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POLEMICA 25 Novembre Nov 2015 1100 25 novembre 2015

Terrorismo e jihad, reciproco j'accuse tra Francia e Belgio

Parigi attacca Bruxelles: «Fabbrica di attentatori». I cugini replicano: «I vostri servizi dov'erano?». Così l'emergenza Isis diventa scontro tra Paesi confinanti.

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Poliziotti francesi della Gendarmerie pattugliano Place Saint-Michel a Parigi.

da Bruxelles

Che i belgi non siano mai piaciuti ai francesi è risaputo.
La leggenda vuole che li abbiano sempre considerati i cugini un po' stupidi e rozzi.
Simpatici ma pasticcioni, con i quali si sono trovati a condividere, ahiloro, lingua e confini.
Per il resto ognuno a casa sua: per gli uni la Repubblica della Liberté, Égalité, Fraternité per gli altri lo Stato federale a monarchia costituzionale.
RIMBALZO DI ACCUSE. Ma quando i terroristi hanno iniziato a passare da una casa all'altra muniti di bombe e armi spesso comprate proprio in Belgio, i francesi hanno messo da parte il savoir faire e hanno iniziato il loro j'accuse.
Il Belgio è diventato all'improvviso «la culla del terrorismo europeo», «una fabbrica jihadista», «la nazione senza Stato», «un Belgikistan».
OFFENSIVA MEDIATICA. A offrire lo spazio per un attacco mediatico senza precedenti è stata prima di tutto la stampa della capitale francese.
Dopo gli attacchi di Parigi, gli editoriali e gli approfondimenti televisivi hanno dipinto il Belgio come il peggior Stato possibile.
Anche il diplomatico Le Monde si è tolto i guanti per scrivere che «nel cuore dell'Europa, il Belgio è divenuta un punto di ritrovo amichevole per il jihadismo».
Un editoriale duro nel quale si invitava il Paese confinante «a riorganizzarsi». E a farlo subito.
FUOCO DA PARTE DEI CUGINI. Così proprio nel momento in cui la capitale europea era messa sotto assedio dalle forze dell'ordine e dai militari pronti a sventare imminenti attacchi terroristici, che hanno costretto il governo ad alzare l'allerta a livello massimo, il 4, ad aprire il fuoco contro Bruxelles, anche se solo metaforico, è stato il cugino francese: «Il Belgio ha perso di vista l'importanza delle sue funzioni sovrane», è stata la denuncia.

«Come mai Abaaoud è riuscito a lasciare la Siria e a tornare a Parigi?»

Abdelhamid Abaaoud, 27 anni. Per gli inquirenti è la mente degli attacchi di Parigi.

Accuse subito respinte al mittente dalla stampa belga.
Un articolo non privo di sarcasmo del quotidiano belga La libre, a firma di Francis Van de Woestyne, ha messo tutti 'i puntini sulle i': «Non abbiamo ovviamente aspettato che arrivassero i giornalisti di Le Monde per denunciare le carenze delle autorità belghe nella lotta contro il terrorismo, il colpevole lassismo dimostrato dall'ex sindaco di Molenbeek, Philippe Moureaux, e la mancanza di coordinamento tra i Paesi europei nella caccia agli jihadisti».
Errori strategici e politici innegabili come lo sono i fatti: gli attentati di Parigi sono stati decisi in Siria, organizzati in Belgio e perpetrati in Francia.
«TERRORISTI IN FRANCIA». Ma le informazioni vanno date tutte: «Ci sono stati belgi-marocchini tra i terroristi. Ma tra questi c'erano anche cittadini francesi residenti in Belgio. Se è vero che molti autori degli attacchi sono passati attraverso Bruxelles e il quartiere Molenbeek», sottolinea l'editorialista belga, «altri non hanno mai lasciato l'Hexagone (Francia) se non per formarsi in Siria».
Insomma gli jihadisti non sono 'made in Belgio'.
LE CARCERI NEL MIRINO. Basta pensare al francese Mehdi Nemmouche che ha ucciso quattro persone nell'attentato al museo ebraico di Bruxelles, e che è stato radicalizzato nelle carceri francesi.
«Che cosa succede dentro le carceri francesi?», è la domanda che i belgi rivolgono ai cugini.
Senza dimenticare che francese era anche Amedy Coulibaly, il terrorista dell'ipermercato kosher in azione il giorno dopo l'attacco al giornale satirico Charlie Hebdo il 7 gennaio 2015.
COLLABORAZIONE IMPOSTA. A Bruxelles non hanno gradito la levata di scudi della Francia né l'offerta di collaborazione come fosse quasi una imposizione.
«Lungi da isolare il Belgio, esso deve essere aiutato a proteggere se stesso e questo è ciò che i servizi francesi stanno facendo», scrive Le Monde; «sono i servizi segreti belgi e marocchini ad aver individuato il nascondiglio di Abaaoud a Saint-Denis», controbbatte La libre.
E se poi questi servizi segreti francesi sono così bravi, si chiede Van de Woestyne: «Come mai Abaaoud è riuscito a lasciare la Siria a tornare a Parigi?».

