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INTERVISTA 23 Novembre Nov 2015 1510 23 novembre 2015

Makhzoumi: «Isis? La strategia della vendetta fallirà»

Bombardare non porta a nulla. «La storia insegna», dice il libanese Makhzoumi. «Il Medio Oriente? È l'antipasto, il problema sarà l'Africa». Nuovi raid francesi.

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da Bruxelles

Sconvolta dagli attacchi di Parigi, l'Europa è persa, in balia di terroristi nati e cresciuti in casa e pronti a farle la guerra in nome di un Isis che sembra voler distruggere i valori dell'intero Occidente minandoli dall'interno.
Una situazione che ha rivelato il tallone di Achille dell'Europa, ovvero «la mancanza di una visione, di una politica estera comune», ma soprattutto un errore strategico: «Aver preferito ancora una volta la reazione all'azione», spiega a Lettera43.it l'imprenditore e politico libanese Fouad Makhzoumi, presidente della Future Pipe Group nonché fondatore del National Dialogue Party.
È infatti «la strategia della vendetta», adottata sinora dall'Occidente nei confronti del Medio Oriente, a essersi rivelata «fallimentare», prosegue.
IL MEDIO ORIENTE? È L'ANTIPASTO. Secondo Makhzoumi, a Bruxelles per la conferenza sulla sicurezza organizzata dal Mediterranean Gulf Forum e dall'Atlantic Treaty Association, quello che sta succedendo in Europa «è solo l'antipasto», dice con un tono velato di ironica amarezza, «i veri problemi sono con l'Africa, ma fate finta di non vederli».
Magnate col piglio del filantropo, ingegnere chimico con la passione per la politica, Makhzoumi è abituato a parlare con schiettezza, qualunque sia il suo interlocutore. E ad ascoltarlo sono in tanti: dagli uomini d'affari ai politici europei come Sarkozy, Mogherini e anche il ministro degli Esteri Gentiloni che ha incontrato a Roma proprio all'indomani degli attacchi di Parigi per uno scambio di idee sulla situazione in Medio Oriente.
Il peccato originale dell'Europa, secondo Makhzoumi, è che si è sempre limitata a fare degli «aggiustamenti per quanto riguarda la sicurezza e la difesa», ma in mancanza di una politica comune «i risultati ottenuti sono sempre stati scarsi».
ORA LE COSE POSSONO CAMBIARE. Ora che però «è stata ferita nel profondo, in casa», sottolinea, «qualcosa può davvero cambiare: avete la possibilità di rispondere in modo tale che quello che è accaduto non succeda più».
Ma per riuscirci non è certo un'operazione fatta di bombe e di “esportazione” della democrazia ciò di cui c'è bisogno, perché in «Medio Oriente la democrazia è qualcosa che leggiamo nei libri, in pratica abbiamo ancora degli stati di polizia», ricorda l'imprenditore. «La gente non sa cosa sia la democrazia, nel mondo arabo pensiamo che sia la libertà, ma questi regimi possono darti tutta la libertà e poi chiuderti in prigione ogni volta che vogliono. Ovunque è così, in Siria, Iraq, Libia, Egitto. E l'Occidente finora ha sempre accettato queste ingiustizie».
Lo sa bene Makhzoumi, che a 20 anni lasciò il suo Paese proprio per questo motivo. Da allora di anni ne sono passati 43, Makhzoumi è diventato un uomo ricco e potente, vive con sua moglie tra Abu Dhabi e Beirut e ha fondato un partito. Che però non ha seggi in parlamento, perché a Beirut «non abbiamo avuto vere elezioni, i risultati di quelle del 2009 sono state decise a Doha».

Fouad Makhzoumi, politico e imprenditore libanese, fondatore del National dialogue party.

