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DIPLOMATICAMENTE 12 Novembre Nov 2015 1607 12 novembre 2015

Migranti, l'azzardo Ue: due regimi come 'alleati'

Eritrea e Sudan deputate al contenimento dei flussi. Una scelta quantomeno singolare.

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Il ministro degli Esteri Gentiloni ha le idee chiare in merito ad alcuni punti cruciali sui quali costruire la strategia che sarebbe necessaria per fronteggiare la crisi innescata in Europa dall’ondata dei flussi migratori.
Le ha ribadite anche in occasione della presentazione del dossier Statistico Immigrazione 2015, curato dal Centro studi e ricerche Idos, in partenariato con la rivista Confronti e in collaborazione con l’Ufficio Nazionale Anti Discriminazioni Razziali (Unar).
DA GENTILONI IDEE CONDIVISIBILI. Idee chiare, lo ripeto, ma anche di grande buon senso e del tutto condivisibili, almeno da parte dello scrivente.
Lo sono, ad esempio, in relazione alla «distinzione giuridica tra rifugiati e migranti economici che non può essere un alibi per le nostre coscienze. Dobbiamo farci carico anche di chi fugge da povertà e fame».
Lo sono anche in ordine al carattere strutturale del fenomeno migratorio quando afferma che trattasi di «una realtà con cui anche la prossima generazione dovrà fare i conti, o la affrontiamo in modo serio oppure rinunciamo alla nostra civiltà».
OLTRE IL REGOLAMENTO DI DUBLINO. Lo sono là dove critica duramente «i muri che alcuni stati stanno innalzando in Europa, non portano da nessuna parte» e chiede il superamento del «rRegolamento di Dublino che impone ai migranti di fare domanda di asilo nel primo Paese in cui mettono piede».
E lo sono infine con riferimento alla necessità di incidere sulle cause profonde della crisi in atto, sia di natura bellica (vedasi ad esempio la Siria) o comunque politica (Eritrea) che di carattere socio-economico (Africa).

L'Italia non è esente da colpe

Paolo Gentiloni.

Ciò che non è di immediata evidenza è fino a che punto sia disponibile a battersi per cercare il maggior consenso possibile e tradurle in una vera e propria strategia di gestione del fenomeno che vada al di là dei suoi aspetti emergenziali, che pure sono di grande rilievo.
E fino a che punto si sia invece realisticamente convinto a riservare la manifestazione più ferma e sonora del suo pensiero agli ambienti già predisposti a recepirla in conseguenza di due fatti complementari.
LA CARICA DI POPULISMO. Da un lato, che il contesto europeo nel quale si trova ad operare è marchiato da crepe di xenofobia e di populismo oscurantista tali da rendere particolarmente accidentato, se non proprio impraticabile, un tale percorso.
Dall’altro, che il contesto italiano non sia poi molto diverso visto che la perdurante vigenza della legge Bossi-Fini si è saldata con il massimalismo populista delle opposizioni e il conservatorismo interno al governo stesso a vantaggio di un’impostazione politica di fondo decisamente orientata alla sicurezza e al binomio soccorso - riammissione (leggasi respingimento) e ben poco impegnata sul versante del soccorso-accoglienza, dell’integrazione, del partenariato con i paesi d’origine o di transito del fenomeno, eccetera.
UN PROBLEMA DI COERENZA. Versante lasciato in larga misura alle cure della società civile e alle sue articolazioni no profit.
Penso che questa lettura sia corretta e ponga un serio problema di coerenza tra le dichiarazioni improntate a una visione di realistica lungimiranza e la politica effettivamente praticata dal governo.
Viene anzi il sospetto di una sostanziale continuità di linea di condotta negli anni.
Continuità che non sta tanto nella disinvolta applicazione del regolamento di Dublino in materia di centri di accoglienza degni di questo nome anche in termini di identificazione dei migranti, quanto nella logica che portò l’Italia alla fine del decennio scorso a spostare in Africa, e precisamente in Libia, il confine migratorio.
IL CONFINE DI SICUREZZA. Mi riferisco al Trattato firmato con Gheddafi nel 2008 che, tra l’altro, puntava a mettere una pietra sulle nostre “colpe coloniali” e a fermare il flusso dei migranti in terra libica, nei ben noti “campi di transito”, vere e proprie galere a cielo aperto, da cui uscivano poi, quelli che sopravvivevano, per ritornare a forza nei paesi d’origine o in paesi viciniori.
Parlo di continuità perché da quando questo meccanismo ha cessato di funzionare – da quando cioè a metà del 2014 il paese non è precipitato nella spirale della guerra civile, aprendo la stura all’ondata migratoria mediterranea che continua anche adesso, sebbene con numeri un po’ inferiori al 2014 – si sta cercando di riprodurlo in luoghi similmente strategici. E dopo vari tentativi ci si è attestati su potenziali argini di contenimento dei flussi migratori più a sud, a ridosso cioè della fascia saheliana.
E da allora sembra che da parte italiana si stia lavorando intensamente per ottenere lo stesso risultato dello spostamento del confine di sicurezza ancora più a sud, in Niger, in Sudan e in Eritrea.