«Perché la Francia respinge l'idea di un registro dati dei passeggeri Ue?»

Polizia ed esercito pattugliano le strade di Bruxelles.

La libre ha una risposta che va al di là delle critiche sulle capacità delle forze dell'ordine: «La Francia ha sempre respinto l'idea di un Pnr europeo, ovvero di un registro dei dati dei passeggeri Ue, preferendo un Pnr nazionale». E soprattutto «continua a rifiutare qualsiasi scambio automatico di informazioni tra Pnr nazionali».
«L'ISIS CI VUOLE DIVISI». Una scelta che potrebbe essere condivisa, ma anche strumentalizzata in questo momento di tensione e allerta terroristica, però «diciamoci la verità: questo gioco - non sono io, è colpa sua... - è un po' squallido», scrive il quotidiano belga.
«È un po' inutile dare la colpa costantemente degli attacchi di Parigi ad altri Paesi amici».
Anche perché è proprio questo «che vuole Daesh: dividere, dividere dividere».
«COME VI SPIEGATE IL FN?». Se infatti è indubbio che sul territorio belga qualcosa non abbia funzionato, e che il corto circuito sia stato causato anche da una burocrazia istituzionale che ha spesso ostacolato le indagini anziché agevolarle, puntare il dito in questo momento contro qualcuno non è la migliore mossa strategica che i francesi possano fare, anche perché oggi nemmeno loro sono in grado di offrire un «modello di coesistenza e di integrazione», ricordano i belgi.
Se così fosse, «il partito razzista xenofobo, anti-europeo Front national non sarebbe il primo partito di Francia. Ma probabilmente i funzionari del Fn sono stati addestrati in Belgio», conclude Van de Woestyne.

«Uno Stato senza una nazione può diventare una nazione senza Stato»

La stazione centrale di Bruxelles presidiata da militari e polizia.

Una battuta sarcastica per ricordare una verità che ai francesi non piace.
Così il prestigioso quotidiano francese ha continuato a elencare in questi giorni i terroristi che hanno vissuto o attraversato il Regno, sottolineando che: «Il Paese dovrebbe trovare una certa stabilità, invece rimane intrappolato in un dibattito istituzionale che siamo riusciti a trovare pittoresco, ma che si trasforma in tragica e che gli ha fatto perdere di vista l'importanza delle sue funzioni sovrane (Interni, Difesa, Giustizia, ndr)».
CONFUSIONE BELGA. Perché i belgi, si legge nell'ultimo l'editoriale di Le Monde sul tema, datato 23 novembre, «confondono regionalizzazione ed efficienza, e tale Stato senza una nazione corre il rischio di diventare a poco a poco una nazione senza Stato».
Un'accusa che fatica a essere smentita proprio in questi giorni.
GUERRA INTERNA AL GOVERNO. L'unità nazionale che si era infatti creata dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi sembra già essere implosa il 24 novembre.
In un 'libro bianco' pubblicato dal partito nazionalista fiammingo N-VA, il principale partito della coalizione di centro-destra attualmente al governo, il senatore Karl Vanlouwe condanna gli ultimi 20 anni di amministrazione della capitale Bruxelles, e accusa la coalizioni di centrosinistra - in particolare il Partito socialista allora al governo - di aver portato il Belgio alla situazione attuale.
Ovvero, averlo trasformato in una «piattaforma europea del terrorismo islamista».
SISTEMA «ISLAMICO-SOCIALISTA». Secondo l'accusa i partiti francofoni che governano Bruxelles sarebbero i responsabili della creazione di un sistema «islamo-socialista» nel quale sarebbe proliferata la cultura del jihadismo.
Politici che ora meritano una condanna ferrea: l'espulsione delle «mele marce» dall'amministrazione della capitale è la richiesta del senatore nazionalista fiammingo.
Così in un momento nel quale il Belgio ha bisogno di unità e coordinazione assoluta tra tutti i partiti per prendere le misure necessarie per proteggere la sicurezza pubblica dalla minaccia terroristica, il governo rischia di spaccarsi un'altra volta.

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