Presidente Francese Hollande 151114020341
EDITORIALE 14 Novembre Nov 2015 1730 14 novembre 2015

Per ora è una guerra persa: impariamo a difenderci

L’efficienza dell'intelligence è fondamentale. Ma in Francia ha clamorosamente toppato.

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Il presidente francese Hollande e il premier Manuel Valls all'arrivo al Bataclan, la sala concerti teatro di una delle stragi del 13 novembre 2015.

C’è un Isis dentro l’Occidente, fatto da individui nati o naturalizzati nel Vecchio continente, e poi arruolati dall’esterno come cellule endogene della guerra totale jihadista.
E poi c’è il Califfato, saldamente insediato nel vasto territorio a cavallo tra Siria e Iraq, con consistenti propaggini in altri Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa.
Se il secondo (ammesso che si trovi un’unità di intenti tra i suoi avversari che ancora non c’è) è un nemico definito che si può combattere, magari discutendo quale sia la strategia più efficace, con il primo la sfida è improba.
AMMISSIONE DI IMPOTENZA. Otto kamikaze che riescono a mettere in scacco una capitale europea si immagina ben presidiata equivalgono a una ammissione di resa e di impotenza. Di questo bisogna prendere atto.
La retorica del 'non cederemo', del 'non ci faremo intimidire' è buona solo come esortazione auto consolatoria.
I fatti di venerdì 13 novembre 2015 dicono che Parigi ha già ceduto, perché ancora una volta dopo e nonostante Charlie Hebdo la sua intelligence non ha saputo prevenire nulla.
ERA UN PIANO ORGANIZZATO. E se in occasione dello sterminio dei vignettisti del settimanale satirico ci poteva essere l’attenuante di un singolo attacco, cui si è pur aggiunta la sanguinosa appendice del supermercato koscher, stavolta siamo in presenza di un piano organizzato da una struttura militarizzata che aveva come teatro un’intera città.
Con almeno - tra esecutori e mandanti - una ventina di persone coinvolte.
E che poggiava, stando ai primi indizi, sulla saldatura tra il vertice dell’Isis e i suoi adepti d’Oltralpe.
PUNTAVANO AI VERTICI DELLO STATO. Come si possa organizzare tutto questo facendo un ampio spiegamento di armi da guerra (per la prima volta le cinture esplosive) senza che i servizi segreti si accorgessero di alcunché è un tema su cui il governo francese è chiamato a interrogarsi.
Oltretutto, siccome uno dei sette punti dell’attacco era lo Stade de France nel momento in cui il presidente della Repubblica François Hollande assisteva alla partita, si capisce bene che l’Isis puntava dritta allo Stato nella sua più alta carica rappresentativa.
A CHE SERVE IL GRANDE FRATELLO? Viviamo nell’epoca del Grande fratello, le nazioni si spiano l’un l’altra con grande e reciproco scandalo, gigantesche banche dati sanno e archiviano tutto di noi e delle nostre abitudini, droni e satelliti spia individuano con precisione l’ago nel pagliaio, e poi un gruppetto di terroristi indisturbati spara, massacra, prende ostaggi devastando una comunità inerme lasciata per ore alla sua mercé.
C’è qualcosa che palesemente non funziona, una troppo evidente sproporzione tra la presunzione del controllo totale e l’incapacità di vedere e prevenire che offre al terrorismo organizzato non brecce, ma praterie.
PIÙ CHE ATTACCARE, DIFENDIAMOCI. La verità è che, in attesa di trovare un minimo di azione comune, l’Occidente, più che attaccare, deve pensare a difendersi. E quindi l’efficienza della sua intelligence diventa un fattore fondamentale.
L’America si era chiamata fuori e ora che si riaffaccia sulla scena mediorientale sconta errori, incertezze e cambi di fronte.
Il decisionismo russo non basta a evitare che le bombe facciano esplodere i suoi aerei. L’Europa, come sempre, procede in ordine sparso.
L’Isis invece sa chi e cosa vuole colpire e persegue con determinazione i suoi obiettivi. In una guerra, perché di questo si tratta, è un vantaggio non da poco.

Twitter @paolomadron

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