DOMANDA. Il Medio Oriente, secondo lei, è senza speranza?
RISPOSTA.
Per fortuna grazie a internet e ai mass media non puoi più impedire alle persone di vedere cosa stai facendo di sbagliato, per questo dobbiamo cogliere l'occasione, aprire gli occhi e cercare davvero di cambiare il sistema.
D. L'Europa cosa può fare?
R.
Prima di tutto deve provare a riempire il vuoto della politica europea nei confronti del Medio Oriente, che non può essere colmato con le bombe. Serve una strategia che non si limiti a distruggere.
D. Suggerimenti?
R.
Bisogna cercare di sviluppare una vita migliore per le persone che vivono in Medio Oriente attraverso l'istruzione e il lavoro, perché senza questo l'unica alternativa che resta loro è Daesh (lo Stato islamico, ndr) o qualsiasi altra forza estremista.
D. Impresa impossibile?
R. No. In Medio Oriente siamo 350 milioni di persone, il 60% hanno circa 30 anni, il 40% delle risorse energetiche del pianeta vengono da qui, il reddito medio pro capite negli ultimi 20 anni è duplicato, ma comparato con quello di altri Paesi che attualmente consumano il nostro petrolio e gas è ancora molto basso.
D. Paesi che alla fine, nonostante le dittature e gli estremismi, continuano a fare grandi affari in Medio Oriente.
R.
Sinora si sono limitati a mantenere la cosiddetta stabilità nella regione perché eravamo il partner più importante per quanto riguarda il petrolio e il gas.
D. Poi cosa è cambiato?
R.
Negli ultimi anni, gli Stati Uniti prima di tutti hanno iniziato ad essere più indipendenti dal punto di vista energetico, quindi hanno allentato la pressione e tutti i problemi della società araba hanno iniziato a emergere, a ribollire.
D. Lasciando terreno fertile ad al Qaeda e all'Isis...
R.
Sì, tutti hanno però sottovalutato il fatto che se al Qaeda voleva solo distruggere, oggi l'Isis controlla chilometri di territorio, migliaia di persone, vuole il potere, vuole conquistarsi una regione. Stanno lavorando per costruire uno Stato, hanno già le infrastrutture.
D. Come fermarli?
R.
Possono provare con le bombe come stanno facendo ora, come hanno fatto in Giappone, ma non risolveranno nulla.
D. Ora non usano il nucleare ma i droni...
R.
Possono identificare i terroristi, ucciderli uno a uno, ma per uno che ne uccidono, un altro cresce ed è pronto a rimpiazzarlo.
D. Lei che cosa propone?
R.
Dall'attentato delle Torri gemelle (11 settembre 2001, ndr) fino a oggi abbiamo assistito a una strategia della vendetta: tu mi bombardi, io ti bombardo, il tuo regime non mi piace, lo cambio. Così è successo per Saddam Hussein in Iraq, Gheddafi. in Libia. E alla fine che cosa è stato ottenuto?
D. Ce lo dica lei?
R.
Niente. Basta guardare all'Iraq: con il processo di de-baathification voluto dal governatore Paul Bremer, gli americani hanno indebolito il Paese lasciando politica e sicurezza. nelle mani delle etnie.
D. Tutta colpa della guerra tra sunniti e sciiti?
R.
No, loro sono in conflitto da 1.400 anni, se non avessero avuto i mezzi finanziari, logistici, le armi, il supporto, la loro sarebbe continuata a essere una guerra tra gorilla.
D. E lo stesso vale per l'Isis?
R. Sì, nessuno ha fatto nulla quando hanno preso Falluja, poi Mosul e Palmira, anzi: l'Isis ha creato uno Stato le cui risorse finanziarie sono state ottenute perché qualcuno sta comprando il loro petrolio e gas.
D. Che possono vendere ai paesi vicini: Iran, Libano, Giordania o Turchia...
R.
Sì, ma il Libano non ne ha bisogno, la Giordania ha limitazioni, l'Iran ha interesse ad attaccarli. Chi rimane e vuole rafforzarlo è evidente, basta fare due più due...
D. Proprio la Turchia con la quale l'Ue sta cercando di fare un accordo per fermare il flusso migratorio e bloccare i foreign fighter?
R.
Si sa che l'Occidente ha un doppio standard su tutto.
D. Dagli affari agli attentati...
R.
In Libano negli ultimi due anni ci sono stati numerosi attacchi terroristici, centinaia di persone sono morte, così anche in Turchia, ma non c'è stata la copertura mediatica necessaria. Poi hanno attaccato la Francia e all'improvviso c'è stata una attenzione internazionale enorme. Questo fatto è molto importante.
D. Perché mostra che la solidarietà e il senso di giustizia sono a geografia variabile?
R.
No, perché è un'occasione per fare davvero qualcosa. Per cambiare la politica dell'Ue. Ma la reazione degli europei che abbiamo visto, purtroppo, è condizionata in gran parte da questioni di politica interna.
D. In che senso?
R.
La Francia ha le elezioni a breve e il governo ha la necessità di reagire in modo tale da non dare nessuna occasione a Marine Le Pen e al suo partito, il Front national, di sfruttare la situazione.
D. Gli attacchi in Siria sono quindi una esigenza elettorale?
R.
Sì, la Francia dovrebbe avere una strategia sostenibile, a lungo termine, non una reazione immediata e di pancia che dura due-tre settimane. Inoltre se guardiamo le vittime dell'Isis finora sono prima di tutto i musulmani e prima di tutto i sunniti non gli sciiti, questo dovrebbe far pensare.
D. Non è quindi una guerra santa contro gli infedeli occidentali come molti vorebbero far credere?
R.
No, ma la reazione dell'Europa non sta facendo altro che alimentare questo conflitto. Ora l'Isis definisce ogni vostra azione proprio come una crociata contro i musulmani. La terminologia che si sta usando dovrebbe essere reindirizzata, e subito, almeno da parte degli europei.
D. Come?
R.
Dicendo che noi tutti abbiamo un nemico, condannando i media che si schierano contro l'islam, perché in Francia ci sono milioni di musulmani che non hanno fatto niente di male e questo tipo di accuse rappresentano una discriminazione nei loro confronti.
D. Lei si sente discriminato?
R.
Come musulmano sì, non posso essere penalizzato perché altre persone sbagliano. Noi davanti alla prima, alla seconda guerra mondiale, o a quella in Vietnam o in Cambogia, non abbiamo mai detto che erano guerre dei cristiani contro qualcun altro, contro i buddisti per esempio. Sono guerre e basta.
D. La religione non c'entra nulla?
R.
In Libia c'è una guerra civile eppure dicono che l'Isis è stato mandato da al Qaeda. Tutti usano la religione, mischiano i due piani, come succedeva in Occidente con il Vaticano prima della separazione del potere temporale da quello spirituale.

