Premier Matteo Renzi 150916202058
MAMBO 27 Novembre Nov 2015 1231 27 novembre 2015

Salvate il Pd da Renzi e dai dirigenti «caporali»

Tutto è in mano a poche persone vicine al premier. Che finora hanno fatto solo confusione. Spesso trascurando il principio di comunità. Ma così si perde la logica democratica.

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Il premier Matteo Renzi.

Le minoranze del Pd - nelle quali si vanno collocando anche esponenti renziani della prima ora delusi o irritati dal prevalere nel “giglio magico” di personaggi giovani e alcuni molto improbabili - si concentreranno nei prossimi mesi attorno al tema della separazione fra il ruolo di premier e quello di segretario del partito.
Non c’è una regola né nelle socialdemocrazie né nei partiti conservatori. Spesso il tema è stato risolto dando al premier il naturale ruolo di pivot dello schieramento e affidando a una figura meno carismatica quello di gestore delle cose di partito.
IL CASO VELTRONI. In Italia il tema si presenta più complicato perchè, pur nelle diverse metamorfosi che la sinistra ha avuto dopo lo scioglimento del Pci e l’organica alleanza con ex Dc e gente di alcuna provenienza, la questione “partito” è sempre stata sinonimo di “comunità”.
Forse solo nel dibattito del primo Veltroni, quando venne eletto segretario dopo l’impasse post-fondazione, si fece un cenno assai coraggioso al mutamento genetico del partito diventato vera comunità di elettori, con organizzazione liquida o comunque a maglie larghe. Fu una bella discussione.
RENZI NON HA UNA TEORIA DEL PARTITO. Con Renzi neppure quella. Renzi adotta tutte le regole più autoritarie del partito, comando in mano a uno solo o a suoi delegati, regole interne a seconda delle comodità (primarie sì o no, secondi mandati sì o no), circoli valorizzati in alcuni casi, ignorati nei casi in cui sono governati dalle opposizioni.
Si può dire che Renzi e i suoi amici non hanno una teoria del partito. Prendono quello che capita, aggregano, sciolgono, talvolta reclamano il radicamento, altre volte si muovono come se la comunità di iscritti e annesse regole non siano influenti.

Violante parla di «caporalizzazione»

Luciano Violante.

Luciano Violante, in una intervista sul Corsera, chiama questa deformazione plebiscitaria dei partiti, e del Pd in particolare, un fenomeno di «caporalizzazione», intendendo così indicare quel seguire il capo che è connotazione di tutti i partiti che smarriscono la logica democratica.
Più maliziosamente si potrebbe, non sbagliando l’analisi, sostenere che il fenomeno di caporalizzazione fa venire in mente più propriamente quel che accade nei mercati agricoli del lavoro, cioè quell’ingaggio a basso prezzo di gente che ha bisogno.
UNA FORMULA AUTORITARIA. Il partito che oggi si chiama Pd è però una realtà assai complessa, spesso c’è, altre volte è pura sigla, in qualche caso è comunità, in altri è comitato elettorale, in nessun caso seleziona classe dirigente.
Ecco perché per il Pd si può parlare con assoluta e disinvolte indifferenza di una prospettiva che lo ancori a sinistra ovvero, all’opposto, del partito della Nazione, formula autoritaria con cui si vuole indicare l’unione sacra di tanti contro un nemico, che volta a volta può essere Salvini o Grillo ma anche Cuperlo, Vendola o Fassina, perché no, domani Delrio.
Nel Pd tutto, teoria e prassi, è nelle mani di poche persone, che hanno finora fatto solo casino. Come dimostra la difficoltà di presentare candidature amministrative, attività che nei partiti tradizionali di sinistra era facile e divertente.
IL PREMIER NON PUÒ ESSERE SEGRETARIO. Molti oppositori vecchi e nuovi di Renzi dicono che ciò dipenda dal fatto che il premier non può fare anche il segretario: è vero.
Soprattutto non può fare il segretario di un partito che cambia fisionomia ogni giorno, a seconda di quel che serve a lui, alla sua politica, al suo mondo amicale.
Proponga un partito carismatico secondo i canoni e se lo faccia approvare da un congresso.
Corra, cioè, il rischio di andare in minoranza, invece di inseguire modelli di struttura politica, di linguaggio politico, di comportamento politico che ormai hanno l’asfissiante impronta della vocazione alla reductio ad unum. Non ci riuscirà mai.

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