Alexander Lukashenko Leader 151009115705
ESTERI 13 Novembre Nov 2015 1323 13 novembre 2015

Ex Urss: quei dittatori riabilitati dall'Occidente

Europa e Usa allentano le sanzioni contro Lukashenko. Da Aliev fino a Karimov: gli autocrati che fanno comodo. Per via degli idrocarburi. Mentre Yanukovich...

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Alexander Lukashenko, leader della Bielorussia.

Alexander Lukashenko è diventato improvvisamente buono.
Dopo che l’Unione europea ha alleggerito le sanzioni contro la Bielorussia all’indomani delle elezioni presidenziali a Minsk vinte per la quinta volta di fila dal baffuto presidente, anche gli Stati Uniti hanno deciso di premiare quello che è stato definito l’ultimo dittatore d’Europa, tenendo conto «del gesto positivo del governo bielorusso che ha liberato il 22 agosto la totalità dei suoi sei prigionieri politici».
Via gran parte dei provvedimenti restrittivi che erano stati comminati dopo la tornata elettorale del 2010 in cui l’opposizione scesa in piazza era stata per metà presa a randellate e per metà era finita nelle patrie galere.
LUKASHENKO SI RIFÀ L'IMMAGINE. Lukashenko si è dato una spolverata facendo da mediatore iniziale nel conflitto ucraino, organizzando nella capitale il primo incontro fra Vladimir Putin e Petro Poroshenko, e ha evitato questa volta di sbattere dietro le sbarre gli avversari.
La Bielorussia rimane uno stato poco democratico in cui non cade foglia che Alexander Gregorevich non voglia, gli standard democratici, a guardare le classifiche di tutte le organizzazioni internazionali che misurano libertà e diritti, sono lontani dall’essere rispettati, ma Lukashenko è riuscito a farsi volere bene, tanto che i divieti di ingresso e i congelamenti dei beni per lui e altri 170 compari sono stati sospesi.
In Bielorussia e altrove, opposizione, dissidenti e organizzazioni non governative hanno criticato le mosse occidentali e persino l'ultimo Nobel per la letteratura Svetlana Alexievich ha detto che c’è poco da fidarsi.
COME AI TEMPI DI ROOSEVELT. A Bruxelles e Washington, però, tira aria di riconciliazione con l’autocrate che da oltre vent’anni regge con pugno di ferro l’ex repubblica sovietica e nulla conta se il lupo perde il pelo, ma non il vizio.
La tendenza occidentale di giudicare gli autocrati a seconda del tornaconto e del momento è evidente nella maggior parte dei casi delle relazioni con gli stati dittatoriali dell’ex Urss. E segue in sostanza il modello sintetizzato già ai tempi di Franklin Delano Roosevelt, quando il presidente americano definì il tirannetto nicaraguegno Anastasio Garcia «un bastardo, ma il nostro bastardo».
Come allora si trattava di sostenere i guerriglieri sandinisti che combattevano contro l’occupazione americana e a Washington si scendeva a patti con il diavolo, oggi Washington guarda di buon occhio tutti coloro possono dare una mano a perseguire obbiettivi geostrategici di più ampio respiro, poco importa se non sono proprio alfieri della democrazia.

Da Karimov ad Aliev: gli interlocutori 'scomodi' dell'Occidente

Anche il presidente americano ha nel suo album di foto ritratti sorridenti a fianco di Nursultan Nazarbayev. Si tratta delle immagini del summit sulla sicurezza nucleare, tenutosi a Washington nel 2010 e a Seul nel 2012. Per gli Stati Uniti il Kazakistan è una pedina importante per la stabilizzazione dell'Asia centrale. In una lettera del 16 agosto 2011 Obama definiva Nazarbayev «un leader mondiale nel campo della sicurezza nucleare». Il Kazakistan ha inviato anche un piccolo contingente militare per assistere gli americani nella gestione del dopoguerra iracheno.

Vedere ad esempio alla voce Islam Karimov, presidente dell’Uzbekistan dal 1991, coccolato già all’avvio della guerra in Afghanistan, con George Bush che lo convinse ad allacciare buoni rapporti con vagonate di dollari per la concessione della base militare di Karshi Kanabad, salvo poi capire nel 2005, dopo il massacro di Andijon, quando Karimov fece sedare una rivolta interna a fucilate con qualche centinaio di morti, che forse non era il caso di parlare di «promozione della democrazia».
A Tashenkt piovvero i tuoni della Casa Bianca, la base fu evacuata e l’Uzbekistan dimenticato.
Ora la questione si ripresenta e 10 anni dopo John Kerry è andato di nuovo a riverire il vecchio capo di stato come se fosse un amico di sempre e proporre nuovi legami nella lotta comune al terrorismo. Questa volta non si tratta di talebani, ma dello Stato islamico.
IL TOUR DI KERRY. Per non far torto a nessuno, il segretario di Stato americano ha visitato nel suo recente tour nelle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale la crème de la crème delle dittature locali, dal Kazakistan al Turkmenistan, paesi che - se dallo stesso Dipartimento di Stato non vengono definiti certo culle della democrazia - avere dalla propria parte è sempre un vantaggio, sia che ci sia di mezzo lo Stato islamico, le forniture energetiche o la maggiore influenza generale in un’area in cui gli Usa vogliono fare concorrenza a Russia e Cina in una riedizione moderna del Grande Gioco di kiplinghiana memoria.
Ad Alexander Lukashenko in Bielorussia, Islam Karimov in Uzbekistan, Nursultan Nazarbayev in Kazakistan e Gurbanguly Berdymukhamedov in Turkmenistan, si deve poi aggiungere anche Ilham Aliyev in Azerbaigian, la piccola repubblica del Caucaso che con le sue enormi riserve di petrolio è ormai diventata un partner sia per Usa che per l’Europa.
GLI IDROCARBURI FANNO GOLA. Che la dinastia di Baku (prima di Ilham il presidente era il padre Heydar) abbia introdotto nel paese una sorta di monarchia e non lasci all’opposizione poche briciole come alle elezioni parlamentari di domenica scorsa non è certo un problema per Bruxelles e Washington, interessate più agli idrocarburi che agli oppositori in prigione.
Quando dalla prospettiva occidentale il «bastardo» di turno non è però «il nostro», allora gli animi di scaldano e anche i principi democratici diventano improvvisamente importanti.
E così Victor Yanukovich, uno che in confronto a Karimov o Lukashenko era come un francescano, seppur ladro, è finito male e peggio è andata per tutta l’Ucraina trascinata in una guerra per procura. Non il primo né l’ultimo dei disastri causati dal doppiopesismo e dalla miopia occidentale.

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