Dopo l'Urss, l'Occidente cercava un nuovo nemico. E l'ha trovato nell'islam

D. Perché siete rimasti così indietro?
R.
Nel mondo arabo non abbiamo separato completamente questi due piani perché non abbiamo cambiato la nostra mentalità. Non siamo ancora riusciti a impedire che la religione smetta di guidare affari, politica straniera, educazione. Ora però possiamo cercare di accelerare questo processo. Stiamo vivendo un Rinascimento.
D. Una de-islamizzazione a livello politico-militare insomma?
R.
Io sono musulmano e ogni volta che qualcuno usa il testo del Corano per giustificare una scelta o dare un significato politico, dico sempre che questo non è islam, ma è un abuso. Se i veri musulmani non difendono il Corano, la loro religione, da questi attacchi politici le cose andranno sempre peggio.
D. Tutti dovrebbero condannare la guerra contro gli infedeli?
R.
L'islam non accetta né permette a nessuno di uccidere, persino se ti suicidi la religione dice che non meriti il Paradiso, quindi se non puoi privarti della tua stessa vita come puoi giustificare l'uccisione di altre persone?
D. Come fermare allora questa strumentalizzazione da parte dell'Isis?
R.
Quello che dobbiamo fare è semplicemente offrire un'opportunità alle nuove generazioni, un'alternativa. L'Isis recluta giovani dai 15 ai 28 anni, nella maggior parte dei casi sono senza lavoro, disillusi nei confronti del loro Paese.
D. Anche i giovani francesi lo sono, eppure il governo pur stigmatizzando l'Isis continua a fare affari con quei Paesi che appoggiano il Califfato...
R.
Purtroppo in Europa il controllo della politica estera avviene attraverso i risultati delle elezioni nazionali: per vincerle devi promettere posti di lavoro, diminuire la disoccupazione e per riuscirci vai da chi ha i soldi.
D. Arabia saudita e Qatar, giusto per fare un esempio?
R.
Che alla fine ti chiedono di assumere una determinata posizione politica nei confronti dell'Isis o della Siria e tu per ragioni economiche fai quello che vogliono loro.
D. Un cane che si morde la coda e poi si lamenta...
R.
Se non iniziamo a risolvere i problemi del Medio Oriente sin dalle radici, voi soffrirete a casa vostra e non solo per colpa dei terroristi homegrown (cresciuti in patria, ndr), ma perché le persone che vivono in quelle zone di guerra, nei campi profughi, non vedendo un futuro, vorranno venire da voi.
D. L'Occidente sta sbagliando ancora una volta strategia?
R.
Semplicemente l'Occidente dopo l'Urss ha avuto bisogno di un nemico per giustificare la produzione e la vendita di armi. E l'islam è diventato questo nuovo nemico, ma i musulmani non sono stati abbastanza intelligenti da capirlo e hanno accettato di diventare degli strumenti.
D. Più che strumenti, armi umane come i foreign fighter...
R.
Secondo alcuni studi ce ne sono già 40 mila e la maggior parte viene dall'Occidente. Perché qualcuno che vive a Londra o Parigi o Bruxelles, immigrati di seconda o terza generazione, accetta di diventare terrorista?
D. Già, perché?
R.
Perché l'Isis li fa sentire importanti, necessari. Se sei povero e vivi in un ghetto, non sei integrato nella società in cui sei nato, non hai motivi per rimanere, diventi un credente della causa di Daesh. In questo l'Occidente ha fallito: in Francia i marocchini sono stati isolati, chiusi nelle banlieu.
D. Che radici ha questo problema?
R.
Sempre economiche. Per anni tutti hanno cercato di controllare Daesh, anche con alcuni attacchi, ma nessuno ha cercato davvero di eliminare il Califfo. Hanno deciso di rimuovere Saddam, di andare contro l'Afghanistan e i talebani, ma con l'Isis non hanno avuto la stessa reazione.
D. Perché ora?
R.
Perché ora l'Isis ha messo le mani nel portafoglio degli europei con la questione dei migranti.

