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IL RACCONTO 22 Novembre Nov 2015 0341 22 novembre 2015

Sentirsi in guerra a Bruxelles

Gaufre a carri armati. La paura e i sensi di colpa in una giornata di massima allerta terrorismo.

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Non mi avrete mai come volete voi, cantano i 99 Posse, eppure sabato 21 novembre, nonostante abbia provato a resistere, mi sono sentita nelle loro mani, quelle dei terroristi. Mi sono sentita come volevano loro, imprigionata, sconfitta dalla guerra in casa.
Anche solo dirlo sembra assurdo, sembra una enfatizzazione ego-ridicola rispetto a quello che succede nel mondo, in Medio Oriente per fare un esempio, e a Parigi lo scorso week end per farne un altro.
Ma Bruxelles oggi era così: immersa in un terrore silenzioso ma presente, pesante.
Ti svegli una mattina di un sabato qualsiasi e pensi di essere in pericolo. All'inizio solo perché te lo dicono gli altri: amici, genitori, zii, che alle 9 ti scrivono, ti chiamano dall'Italia, dal Brasile, dalla Spagna, da Londra per sapere se va tutto bene. Allora passi dal sonno alla veglia, capisci che sta succedendo qualcosa, guardi le news, Twitter, Facebook.
L'apertura dei giornali è inequivocabile: Bruxelles sotto assedio militare, è allerta massima. Livello di sicurezza quattro, il più alto. Rischio attacchi terroristici imminente. Il premier belga, Charles Michel, lo dice in conferenza a stampa.
LA GUERRA IN CASA, MA NO PANIC. Metro chiuse, negozi e centri commerciali pure, cinema sbarrati, rinviate le partite di calcio, saltati spettacoli e concerti. Tutto almeno sino a domenica pomeriggio. «State a case se possibile e comunque non nei luoghi affollati», dice Michel, «ma no panic», sottolinea, e sembra quasi sarcastico, visto le notizie che sta dando.

