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INTERVISTA 27 Novembre Nov 2015 0800 27 novembre 2015

Luciolli: «Isis? Bene l’Ue ma non isoliamo la Nato»

Parigi 'usa' l'Ue per non perdere Putin. E l’Alleanza rischia di essere messa all'angolo. Luciolli, capo dell'Ata: «La soluzione? Il partenariato strategico».

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La risposta europea alla richiesta di aiuto fatta dalla Francia dopo gli attacchi terroristici di Parigi del 13 novembre sta prendendo forma.
La prima a offrire il suo sostegno è la Germania che invierà i Tornado e una nave da guerra contro l'Isis. Così ha deciso Angela Merkel, secondo quanto riferisce l'agenzia di stampa tedesca Dpa, dopo aver incontrato François Hollande.
Intanto il presidente francese continua le sue consultazioni: Barack Obama, la cancelliera tedesca, il presidente russo Vladimir Putin. E Matteo Renzi. «Il nostro obiettivo è la distruzione di Daesh. Italia e Francia sono unite contro il terrore. Serve una strategia diplomatica ma anche militare, e la sicurezza deve essere rafforzata», ha detto Hollande durante l'incontro con il premier.
IL RICHIAMO FRANCESE ALL'UNITÀ. La Francia ha chiesto l'applicazione dell'articolo 42.7 del Trattato dell’Unione europea per la solidarietà in materia di difesa; una clausola usata in caso d'aggressione verso un Paese Ue che oggi serve a Parigi per ottenere dai partner europei «una partecipazione militare accresciuta» in alcuni teatri d'operazione all'estero, e l'«appoggio» nella lotta contro l'Isis in Siria.
Un vero e proprio richiamo all'unità, e alle armi, in difesa dell'Ue. E pensare che fu proprio il parlamento francese nel 1954 a bocciare l'idea di avere una Comunità europea di difesa (Ced). Per assicurare una fdifesa europea fu allora creata l'Unione europea occidentale (Ueo), Alleanza politico-militare, che tuttavia non ha mai funzionato.
PAESI UE SOTTO L'OMBRELLO NATO. Per quanto riguarda la difesa durante la Guerra fredda quasi tutti i Paesi Ue si sono infatti messi sotto l'ombrello della Nato.
Eppure oggi Hollande è proprio all'articolo quinto del trattato dell'Ueo che si appella. Questo articolo infatti, spiega a Lettera43.it Fabrizio Luciolli, presidente dell'Atlantic treaty association, l'organizzazione che riunisce i Comitati atlantici nazionali di tutti i Paesi della Nato, «è stato salvato e reinserito nel Trattati di Lisbona diventando l'articolo 42.7».
«La sua applicazione non è mai avvenuta sino ad oggi, in teoria dovrebbe far scattare un meccanismo di assistenza dei 28 alla richiesta di Hollande con tutti i mezzi possibili», spiega Luciolli, «anche se alcuni Paesi hanno inteso inserire alcune clausole che ne limitano la portata prevedendo che non debba pregiudicare il loro ruolo nell'ambito della Nato».

Fabrizio Luciolli, presidente dell'Atlantic treaty association.