Oggi la Francia vive nella storia, l'Italia può fare la storia

D. Che cosa dovrebbe fare la Francia?
R.
Smettere di vivere nella storia, andare oltre la nostalgia, diventare più pragmatica, ma il problema è che oggi i francesi non hanno una agenda chiara. Il ministro degli Esteri Laurent Fabius vuole una cosa, l'Eliseo un'altra, e non c'è neanche un accordo militare.
D. In che senso?
R. La linea politica era controllare e contenere Assad, Fabius invece voleva attaccare la Siria e rimuovere Assad perché così volevano l'Arabia saudita, il Qatar e la Turchia.
D. Ancora la Turchia?
R.
Ankara vuole dominare la Siria, per questo oggi chiede la no fly zone: per incorporare direttamente il territorio da Aleppo alla Turchia. È lo storico obiettivo dell'impero ottomano, una volta raggiunto possono facilmente attaccare il Kurdistan e destabilizzarlo.
D. Piani che l'Ue ignora o fa finta di non vedere visto che è proprio sulla Turchia che sta puntando ora come partner strategico per contenere i flussi migratori. A fine novembre c'è pure un summit Ue con Erdogan...
R.
Il problema in Europa è che l'intera leadership europea sta diventando sempre più giovane e alcune persone che oggi ricoprono ruoli chiave non conoscono il Medio Oriente. Forse dovrebbero mantenere qualche esperto che metta a disposizione la propria conoscenza.
D. Quando parla di leader inesperti sulla questione mediorientale si riferisce anche a Renzi?
R.
No, Renzi è molto intelligente, ha una sua visione: ha rifiutato di rimanere coinvolto nel conflitto tra la Russia e l'Ucraina, si è limitato ad accettare le sanzioni, è stato molto prudente. Non si è esposto troppo contro l'Iran durante le negoziazioni sul nucleare, era contro l'attacco in Siria, ha sviluppato davvero buone relazioni con l'Egitto e ora sta avendo un ruolo più aggressivo in Libia.
D. Potrebbe giocare un ruolo strategico?
R.
Sin dalla missione Unifil del 2006 con Romano Prodi l'Italia ha giocato un ruolo importante nell'area, e ora può giocarne uno ancora più importante, più della Francia e del Regno Unito.
D. Perché?
R.
L'Italia è meno minacciata, non è mai stata contro gli arabi, in più avete il Vaticano e, anche se si tratta di due Stati diversi, la percezione della componente religiosa c'è. Renzi sta facendo un lavoro ragionevole, ma purtroppo questo non basta a risolvere il più grande problema dell'Europa.
D. Quale?
R.
L'Europa sta invecchiando, il 25% della popolazione ha più di 60 anni, i migranti sono quelli che vi permetteranno di mantenere viva l'economia, ma oggi c'è troppa confusione tra migranti legali, illegali, così molti preferiscono chiudere le porte e dire: non vogliamo nessuno.
D. La Germania però le ha spalancate?
R.
E poi ci ha ripensato. Merkel voleva giocare il ruolo di Madre Teresa ma ha capito che non può farlo. L'unico modo per risolvere il problema dei rifugiati - 11 milioni in Giordania, Libano e Turchia - è istruire queste persone. Se apprendono una professione e credono di poter fare qualcosa nel loro Paese torneranno a casa, ma se non hanno nulla e capiscono che tornare vuol dire morire, continueranno a desiderare solo una cosa: cercare di scappare in Europa per avere una vita migliore. Ma il vostro problema più grande non è il Medio Oriente...
D. E qual è?
R. Il problema che state facendo finta di non vedere è l'Africa, nel 2050 sarà tre volte la vostra popolazione. Il Medio Oriente per voi è solo l'antipasto, il piatto principale arriverà dopo. E non basterà la solita soluzione: dare i soldi e avviare operazioni di peace keeping. Avete dato molti molti soldi al Medio Oriente e cosa avete ottenuto? Nulla.

Twitter @antodem

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