L'uomo più ricercato d'Europa gira in città armato di bombe

È coprifuoco, il giorno più pericoloso per la capitale Ue, e per tutta l'Europa. L'uomo più ricercato d'Europa, Salah Abdelsam, la mente degli attentati di Parigi, potrebbe essere a spasso per la città armato, addirittura munito di bombe. Forse gli uomini in fuga sono due. Un arsenale di armi e prodotti chimici è stato trovato nella notte. Molenbeek, il quartiere di Bruxelles dal quale provenivano alcuni dei terroristi in azione a Parigi, è sulla bocca di tutti i giornalisti che fanno i servizi in diretta per strada in una città bloccata, blindata.
Il ministro degli Interni, Jan Jambon, dice che anche lunedì la città potrebbe mantenere il livello di allerta “4” e che a Molenbeek le case devono essere setacciate una a una.
Tra Louise e Toison d'Or, una delle zone dello shopping chic sfilano 'carri armati da città', la metro è sigillata, il cinema multisala e il centro commerciale pure. I singoli negozi chiusi, a parte la farmacia, il supermercato Carrefour, il 'MacDonald' francese Quick e qualche baretto.
La panetteria francese Paul di place Stephanie sforna baguette e resiste, così come la maggior parte dei negozietti di alimentari-bazzarre gestiti per la maggior parte da indiani e arabi.
UNA GIORNATA DI COPRIFUOCO. Lungo Toison d'or l'unico negozio temerario è Karl Lagerfeld: alle 16 è ancora aperto, ma vuoto. Il megastore di vetro Apple tiene le luci accese ma le porte sono chiuse, Marks and spencer ha provato a ignorare l'allerta, solo in mattinata, alle 2 anche il tempio del consumismo made in Uk qui a Bruxelles cede alla paura e abbassa la saracinesca. Così anche H&M e tanti altri. Oggi la parola d'ordine non è money, money, ma fear (paura).
Pochi negozi lungo la chaussée d'Ixelles sono aperti, come la cioccolateria Leonidas o la macelleria, alcuni sfidano l'allerta e lavorano, ma si chiudono dentro a chiave e aprono la porta ai clienti dopo averli visti e scrutati attraverso il vetro. Ci si guarda negli occhi, ci si sorride complici, ma c'è preoccupazione, ansia, l'atmosfera è surreale.
C'è silenzio, e freddo. Gli elicotteri sorvolono tutta la città. Piove. Le poche persone che camminano per strada si guardano, e guardano tutto attorno a loro con occhi diversi, sono tese, attente a ogni rumore, ma soprattuto sgranano gli occhi davanti alle micropattuglie che presidiano la città.
Oltre ai 'carri armati da città' e ai furgoni militari blindati, sui marciapiedi ci sono infatti gruppi composti da due poliziotti e tre militari. Divise blu per i primi, tuta mimetica, foulard per coprire il volto e mitra in mano gli altri.
A gruppi di 5 sono posizionati a una distanza di 30 metri da altri gruppi di cinque, davanti agli hotel ci sono ancora più forze dell'ordine, alcuni soldati camminano e controllano le auto parcheggiate, tutto. Invitano a non fotografarli nemmeno a distanza.
UNA CITTÀ CHIUSA E IMMOBILIZZATA. Le strade sono semideserte di sabato pomeriggio, e il fatto che sia uno di quelli prenatalizi, rende tutto ancora più surreale. Le luminarie delle feste, oggi spente, sono lì a ricordarlo.
Le vie del centro vicino alla Grand Place sono ugualmente spettrali e semideserte.
Sembra resistere un po' di più al silenzio e all'attesa di imminenti attacchi terrorisitici Parvis de Saint Gilles, il quartiere, per sintetizzare in due parole, dei Bobo, i Bourgeois-bohème, e di Momo, la pizzeria in place Bethlehem di Mohammed (Momo), pizzaiolo algerino che ha imparato l'arte a Napoli e da anni vive e lavora a Bruxelles.
Momo rappresenta un pò quel Mediterraneo che unisce l'Europa all'Africa e al Medio Oriente. Paesi che hanno in questo quartiere una loro presenza demografica mista, ma oggi poche persone camminano per strada anche qui, tutti sono silenziosi, impauriti. Parvis è obiettivo sensibile, dopo la fine del mercato inizia a spopolarsi anche la piazza, i bar e le brasserie sempre aperti e affollati sono chiusi.
In piazza oltre a qualche baretto, resistono solo due brasserie storiche, quella de L'union e la Libr'Air, dentro pochi giovani bevono birre e provano a vincere la paura, ma tremano appena a un cameriere cade un bicchiere. Perché oggi, anche quel rumore così famigliare, fa pensare a qualcos'altro.
E quando si capisce che no, per fortuna era solo un bicchiere, e ci si riprova a rilassare, basta allungare lo sguardo fuori dalla brasserie per capire che no, non è un sabato qualunque: all'angolo della piazza c'è un altro un 'carro armato da città' circondato da un gruppo di militari. È allora che pensi che forse, anche se provi a far finta di niente, a reagire, a dire no al terrore psicologico e reale, stai davvero rischiando la vita seduta in una semplice brasserie, perché un terrorista potrebbe entrare e spazzarti via a colpi di mitraglietta.
LA PAURA E IL SENSO DI COLPA. È allora che vorresti tornare a casa, al sicuro. Ma ti accorgi che niente lo è, perché per quanto cerchi di pensare non sia così, la guerra è già entrata in casa.
Anzichè tremare però, provi rabbia, perché pensi quante persone in Medio Oriente o in Africa vivono questa paura ogni giorno, quanti di quei carri armati hanno visto in azione, mentre bevevano un caffè al bar o facevano la spesa al supermercato, quante armi chimiche che noi pensiamo ora i terroristi vogliano usare contro di noi, hanno visto uccidere i proprio cari.
E quanto ridicolo ed egoistico suona questo nostro tentativo di difesa se non siamo riusciti neanche a difenderci dai nostri sbagli, individuali e collettivi, storici e politici. Sbagli che oggi più che mai possiamo vedere tutti, basta accendere internet, leggere un articolo di geopolitica, guardare le immagini di guerra in tv, i morti in Mali, i bambini insaguinati dentro il mercato di Beirut, le candele ancora accese sui balconi di Parigi.
TERRORE E SOLIDARIETÀ GLOBLALI. Tutto almeno per una volta dovrebbe essere messo sullo stesso piano senza cinismo, ma neanche ipocrisia. Perché, che lo ammettiamo o no, oggi non possiamo davvero più permetterci di avere una solidarietà, sensibilità e soprattutto una paura a geografia variabile. Non è più tempo per essere naïve.
Davanti al terrorismo «restiamo umani», dice Renzi, ma restiamolo a e per Parigi, Bruxelles, Beirut, Tripoli, Baghdad, Aleppo, Gerusalemme, Gaza. Globalmente umani.
Così mentre una parte di me trema, e prova a ribellarsi a questo senso di insicurezza, paura, terrore, una vocina mi perseguita e mi chiede, quasi a volermi sfidare: allora ora capisci come ci si sente?
Sì, ci si sente in colpa, e impotenti.

Twitter: @antodem

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