DOMANDA. Perché allora Hollande non si è appellato direttamente all'articolo 5 della Nato che stabilisce che ogni attacco a uno Stato membro è da considerarsi un attacco all'intera alleanza?
RSIPOSTA.
Perchè quello della Nato prevede una maggiore discrezionalità dei Paesi membri nel decidere quale misura di solidarietà offrire. Inoltre ricorrendo all'articolo 42.7 dell'Ue, Hollande ha una maggiore possibilità di dialogare con i russi.
D. E chiedere il supporto di Putin come ha appena fatto?
R.
Visto che la Nato ha interrotto i rapporti con i russi, l'idea sullo sfondo è anche quella che ricorrendo a questo articolo dell'Ue c'è maggior possibilità di ingaggiare almeno un discorso sul terrorismo insieme a Putin.
D. Una mossa strategica di Hollande, quindi?
R.
Sì, ma bisogna stare attenti a questa mossa perché la Francia è un Paese che quando si parla di sicurezza e difesa è sempre stato più sbilanciato a favore dell'Ue piuttosto che sul versante Nato.
D. Quindi?
R.
Questo non deve andare a scapito della Nato, metterla in un angolo.
D. Che cosa suggerisce?
R.
Di innalzare le relazioni e le capacità di contrasto al terrorismo dell'Ue e della Nato insieme. La Nato, per esempio, ha delle sue specificità e competenze come per esempio un centro di eccellenza in Turchia sul terrorismo, che può essere molto utile all'Ue.
D. Più impegno europeo e gli alleati dall'altra parte a coprirci le spalle?
R.
Il parternariato strategico tra Ue e Nato di cui si parla sempre avrebbe oggi una straordinaria opportunità per trovare concreta applicazione. Serve una maggiore responsabilità da parte degli alleati europei, ma anche una forte cooperazione con la Nato.
D. Anche perché a livello di forza militare tra i 28 non ci sono proprio dei giganti.
R.
L'aiuto richiesto non è però solo in termini di carri armati, ma di maggior scambio di intelligence. Anche se ogni governo ha giustamente le sue gelosie, e non si tende a condividere tutto, serve maggiore coordinamento e condivisione anche della polizia e a livello giudiziario, scambi dei dati biometrici e quindi rafforzamento del Visa 2 che era stato introdotto tra i Paesi Schengen.
D. Le parole 'solidarietà' e 'condivisione', però, non sono di moda dentro l'Ue...
R.
Più che altro l'innalzamento di questi aspetti porta dei costi che non sono indifferenti. Ma Juncker ha preannunciato che le spese di sicurezza e difesa sono prioritarie e dovrebbero essere poste al di fuori del Patto di Stabilità.
D. L'Ue è capace di difendersi dall'Isis?
R.
L'Ue ha una buona strategia di contrasto al terrorismo che aveva varato nel 2005 subito dopo gli attacchi di Londra, sotto la presidenza inglese, ma oggi questa strategia va aggiornata perchè dobbiamo confrontarci co nuove e diverse forme di terrorismo.
D. Quali sono?
R.
Ci troviamo di fronte a una minaccia che ha una caratteristica convenzionale, perchè combattiamo l'Isis che reclama uno Stato e siamo sul terreno con i peshmerga, quindi una guerra convenzionale. E poi abbiamo attacchi terroristici assimetrici in casa nostra per lo più compiuti da giovani che hanno i nostri passaporti. Infine, un altro aspetto che non va sottovalutato è il reclutamento e il potere attrattivo che ha la radicalizzazione via web. Sono tre teste dello stesso mostro.
D. Sconfiggerle tutte e tre è una mission impossible?
R.
Se non affrontiamo insieme questo mostro, possiamo anche vincere la battaglia sul terreno contro l'Isis in Siria e Iraq, ma poi riemerge a casa nostra. Se non affrontiamo tutti gli aspetti del problema, incluso quello cutlurale, perderemo.
D. Ma se nell'Ue si litiga anche solo per aiutare i rifugiati, come faremo a combattere un guerra su tre fronti?
R.
Si litiga perché non c'è una visione, una strategia. Eppure quello che vediamo ora era scritto da tempo, la questione migrazione era nei rapporti pubblici. Basta leggere gli Arab human development report del 2002, 2004, 2006 e 2009.
D. Cosa dicevano?
R.
In particolare, in quello del 2002 c'era già scritto che nei 22 Paesi della Lega araba da 150 milioni di abitanti negli Anni 80 si sarebbe passati a 450 milioni nel 2015-2020, che il 60% della popolazione avrebbe avuto meno di 25 anni, e già il 60% dei giovani allora intervistati alla domanda «Cosa vuoi fare da grande?» rispondevano «emigrare in Europa».
D. E in Europa si è fatto finta di non saper leggere?
R.
La Commissione europea allora studiava come poter tenere questi giovani a casa loro: si sarebbero dovuti creare entro il 2010 circa 20 milioni di posti di lavoro, ovvero una crescita del Pil dell'8-9% annuo. Il Pil dei 22 Paesi era invece inferiore a quello della sola Spagna.
D. E non è stato fatto nulla?
R.
Nulla. Il processo di Barcellona ha fallito, non avendo portato nè alla prevista zona di libero scambio entro il 2010 nè all'adozione di una carta di sicurezza. Alla fine è stato avviato solo un po' di dialogo culturale. E con 14 miliardi di euro buttati nel Mediterraneo abbiamo costituito una università a Portorose in Slovenia.