Eritrea e Sudan come Paesi di contenimento

Omar al Bashir.

In quest’ottica il governo italiano, nel suo semestre di presidenza Ue (novembre 2014) si è reso co-patrocinatore del cosiddetto “processo di Khartoum” da abbinarsi al già esistente “processo di Rabat”.
L’uno mirante a regolare i flussi della sponda africana occidentale, l’altro quelli della rotta orientale (Egitto, Tunisia, Sudan, Sud Sudan, Kenya, Somalia, Etiopia, Eritrea e Gibuti) decisamente importante per l’Italia.
DUE REGIMI BRUTALI. Il fattore nevralgico e amaramente sorprendente di quest’impostazione, già di per sé troppo sensibile alla strumentalizzata pancia dell’Italia minore, sta nel fatto che, oltre al Niger, sede del primo progetto sperimentale della Commissione, l’Italia abbia posto il riflettore su Eritrea e Sudan quali i paesi di riferimento per il contenimento dei flussi migratori dell’Africa orientale.
Sì, proprio questi due paesi dove la brutalità repressiva dei rispettivi regimi è stata conclamata da anni: su Bashir, il presidente del Sudan pende un mandato di cattura della Corte penale dell'Aia per crimini di guerra e genocidio, e su Afework, il presidente dell’Eritrea, grava una condanna della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite per crimini contro l’umanità.
Una scelta a dir poco singolare vista la storia di questi due personaggi e principalmente di Afework, la cui capacità di ricatto nei riguardi dell’Italia (attraverso la sua residua eredità coloniale) è proporzionale alla sua brutalità dittatoriale.
L'INTEGRAZIONE RESTA LONTANO. La questione assume grande attualità perché ci si attende che questa operazione venga varata nel corso del Vertice straordinario sulle migrazioni tra Unione europea e Africa, nel quale si fa ampio riferimento ai più diversi versanti della problematica migratoria, dalla lotta allo sfruttamento e al traffico delle persone, dalla cooperazione allo sviluppo alla crescita per rimuovere le cause delle migrazioni; di partenariato e di collaborazione sud-sud; si approva un piano d’azione per un ammontare di 1,8 miliardi di dollari e una dichiarazione politica di ampio respiro retorico, ma l’obiettivo dell’Unione resta prevalentemente finalizzato al contenimento e controllo dei flussi.
Si rimane quindi lontani dall’orizzonte di un’integrazione del nodo migratorio, tanto sensibile anche per la controparte africana, in quella strategia di rapporti complessivi che sarebbe elementare lungimiranza promuovere nel reciproco interesse, visto che l’Africa sta crescendo e le opportunità che offre superano di gran lunga le criticità.

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