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DIPLOMATICAMENTE 26 Novembre Nov 2015 0900 26 novembre 2015

Hollande-Obama, in Siria un fallimento per due

Dai bombardamenti alla transizione-farsa: gli errori dei leader di Francia e Usa.

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Vladimir Putin e François Hollande.

Hollande sembra aver ritrovato la bandiera del protagonismo vincente che stava perdendo a casa sua sull’altare di un terrificante massacro che continua ad inorridirci e riempirci di inquietante commozione.
Si tratta di un protagonismo straripante che copre le falle di un’intelligence che avrebbe parecchio da farsi perdonare e di una politica interna e internazionale che non ha capito o che ha comunque sottovalutato i sanguinosi segnali d’allarme che si sono andati moltiplicando per tutto il 2015; a partire proprio dalla Parigi del 7 gennaio scorso.
Che per dieci lunghi mesi non ha capito o ha comunque sottovalutato il salto di qualità che l’Isis o chi per esso stava apportando alla sua strategia d’attacco e con lui, diciamocelo, le tante teste d’uovo della politica, dell’intelligence e dei grandi esperti di terrorismo che affollano l’Europa.
IL DISEGNO GLOBALE DOVEVA ESSERE COLTO. Come mai questa miopia? Forse ci si è distratti per il fatto che i bersagli dell’Isis erano soprattutto fuori Europa.
In effetti stavano in Tunisia e poi in Turchia, Egitto/Russia, Libano, eccetera; ma il disegno globale che li collegava poteva e doveva essere colto; doveva e poteva sollecitare un cambio di passo, magari con qualche filo di collaborazione tra gli europei e tra questi e i paesi musulmani colpiti dalla stessa mannaia; in termini di sicurezza (militare e di intelligence) ma anche di azione politico-diplomatica, di iniziativa sociale, ideologica, culturale. Di soft power, insomma, per usare le parole del nostro Presidente del Consiglio.
Eppure ben poco si è mosso, neppure da Parigi, dove pure non erano mancate magniloquenti manifestazioni di retorica verbale.
E quando la Russia ha fatto irruzione sul teatro siriano cavalcando la tigre dell’intervento militare diretto, ed è stata a sua volta colpita dalla furia terrorista, si è forse pensato che si trattava di un regolamento di conti bilaterale. Qualche governante europeo ha forse pensato che se lo era andato a cercare.
IL PUGNO DURO DI HOLLANDE. E quando questa mossa sparigliante ha contribuito non poco a dare una scossa al negoziato viennese sul futuro della Siria che si stava impantanando di nuovo dopo settimane di frenetici contatti politico-diplomatici, è sfuggito che forse l’Isis a sua volta, sentitasi minacciata davvero a morte dalla combinazione terra-cielo che si stava materializzando con le forze siriane, iraniane e di Hezbollah, sotto la regia russa, e il concorso di fatto della coalizione a guida americana, con i curdi, avrebbe alzato il tiro.
Anche per dimostrare che era ancora in grado di fare molto male, di diffondere la paura, di antagonizzare le comunità musulmane a casa nostra, tra l’altro contribuendo a sdoganare il binomio rifugiati/jihadisti; di picconare ulteriormente la crepa sciita-sunnita tra Siria e Iraq; di dividere il mondo arabo.
L’orrenda strage del 13 novembre ne è stata la riprova. Questa volta però tutto sembra essere cambiato e Hollande pare deciso a fare della Francia-vittima una Francia del riscatto e leader della guerra contro il terrorismo. Risponde all’attacco attaccando a sua volta il caposaldo dell’Isis in Siria.

Parigi prima interviene, poi chiede aiuto all'Europa

Un caccia francese pronto a partire per una missione di bombardamento.

