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DIATRIBA 14 Novembre Nov 2015 0900 14 novembre 2015

Expo, il padiglione ungherese finisce sotto sequestro

Expo: gli ungheresi non pagano. Debiti per 1 mln, la vicenda arriva in tribunale. Mentre tra Roma e Budapest, adesso, si rischia l'incidente diplomatico.

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Il padiglione ungherese a Expo.

Mentre il Partito Democratico di Milano paragona il modello Expo al movimento arancione che portò alla vittoria Giuliano Pisapia nel 2011, iniziano a finire in tribunale le problematiche legate ai mancati pagamenti per la costruzione dei padiglioni.
Sono diverse le aziende italiane che si sono impegnate ad allestire per tempo, era il primo maggio, le strutture intorno al Decumano, il lungo viale celebrato in pompa magna in questi mesi dal premier Matteo Renzi e dall'amministratore delegato di Expo 2015 Spa Giuseppe Sala.
Diverse non hanno ancora ricevuto il saldo delle prestazioni. I debiti sono tanti. C'è chi attende anche pagamenti di poco conto. Come la Imeco srl di Feltre, specializzata in coperture ad alto valore tecnologico e innovativo, che ha un credito di quasi 80 mila euro con Rvs Holding Mosca, la società appaltatrice dei lavori di allestimento del Padiglione Russia all'Expo.
Alcune sono affiancate dalle istituzioni e dalle associazioni di categoria, altre hanno deciso di rivolgersi al tribunale.
LA STORIA DELLA REDAELLI COSTRUZIONI. In pochi vogliono esporsi, anche per non turbare un evento celebrato in lungo e in largo sui media e soprattutto dal governo di centrosinistra in vista delle prossime elezioni comunali.
Ebbene, una di queste imprese, la Redaelli costruzioni di Concorrezzo, dopo mesi in insolvenza da parte dell'Ungheria, ha deciso di ricorrere appunto alle vie legali. C'è un debito di 1 milione di euro che balla. Lo studio legale Dmc di Giussano che segue l'azienda ha chiesto un «ricorso per sequestro conservativo del padiglione ungherese». In pratica il padiglione può essere pignorato a garanzia del pagamento: doveva essere smontato e trasportato a Budapest per diventare un centro di ricerca. La prima udienza sarà a dicembre nel tribunale di Monza.
Il patron dell'azienda, Giuseppe Redaelli, non vuole commentare. E alle telefonate di Lettera43.it negli ultimi mesi non ha mai risposto. C'è un motivo. La questione è spinosa anche dal punto di vista diplomatico.

Il rischio di un incidente diplomatico

Il premier dell'Ungheria Viktor Orban.

Si tratta dell'Ungheria di Viktor Orban, il presidente ungherese, protagonista negli ultimi mesi di una dura repressione nei confronti dei migranti con polemiche di ogni tipo con l'Ue.
Proprio Renzi ha instaurato in questi mesi un buon rapporto con il politico dei Carpazi cercando di smussare gli attriti con Angela Merkel. Anche in Expo i contatti ci sono stati, durante le celebrazioni estive, tra attrici, esponenti politici e di Confindustria, per le ricchezze e le opportunità dell'Ungheria.
Del resto, di opportunità economiche si parlava anche per le aziende brianzole prima dell'arrivo dell'evento universale. Lo ha spesso spiegato il quotidino Il Cittadino di Monza e Brianza, attento lettore delle dinamiche economico sociale del territorio brianzolo. Si parlava appunto di 'El Dorado Expo', tanto che la Redaelli costruzioni si è impegnata per l'esposizione con Austria, Estonia, l'azienda pubblica Enel e appunto l'Ungheria.
I problemi ci sono stati con l'ultima dove l'azienda di Concorrezzo, da più di cinquant'anni nel settore, ha lavorato come sub contractor, ricevendo «l’incarico per la realizzazione delle partizioni perimetrali a copertura delle opere di carpenteria metallica ed il completamento delle opere di finitura interna».
LAVORI GIORNO E NOTTE PER COMPLETARLO. Proprio Redaelli, al Cittadino, spiegò in un'intervista a fine aprile di aver lavorato duramente per completarlo. «È un anno che, per ultimare i padiglioni di Ungheria e Austria, abbiamo iniziato a operare su tre turni, compresi sabato, domenica e la notte. Ho dovuto assumere 10 persone, sperando che il contratto diventi in pianta stabile, raggiungendo i 50 dipendenti», spiegò.
Il concept a cui si è ispirato il Padiglione, simile all'Arca di Noè, trattava «l’interazione tra la salubrità del cibo, lo stile di vita sano, la garanzia di sicurezza alimentare insieme con la conservazione della biodiversità per le future generazioni».
Il general contractor è la Carpathia Srl che su quel lotto di 1.910 metri quadrati, su tre piani di altezza, aveva investito per esportare le bellezze dei Carpazi in Italia. Milioni di visitatori l'hanno visitato, peccato che i costruttori e gli operai che ci hanno lavorato non hanno ancora visto il becco di un quattrino.

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