori occupati sono una questione tecnica, non un'istanza politica».

Un gruppo di palestinesi osserva la colonia israeliana di Modin Illit, Cisgiordania (GettyImages).

IL VINO RESTA FUORI. L'etichettatura con l'indicazione d'origine è obbligatoria, secondo le regole generali del commercio nell'Unione europea, per i prodotti agricoli e per i cosmetici. Tutti questi tipi di prodotti provenienti dai territori saranno etichettati come tali.
Sarà però consentito che venga indicato come “made in Israel” il vino imbottigliato entro i confini del 1967, anche se prodotto con uve coltivate negli insediamenti, per il principio secondo il quale prevale la provenienza in cui viene realizzata la maggior parte del valore aggiunto.
154 MILIONI DI INTERSCAMBIO. Il volume del commercio tra Ue ed Israele è nell'ordine di circa 30 miliardi di euro l'anno (17 mld di export europeo verso Israele, 13 mld di import nella direzione opposta).
Il valore degli scambi con l'Europa di prodotti dei territori occupati rappresenta meno dello 0,5%: 154 milioni di euro nel 2014.
Una percentuale così piccola da non rappresentare una minaccia per l'economia dello Stato ebraico, le cui dure proteste sono piuttosto una reazione al messaggio politico di un'Europa che raramente fa sentire la sua voce in materia di questione palestinese.

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