Lo fa in raccordo con Washington, ma ammiccando a Mosca in un momento di nevralgica delicatezza nei rapporti tra i due grandi protagonisti e tra i rispettivi alleati. Lo fa seguendo le orme dello stesso Putin e del re di Giordania.
Solo dopo essersi mosso direttamente, chiede la solidarietà dei partner europei dissotterrando un improbabile art. 42.
La risposta dell’Europa è a dir poco tiepida e lo diventa ancor di più dopo l’attentato a Bamako: non era stato proprio Hollande a dichiarare due anni prima che il Mali era stato liberato dalla mala pianta del jihadismo locale?
LA LIMITAZIONE DELLA LIBERTÀ. Si allenta l’asse con Berlino che oltre alla Siria pensa all’Ucraina e alla Crimea che forse Putin sta mettendo sul piatto della partita anti-Isis.
Hollande trova risposta più calda sul versante della sicurezza dove occorre togliere ossigeno alle correnti islamofobe e xenofobe. Ma finisce per promuovere processi limitativi della libertà per tutti.
Riceve un riscontro importante anche se più in chiave politica che operativa a New York, dove il Consiglio di sicurezza dell’Onu vota all’unanimità un suo progetto di Risoluzione contro il terrorismo. Regala per contro al Califfo lo scettro del Male globale assoluto: musica per le sue orecchie.
Sempre Hollande ha inaugurato poi una serie impressionante di contatti, da Londra a Berlino, da Washington a Mosca: vuole spazio e ruolo tra coloro che decideranno le sorti della Siria, oltre che, verosimilmente, del Califfato.
BOMBARDARE NON RISOLVE IL PROBLEMA. Ha ignorato l’Alto rappresentante Mogherini.
Il presidente Renzi lo è andato a trovare, suggerendogli prudenza, incalzandolo sull’importanza di un approccio che vada al di là del pur necessario confronto muscolare, forse per ricordargli – ma questo è un mio auspicio - che i principi attivi di cui si nutre il Califfato non si eliminano con le armi e che abbiamo bisogno di emarginare i portatori di quei principi attivi con le nostre comunità di fede islamica e con i paesi arabi, tutti; ciascuno per le sue peculiarità e idiosincrasie.
Renzi che, è bene ricordarlo, è tra i capi di governo europei più aperti nei riguardi di Mosca, ma non al punto di impasticciare la griglia delle ordinate e delle ascisse di una narrazione che la storia del terrorismo di questi ultimi 15 anni ci ha consegnato.

Il presidente francese rischia di essere usato

Il presidente americano Barack Obama.

Ciò detto, se e nella misura in cui dovesse riuscire a mediare in qualche modo tra Washington e Mosca, gliene dovremo rendere merito.
Per ora mi sembra che Hollande rischi di essere soprattutto “usato” in una partita che lo trascende, soprattutto se non avrà con sé l’Unione europea, ancora incerta, se non proprio divisa, sulla direzione da prendere nei futuri rapporti con la Russia e timorosa dall’offrire il fianco a rappresaglie dell’Isis.
Putin sa di avere un vantaggio tattico sul terreno e lo vuole spendere anche strategicamente come dimostra l’esito dell’incontro avuto con Rohani, uno dei tre protagonisti regionali della guerra contro l’Isis.
Vuole garantirsi che, nella peggiore delle ipotesi, sia salvata la “Siria utile” tra Damasco, Aleppo e la costa, in quella più ambiziosa, di potersi intestare una transizione “controllata” dal regime di Assad.
UNA NORMALIZZAZIONE COMPLICATA. Ma una sconfitta dell’Isis – sempre che non sia come è stato in Mali – senza un ben preciso scenario di dissolvenza di Bashar al Assad, ben difficilmente porterebbe con sé una qualche normalizzazione del paese e un auspicabile ritorno a casa dei milioni di siriani fuggiaschi.
Così come il perpetuarsi di una sovra-rappresentazione degli sciiti nel futuro governo del paese, ciò che vorrebbe Teheran e che Riad vede come il fumo negli occhi.
Obama ha pesanti responsabilità nell’incancrenimento della crisi siriana. Si è fatto poi scavalcare dall’iniziativa di Putin ed è in evidente difficoltà, privo di una sponda europea degna di questo nome e preso nel mezzo tra un antico alleato, l’Arabia Saudita, e un nuovo possibile partner, l’Iran.
E mentre ribadisce la validità della sua strategia anti-Isis, che in realtà sta provvedendo da tempo ad aggiornare, e mentre si è reso disponibile per una qualche concertazione militare, cerca una mediazione politica.
LA FARSA DI UNA TRANSIZIONE TRUCCATA. Il calendario di transizione uscito il 14 novembre da Vienna ne è il risultato.
Ma sulla sua fattibilità pesano due nodi cruciali su cui Obama non sembra disponibile a cedere per non assumersi la responsabilità di aver avallato la farsa suicida di una transizione truccata fin dall’inizio: una scadenza prefissata per l’uscita di scena di Bashar al Assad e una tregua che offra riconoscibile garanzia/protezione delle forze che si oppongono al dittatore (escluse naturalmente quelle di marca terroristica) dalle truppe che invece lo sostengono.
E mentre Kerry prosegue il suo giro medio orientale, Abu Bakr al Baghdadi guarda con un maligno sorriso all’ombra della paura che pesa come un macigno sull’Europa.
E la Turchia abbatte un aereo russo aprendo un temibile contrasto geopolitico.

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