Dal Medio Oriente all'Africa, uno tsunami annunciato in arrivo

D. Sappiamo muoverci solo in emergenza?
R.
Purtroppo da tanto tempo noi reagiamo e non agiamo. Oggi per esempio il presidente emerito della Mauritania ci ha indicato i problemi di domani della sua Regione, ma noi continuiamo a guardare solo la riva del Mediterraneo e non vediamo cosa ci sta arrivando dal Sud del Sud.
D. Uno tsunami?
R.
I problemi legati ai cambiamenti climatici, la mancanza d'acqua, la sicurezza del cibo. E i dati sono già adesso sotto i nostri occhi: nel giro di cinque anni, un grado e mezzo di temperatura in più porta per esempio il 13-15% di acqua in meno in Libano e Marocco. Se si considera che in Africa molte frontiere sono state tracciate con fiumi condivisi, il problema dell'acqua produrrà ulteriori crisi e instabilità.
D. La guerra del Nilo?
R.
Sul delta del Nilo si va incontro a una desertificazione crescente, che potrebbe spingere 4 milioni di persone verso il Cairo. Questi dati sono disponibili oggi e questi avvenimenti accadranno nei prossimi 5-10 anni, così come oggi affrontiamo i problemi analizzati nei primi anni del 2000.
D. Ma a Bruxelles piove tutti i giorni...
R.
A Bruxelles in ambito Nato l'attenzione fino ad ora è stata rivolta prevaletemente alla crisi con la Russia e alla situazione in Ucraina. Occorre considerare maggiormente l'interdipendenza tra le minacce delle diverse regioni.
D. Anche perchè adesso ognuna ha la sua forma di terrorismo specifica.
R.
Allo stadio in cui siamo oggi parlare di quanto diverse siano le forme di terrorismo non so quanto ci giovi, ormai dobbiamo affrontare le cause e gli effetti.
D. Insomma, una catastrofe annunciata?
R.
No, come diceva uno dei primi presidenti della Repubblica, Luigi Einaudi, sono un pessimista ritenendo che i pessimisti siano degli ottimisti ma più informati. Il terrorismo l'abbiamo sempre affrontato, si tratta di mettere in campo le risorse migliori, le misure e l'impegno adeguato.
D. Facile a dirsi, ma qui si fatica anche solo a trovare Salah...
R.
Che le più avanzate forze occidentali non siano in grado di affrontare oggi 30 mila sbandati su un terreno come quello iracheno e mediorientale, che non è l'Afghanistan, è una questione di impegno e di volontà politica: fino adess vi è chi ha preferito una politica di contenimento perchè in questo momento nessuno voleva mettere i boots on the ground, ma non ha funzionato.
D. Valutazioni politiche sbagliate?
R.
Non è solo una questione di volontà politica, quella c'è, il problema è il livello di impegno che in base a questa volontà ne consegue. Tutti gli arresti che sono avvenuti immediatamente dopo gli attacchi di Parigi forse potevano essere fatti prima se si fossero per esempio bloccate certe fonti di finanziamento.
D. Un problema di coordinamento, soprattutto.
R.
Per questo ora, a seguito della richiesta di aiuto da parte della Francia, l'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza Ue, Federica Mogherini, si è assunta l'onore di coordinare gli aiuti dei 28.
D. È un segnale positivo, allora?
R.
È un meccanismo che si mette in campo per la prima volta, vediamo. Ma è positivo perchè significa innalzare il livello della cooperazione. Avere europei che fanno di più è giusto, ma stiamo attenti a non diminuire la forza del rapporto transatlantico.

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